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Genti e storie di una Macondo alpina (terza parte)

Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande do Sul ci permette di seguire passo passo l’avventura migratoria dei cugini Giorgis (1853-1927). La Valle Vigezzo si dimostra ancora una volta una delle maggiori fonti della storia dell’emigrazione italiana. Un serbatoio di storia e storie. Una Macondo alpina, appunto. Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande do Sul ci permette di seguire passo passo l’avventura migratoria dei cugini Giorgis (1853-1927), inserendola nella storia della presenza italiana nel Sud America a partire dal 1800.

«Alla sconfitta e soprattutto alla repressione dei moti del 1820-1821 in Piemonte e a Napoli, decine, forse centinaia, di congiurati o comunque di persone coinvolte s’imbarcano per cercare la libertà o per sfuggire la galera»: rotta per il Sud America. A questi si uniscono i deportati. Il Regno delle Due Sicilie invia in Brasile centinaia di prigionieri. Nel 1837 lo Stato Pontificio vi indirizza una sessantina di ex-carcerati, quasi tutti romagnoli. Questo «nucleo di emigrazione politica non rinnega le idee che ne hanno provocato la partenza, anzi continua a diffonderle» con gli ideali della Giovine Italia. Nel 1835 entra in funzione a Rio una «cellula» dell’Associazione mazziniana, cui aderisce anche Giuseppe Garibaldi, una delle figure principali delle agitazioni sudamericane. A Montevideo, Rio e Buenos Aires si raccolgono i fuorusciti mazziniani che partecipano alla rivolta del Rio Grande (1834-1845), alla sollevazione caterinense e alle guerre in Uruguay. La storia della presenza italiana in Sud America significa anche presa di coscienza civile, impegno e partecipazione alle sorti della Patria, manifestandosi in ogni occasione, come nella bellissima bandiera che gli Italiani residenti a Valparaiso donarono a Giuseppe Garibaldi 150 anni orsono. Su tre nastri brillavano tre parole: Indipendenza, Libertà, Unità. Una situazione simile si rispecchia anche in Europa, soprattutto in Francia, Inghilterra, Germania, Polonia e Ungheria. È bene rimarcare, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’azione proveniente dall’estero e l’impegno di emigranti e fuorusciti.

Con la nascita delle prime colonie di emigranti e la formazione di comuni come Garibaldi, Fundos de Nova Palmira (Colonia Caxias), Silveira Martins, di siti come Nova Trento (1878), Veranopolis (1885), Encantado e decine di altri luoghi, l’emorragia dell’emigrazione italiana si coagula tra difficoltà e precarietà d’ogni genere nel nuovo continente. Milioni di italiani, provenienti da ogni regione, s’incontrarono con milioni d’altre persone giunte dalle più diverse aree culturali e linguistiche del pianeta, riversando nelle nazioni sudamericane aspirazioni e bisogni legati al lavoro, alla ricchezza, ma anche all’eguaglianza e alla libertà.

I cugini Giorgis decidono di fuggire la povertà scegliendo l’emigrazione transoceanica. Questa decisione è originata, in parte, dai racconti contenuti nelle lettere degli emigrati o di chi ritornava per un breve periodo in Valle e raccontava di «paesi sconosciuti, di meraviglie di città, di foreste gigantesche con alberi cento volte più grandi, ma anche di fatica e sudore». Nonostante l’emigrazione, a Crana e Santa Maria Maggiore, avesse una storia plurisecolare, la povertà e il bisogno erano rimaste attaccate come una maledizione a molte famiglie che non avevano ancora incontrato quella fortuna che altri raccontavano, orgogliosi, d’aver incocciato in Francia, Olanda e Germania.

Il lavoro curato da Arnaldo Ceccomori e Claudio Mori, tra inchiesta, narrativa e documenti, segue passo passo l’avventura dei quattro cugini. La partenza dalla Valle, il viaggio transoceanico, la sosta «nell’enorme capannone dove già c’erano persone d’ogni lingua sbarcate da altre navi. Lo chiamavano hospedaria de imigrantes. Lì i nuovi arrivati dovevano rimanere alcuni giorni prima di essere indirizzati alle colonie. Una bolgia in mezzo alla quale si aggiravano faccendieri d’ogni tipo...».

Antonio, il primo a solcare l’Oceano, informava il parentado che il lavoro non mancava. In una sua missiva scrive d’aver conosciuto una giovane donna che avrebbe sposato: Florisbella Garcez, 22 anni e figlia di contadini emigrati portoghesi. Florisbella, un nome che evoca personaggi che respirano tra le pagine di Gabriel Garcia Márquez, darà al vigezzino ben dieci figli.

