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L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (II capitolo)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

LA PROVINCIA DI SONDRIO:

CARATTERISTICHE MORFOLOGIE E CENNI STORICI

La provincia di Sondrio, spesso chiamata in modo non del tutto corretto Valtellina, è solcata da due grandi vallate alpine: la Valtellina e la Valchiavenna. La prima, che deriva il suo nome dal centro urbano di Teglio, è posta in senso latitudinale tra le Alpi Retiche e le Prealpi Orobiche, dal Pian di Spagna fino allo Stelvio; la seconda, che deriva il suo nome dalla cittadina di Chiavenna, è disposta in direzione Nord-Sud, dal giogo dello Spluga fino al lago di Novate Mezzola e, quindi, di Como.

La provincia di Sondrio occupa un territorio totalmente alpino e questo ha influito molto sul suo sviluppo economico, sia passato che presente. Il carattere montuoso della zona, infatti, ha spesso reso difficili la viticoltura e l’agricoltura ed ha indotto gli abitanti ad apportare grandi modifiche al paesaggio con il vigneto a terrazzi ed il maggengo.

D’altro canto, storicamente, gli insediamenti si sono concentrati quasi esclusivamente nelle valli, nei centri di Chiavenna, Morbegno, Sondrio, Tirano, Bormio. Tra questi, a Chiavenna e a Bormio, le scelte economiche erano subordinate alle esigenze dei traffici attraverso i valichi alpini. Le attività nelle altre zone, invece, hanno avuto un indirizzo obbligato, legato ad un’agricoltura di sopravvivenza ed alla faticosa ricerca di risorse che permettessero di sostenere i ritmi dell’eccessivo sviluppo demografico rispetto alla scarsità ed alla povertà della terra coltivabile.

Per quanto riguarda le infrastrutture, tutte le innovazioni poste in atto dal governo austriaco, agli inizi dell’Ottocento, e dallo Stato unitario, all’inizio del Novecento, non hanno portato ad un reale sviluppo dell’economia locale, che rimase sostanzialmente chiusa. L’apertura delle nuove vie di comunicazione aveva motivazioni militari: i governi che si sono succeduti non avevano interesse a far fiorire la zona, dato che la consideravano semplicemente un punto di passaggio strategico verso la Svizzera e il Nord Europa.

Nel corso della storia furono, quindi, numerose le popolazioni che alternarono la loro presenza politica e militare: i Visconti di Milano, i francesi, i grigionesi (per un lunghissimo periodo dal 1512 al 1797) e gli austriaci, finché il dipartimento dell’Adda prese il nome di provincia di Sondrio, parte integrante del Lombardo-Veneto, dopo il Congresso di Vienna del 1815.

Nel 1848, Valtellina e Valchiavenna parteciparono alla guerra d’indipendenza e dieci anni più tardi entrarono a far parte della storia nazionale. Una storia vissuta con difficoltà a livello locale per l’arretratezza dell’economia agricola, lo svantaggioso inserimento in una realtà più vasta e gli oggettivi ostacoli alla riconversione. L’industria si affermò solo in modo sporadico, almeno fino ai massicci interventi nel settore idroelettrico che però, una volta conclusi i lavori, lasciarono ben poco spazio all’occupazione. Sul versante dei collegamenti, le scelte europee ed italiane si rivolsero ad altre regioni, per cui venne a mancare un’ulteriore fonte di reddito a cui spesso si suppliva, dato anche il consistente sviluppo demografico, con l’emigrazione (1).

L’ECONOMIA VALTELLINESE ALL’INGRESSO NEL REGNO D’ITALIA

Quella che entra nel nascente Regno d’Italia è una provincia la cui economia è ancora essenzialmente basata sulla lavorazione della terra, per secoli legata al mondo contadino e, per la precarietà delle vie di comunicazione verso la pianura, fortemente chiusa ed autarchica. I contadini, infatti, solamente per alcuni prodotti di prima necessità, come il sale ed i cereali, si vedevano costretti a ricorrere all’importazione dall’esterno ed esportavano pochi prodotti quali il vino, la birra, il bestiame, il legname ed i latticini.

