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Umberto Marin - Italiani in Gran Bretagna (Settima puntata)

Presentiamo alcuni capitoli tratti dal volume «Italiani in Gran Bretagna» (Ed. CSER, Roma 1975) sulla plurisecolare storia della presenza italiana in Inghilterra sicuri di far cosa gradita a chi segue il portale. Ringraziamo per questa iniziativa il CSER (www.cser.it) per aver permesso la pubblicazione di parte dell’opera di Umberto Marin.
Umberto Marin - Italiani in Gran Bretagna (Settima puntata)

vignetta che illustra il grande successo dell’Opera italiana in Gran Bretagna

L'epoca elisabettiana fu contrassegnata anche da una grande fioritura musicale, e anche in questo campo fu rilevante il contributo degli italiani, simboleggiato soprattutto dal madrigale, che è il frutto più bello della Rinascenza italiana. Quando nel 1588 Nicholas Yonge pubblicò il primo volume della sua raccolta di madrigali italiani intitolata «Musica Transalpina», prese il via una tale esplosione di musica italiana o italianeggiante che dominerà assoluta per oltre mezzo secolo. Va detto tra l'altro che l'Inghilterra è forse il solo paese in cui il madrigale si sia davvero “naturalizzato”, giungendo ad emulare per quantità e qualità la stessa Italia; quelle arie meravigliose, che in Italia risuonavano nei palazzi e nelle ville, in In­ghilterra rallegravano i festini di ogni country-house. La corte inglese ospitò numerosi compositori, concertisti e cantanti italiani. Tra gli altri musicisti vanno ricordati Ottaviano Lotti, che portò in Inghil­terra la neonata opera teatrale della Commedia Fiorentina di Casa Bardi e soprattutto quella di Jacopo Peri, il creatore del melo­dramma; e la celebre famiglia dei Ferrabosco, che per quattro ge­nerazioni dominarono la scena musicale della corte ed erano compo­sitori e musicisti estrosi e fin'anche inventori di nuovi strumenti musicali. Del resto lo stesso Florio vantava una certa abilità in campo musícale. La perizia di violinisti dei Ferrabosco passerà più tardi in eredità ai Matteí.

II mecenatismo di Elisabetta continuerà anche nei suoi suc­cessori. Infatti Carlo I (1600-1649) chiamerà a corte il pittore Orazio Gentileschi, la cui figlia Artemisia pure raggiunse una certa celebrità, e il fiorentino Francesco Fanelli che fu uno dei più celebri scultori dell'epoca di Jones ed ebbe il titolo di Scultore del Re di Gran Bretagna. Carlo II (1630-1685) fece venire i pittori Benedetto Gennari e Antonio Verrio, del quale sono alcune decorazioni del castello di Windsor e dell'ospedale di Chelsea e vari affreschi di Hampton Court.

Alla fine del secolo XVI invasero l'Europa le famose maschere regionali italiane. Nei teatri della Gran Bretagna furoreggiò soprat­tutto Pulcinella, la maschera napoletana che debuttò a Londra nel 1662 ed è ricordata da una lapide affissa a un pilastro di St. Paul in Covent Garden... e soprattutto dalla celebre e secolare rivista umoristica che ne adottò il nome (Punch).

Per quello che riguarda la colonia italiana di Londra nei secoli XVI - XVII si hanno poche notizie. Ci sono documenti che parlano di italiani impiegati in una fonderia d'armi in Salisbury Court, di un gruppo di vetrai di Murano fatti venire in Inghilterra da Edoar­do VI e di costruttori di orologi, industria questa che si sviluppò soprattutto nel secolo XVII ed ebbe come base il quartiere di Clerkenwell, là dove nel secolo XIX avrà grande sviluppo anche l'industria dei barometri e degli specchi.

Nel 1581 si parla di una specie di chiesa italiana con 66 pre­senze. Si tratta forse di un centro religioso diretto da alcuni rifor­matori italiani. Sappiamo infatti che allora, come nei secoli seguenti, trovarono rifugio in Inghilterra vari riformatori italiani. Ricordiamo in particolare i due riformatori fatti venire dallo stesso Crammer: il celebre teologo Pietro Martire Vermigli e l'ex-vicario Generale dei Cappuccini Bernardino Ochino. Pietro Martire Vermigli, figlio di un seguace di Savonarola, era stato Priore di S. Frediano di Lucca e poi Abate di Spoleto. Giunto in Inghilterra divenne “Regius Pro­fessor of Divinity” all'Università di Oxford e fu considerato una delle più eminenti autorità religiose del tempo. Egli infatti fu uno dei tre estensori del fondamentale «English Book of Common Prayer», divenendo così artefice (con i compatrioti Ochino e l'altro teologo e professore di Oxford Francesco Puccí ) nientemeno che della ri­forma della Church of England. Ochino tra l'altro pubblicò «La Tra­gedia o il Dialogo sulla ingiusta usurpazione del Primato del Vescovo di Roma», con il quale ha molte somiglianze il «Paradise Lost» di J. Milton, che era a sua volta in contatto con vari riformatori italiani. Si ricordi, per esempio l'intimo amico, Carlo Diodati, il quale gli recò una grande conoscenza e simpatia per l'Italia. Tra i riformatori del resto vanno annoverati lo stesso Michelangelo Florio e Alberico Gentili, che hanno dovuto lasciare 1'ltalia proprio a motivo delle loro idee religiose.

 

Fine settima puntata

         Per gentile concessione di CSER – Roma

 

A cura di L. Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

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Editoriale

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