Bernardo e Bernardino, invece, apriranno un emporio a Taquarembo. Il negozio, in breve, diventa uno dei maggiori centri di rifornimento per i coloni della regione. L’attività commerciale gli permetterà di acquistare un po’ di terra e costruire una casa. La presenza italiana, di anno in anno, era venuta crescendo, tanto che «sembrava d’essere a Domodossola». Di settimana in settimana, arrivava gente «ancora più povera di lui e di Bernardo quando avevano lasciato Crana, più povera dei veneti e dei lombardi che avevano incontrato a Dom Pedrito e nelle colonie di emigrati». In quegli anni viene fondata la Società Italiana di Mutuo Soccorso e Beneficenza. Nel 1873, a Pelotas, la Società Italiana Unione e Filantropia per l’assistenza alla comunità e per organizzare incontri e feste.

«Tutta Crana sapeva che i due cugini avevano avuto fortuna in Brasile e che erano diventati dei grossi commercianti...». Questa era un’ottima notizia per i luoghi originari, presi di mira dalla maledizione dell’emigrazione, dove «si contava la gente che era partita come si sgranava un rosario. Le campane suonavano solo per i morti». Così anche Paolo e Paolino decidono di raggiungere il Brasile. Cecio Barbieri, invece, aveva tentato l’avventura delle miniere d’oro in Nevada, dopo la gestione di un emporio (con cambio di cavalli) in società con tre toscani. Esauritosi il filone, riprese il lavoro del taglialegna (attività che altri Cranesi e Vigezzini svolgevano nella California settentrionale). Suo figlio Carlo sposerà Figlina Giorgis, la primogenita di Bernardo e Giacomina.

La corrispondenza tra Crana e il Brasile si intensifica. Nelle lettere si legge della gente di Santa Maria Maggiore. Chi festeggia: «il giorno di San Rocco abbiamo ballato fino a tre ore dopo mezzanotte... eravamo 67... e ne abbiamo fatto una pelle di ridere ballare e mangiare e bere... Ho la testa che mi va via, che scrivere non mi ricordo più..»; chi ringrazia per gli aiuti in denaro: «cari fratelli quanti onori alla patria vi facciate che sempre vi ricordate di soqurere la vostra casa»; chi trasmette informazioni le più varie: «noi abbiamo una gallina che ha covato 9 pulcini sono magnifici, ed anche un gattino gli avevo messo un colare rosa...»; chi consiglia «cara figlia ti racomando prudenza nella tua malatia, guardati dal fredo massime allo stomaco é nel mangiare che non ti possa lassiare nessun incomodo. sia prodenta in tutto. á se potesse esserti vicina...», dove per “malattia” si deve intendere e leggere «gravidanza»; chi racconta che «il Bagielano è tutto stracciato e ieri mi disse che vuole commettere una cattiva azione per farsi mettere in prigione, che allora non avrà più a pensare da mangiare, ma c’è lo forniranno già bel e fatto». Oppure: «a Gagnone v’è una forte mortalità nei vecchi a Druogno dei giovani. Regna continuamente il tifo e vi fu anche qualche caso di vajuolo nero... Dopo circa tre mesi di pioggia continua, come si fa a star sani... Vi ho spedito già tre volte dei pacchi di giornali...». In un’altra occasione, si informa, con una certa apprensione, che «noi in Europa, cioè a Marsiglia e Tolone in Francia, abbiamo il colera e comincia a fare grandi stragi, insomma a Tolone città di 80000 abitanti tra morti e fuggiti via non restano che 30000, a Marsiglia pure la va male, ed adesso noi in Italia fermarono i passi da tutte le parti e non si entra più senza fare 5 giorni di quarantena alle frontiere...».

Anche la trasmissione di canzonette e poesie ha un ruolo importante in questa corrispondenza. Con piacere leggiamo: «Per inpenire ti scriverò una canzonett... Gli vado in contro le do mille baci / Luigi Luigi ritorna la pace / Luigi Luigi ritorna la pace /  Lena la bella lena porti la pena di questo cor... ». E subito seguono i versi: «Ho freddo o fame son piccinin / Alla riva del lago io son nato / La mamma mia mi ha abbandonato / Come un uccello che lascia il lido / Per guadagnarmi qualche quatrin / E tutto il giorno intorno io grido / Spazzacamino Spazzacamino... ».