Anche quello che oggi è considerato il settore secondario fu originato da esigenze maturate nel mondo contadino, nel quale rientrava la quasi totalità della popolazione ed al cui interno si vennero a creare le prime attività artigianali, sotto forma di lavoro promiscuo. Basti pensare alla tessitura, ai lavori d’intreccio delle fibre e dei vimini, alla costruzione di attrezzi per l’agricoltura e per la casa, all’attività molatoria.

Tuttavia, nel corso dei secoli, ci sono stati alti e bassi del ruolo della provincia nel contesto economico nazionale. Infatti, alcuni centri urbani, come Chiavenna, grazie ai traffici mercantili attraverso i valichi alpini, hanno ottenuto lustro e benessere, ma questo fatto non ha intaccato la realtà economica locale, considerata nella sua totalità (2).

All’atto dell’unificazione italiana, le altre attività non agricole e industriali erano estremamente ridotte e contavano circa il 3,5% della popolazione dell’intera provincia.

L’agricoltura

Dall’agricoltura derivava la maggior parte del reddito della provincia, con tutti gli elementi di aleatorietà che questo comportava: la crittogama della vite, nel 1852, aveva drasticamente ridotto la raccolta vinicola e, intorno al 1880, fu la volta della peronospora e della filossera.

La crisi agricola della metà dell’Ottocento, dovuta soprattutto alle numerose calamità naturali, fu avvertita in modo più attenuato che in passato grazie all’ingresso della provincia di Sondrio nel Regno Italiano che alleggerì la pressione fiscale, organizzò adeguati interventi contro le pestilenze e promosse crediti fondiari e mutui agli Enti Locali per opere pubbliche attraverso la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.

Il principale prodotto agricolo della provincia che godeva ancora di un elevato grado di commerciabilità era la viticoltura. Nel 1874, essa superò i livelli di produzione del periodo precedente la crisi. Tuttavia, se negli anni ’70 la situazione è soddisfacente dal punto di vista della produzione, non si può dire altrettanto per quanto riguarda lo smercio del prodotto. La viticoltura, infatti, viene a trovarsi in forte difficoltà a causa dei maggiori costi di produzione rispetto a quelli di altre zone e della concorrenza sul mercato svizzero dei vini francesi, sul piano qualitativo, e dei vini ungheresi, su quello dei prezzi (3). Anche per quanto riguarda il mercato lombardo la situazione non è delle più rosee in quanto i vini valtellinesi non riescono a sostenere la concorrenza dell’enorme quantità e varietà dei vini mantovani, modenesi e piemontesi.

Dopo questi anni, perciò, il problema principale per gli agricoltori valtellinesi è quello di diversificare la produzione cercando di cogliere le opportunità migliori anche in relazione alla conformazione del territorio, evitando così di concentrare gli sforzi solamente sulla viticoltura. A partire dal 1881, iniziano a prendere consistenza alternative concrete, anche sotto il profilo mercantile.

Per quanto riguarda la zootecnia, in passato importante voce dell’economia locale, la situazione versa in condizioni di pesante degrado, dovuto alla crisi generale di cui si è detto: la popolazione valtellinese è perciò costretta ad importare, dal Tirolo e dalla Svizzera, una notevole quantità di carne da macello per consumo interno. Si pensi che, solo vent’anni prima, la valle aveva un’importante ruolo di esportatrice.

Negli anni 1870/’74, la situazione è positiva solamente per quanto riguarda la produzione dei bozzoli per l’industria della seta che raggiunge il livello record per poi scendere ed assestarsi nell’ultimo ventennio del secolo.

Nel periodo 1871-1901, la popolazione agricola rimane pressoché stabile. Tale stabilizzazione giunge al termine di una fase di graduale aumento sia della popolazione sia degli addetti in agricoltura riscontrato nel precedente periodo 1822-1871. Perciò la pressione dell’incremento demografico su un’attività agricola incapace di alimentare ulteriormente il meccanismo diffusivo della proprietà privata provoca una notevole crescita della sottooccupazione e della disoccupazione, che spingono numerosi valligiani all’emigrazione (4).

L’industria e l’artigianato

“Nessun popolo meno industre del Valtellino” (5) e “le industrie esistenti sono in buona parte condotte da persone venute di fuori, liete di trovare un paese vergine a questo riguardo, e quasi tutte hanno trovato quella fortuna che gli indigeni cercano altrove” (6). In effetti, i primi rari impianti industriali di qualche entità erano sorti per effetto di iniziative esterne: è il caso di Chiavenna dove sorsero, ad opera di famosi imprenditori elvetici, il cotonificio “Amman” e l’ovattificio “Steinauer”. Anche il cotonificio di Sondrio “Spelty e Keller”, fondato nel 1895, era di proprietà di industriali della vicina Confederazione Elvetica, mentre a Morbegno le telerie “Bernasconi” erano gestite da imprenditori di Cernobbio.