Sul finire del 1800 la situazione politica in Brasile comincia a diventare critica. Paolino scrive che «poteva succedere qualche disgrazia tutti i giorni». Egli comunica al fratello Bernardo d’aver perso 10 cavalli e 8 vacche, tutti i buoi e le vacche grasse. Il negozio, punto di riferimento per i coloni della zona, entra in crisi. Il lavoro di anni va in fumo e si calcolò un danno di 16182 reis.

Bernardino e Cechina rientrano a Crana. Cechina si dedica all’aiuto dei bisognosi come rappresentante di Santa Maria per il Comitato a favore dei soldati. Sempre una parola buona per chiunque. Pronta ad aiutare la chiesa e dare denari ai poveri, specie alle famiglie che avevano bambini piccoli e ammalati. Più volte alla settimana visita l’asilo di Crana che volle innalzare con il marito (1905), quasi per proteggerne i piccoli nei quali vedeva i figli che non aveva potuto avere.

Paolo «cammina, discorre cambiando continuamente discorso». Un consulto a Montevideo dal Prof. Lipari è inutile. «Più niente, è un uomo perduto e la sua perdita è attribuita specialmente per un grande dispiacere che ha ricevuto...». Si pensa di portarlo nella estancia di Taquarembo «poiché tranquillo passerà i giorni della vita». Queste le comunicazioni che corrono tra Crana e Brasile nel 1912.

Nel gennaio del 1914, Bernardo, ospite della figlia a Crana, scrive al cugino Bernardino: «... i fiumi esportano una grande quantità di blocchi di giacio grossi come graponi, il lago di Vincenne e Bosco Bologna sono gelati e i alegri fanuloni gaudenti alegri si divertono a patinare con multa alegria ma varii si rompono la testa con le cadute: nella sena è pasato un pezo di ghiacio che ll’anno fotografato era longo 25 metri tutti i giornali danno notizie di gente morti di fredo e qualche duno anche di fame con questo grande fredo quasi tutte le fabriche in costruzione sono ferme e quanti poveri che sofrono».

Un ininterrotto fluire d’inchiostro tenne uniti i cugini Giorgis e le loro famiglie ai luoghi che li videro nascere e alle persone che li amavano. Le lettere avevano il compito di mantenere vive persone e luoghi e cultura.

Ciò viene onorato dall’opera di Arnaldo Ceccomori e Claudio Mori, testimonianza di un’eredità che arricchì la Valle e i luoghi d’Oltreoceano.

 

Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande do Sul termina con le pagine che raccolgono le memorie di Figlina Giorgis e del marito Carlo Barbieri, con il contributo della figlia Giorgina, stese a Bagé tra il 1948 e il 1952. Lo scritto, rivisto da Carlos Teixeira Giorgis, ha un che di fiabesco e ammaliante. «Como se sabe, antigamente todos os atos civis eram conservados nos arquivos das igrejas...», è l’incipit del documento. È la lingua dei luoghi d’immigrazione che s’è impossessata degli immigrati Vigezzini. Di nomi e corpi e luoghi lontanissimi. Di storia e leggende. La sua musicalità, il suo mistero, circonda quelle persone che decisero di abbandonare Crana e iniziare una nuova vita in Brasile.

Una storia la cui trama, nei secoli, s’è ripetuta migliaia di volte e le cui testimonianze arricchiscono un ipotetico «luogo della memoria» che la sensibilità di molti ha dedicato a chi, nel passato, creò le basi dell’odierna Valle Vigezzo.

 

Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

 

Arnaldo Ceccomori

Claudio Mori

 

Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande do Sul

(storia dei quattro cugini Giorgis, 1853-1927)

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Editoriale

Giovani italiani all’estero: rientro, popolamento e solidarietà

Workshop organizzato per mettere a punto le proposte emerse nel seminario organizzato l’11 ottobre u.s., presentato a sua volta dal giornalista Luciano Ghelfi e introdotto dallo storico Emilio Franzina, moderato in entrambe le occasioni da Gianni Lattanzio, ha visto entrambe le volte la partecipazione di consiglieri del CGIE, esponenti politici quali i deputati Fucsia Fritzgerald Nissoli (FI) Gianni Marilotti (5 Stelle) e Massimo Ungaro (PD) e poi Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati (Lega) e la Senatrice Laura Garavini (PD), quindi esperti come Toni Ricciardi (Università di GINEVRA), Maddalena Tirabassi (Direttrice Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus) Riccardo Giumelli (Università di Verona), Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Franco Pittau (Centro Studi Idos). Le conclusioni del workshop sono state affidate al Dir. Gen. per gli Italiani all’Estero e Politiche Migratorie del MAECI, Amb. Luigi Maria Vignali, e all’On. Fabio Porta, del coordinamento del Comitato. continua>>
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