Il processo di industrializzazione della provincia, almeno ad un certo livello, inizia nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Il settore industriale era, tuttavia, costituito da imprese di modeste dimensioni, se si escludono quelle del comparto tessile: basti pensare che il più grande opificio valtellinese, il cotonificio di Sondrio, alla sua inaugurazione nel 1895 contava ben 500 operai e che veniva addirittura chiamato, con una certa esagerazione, la “Fiat della Valtellina” (7).

Insieme all’industria manifatturiera prosegue quella basata sullo sfruttamento delle risorse naturali della provincia, come il patrimonio forestale e quello estrattivo del granito di San Fedelino a Novate e del verde serpentino in Valmalenco. Oltre a queste, che sono le più importanti, bisogna ricordare anche le altre numerose produzioni minerarie che spaziano dal granito all’amianto, dal calcare di calce all’ardesia, alla pietra ollare ed altre ancora.

Sempre in questo periodo, sorgono anche più moderne unità produttive, che vanno ad arricchire il preesistente settore dell’industria alimentare: la ditta “Rocca” e la “Ghislanzoni” fondate entrambe a Morbegno.

Questo, seppur modesto, rinnovamento della struttura industriale compensa parzialmente una certa decadenza nei settori tradizionali: molitura dei cereali, concia, distillazione, lavorazione artigianale della seta, tessitura casalinga. Decadenza causata dal più rapido processo di industrializzazione in altre zone del Paese che mette in difficoltà i nuclei produttivi che utilizzano materiale locale.

Tra il 1888 ed il 1889 fa la sua comparsa l’energia elettrica che consente quindi l’ammodernamento dei macchinari delle industrie tessili che, per questo motivo, si vedono costrette ad adottare l’orario continuato, con un turno diurno ed uno notturno.

In rapporto al periodo storico considerato, un operaio impiegato negli opifici locali guadagnava relativamente bene, circa il doppio di quanto guadagnava un agricoltore, ma al prezzo di orari lavorativi decisamente pesanti e stressanti: nel cotonificio di Sondrio, si lavorava 13 ore giornaliere (8).

Il settore terziario        

La situazione del settore terziario degli ultimi decenni dell’Ottocento è insoddisfacente. Le infrastrutture e le vie di comunicazione sono carenti e legate all’assetto pre-unitario predisposto dagli austriaci.

Nel campo dei servizi gli sviluppi maggiori riguardano il credito. Il primo istituto di credito locale di una certa importanza sorge nel 1871, la Banca Popolare di Sondrio. La fondazione della prima banca contribuisce in modo determinante ad attenuare il fenomeno del credito ad usura che veniva esercitato a tassi elevatissimi da bottegai, cambiavalute e speziali. Oltre che per finanziamenti alla produzione, perlopiù agricola, ricorrevano al credito anche gli emigranti per finanziare le spese di viaggio.

Per quanto riguarda il turismo, i primi movimenti risalgono al periodo pre-unitario e sono da ricollegare alla tradizione termale sviluppatasi dallo sfruttamento delle acque di alta montagna. Nello stesso periodo, le montagne cominciano ad essere meta dei primi alpinisti e nasce la necessità di offrire loro, ma anche ai semplici escursionisti, adeguate strutture recettive come i rifugi e gli alberghi.

Poco da dire riguardo al commercio: solo poco più dell’1% gli addetti rispetto alla popolazione attiva (9).

 

 

Tratto dalla tesi “L'emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

 

NOTE:

1- Antonioli G., Perotti G., Le tracce della storia, in: Comunità Montane di Bormio, Tirano, Sondrio, Morbegno, Valchiavenna, Conoscere la Valtellina e la Valchiavenna, Officine Grafiche De Agostani, Novara, 1990.

2- De Bernardi L., Commercio e turismo in Valtellina e Valchiavenna. Una storia che viene da lontano, a cura dell’Unione del Commercio, del Turismo e dei Servizi e della C.C.I.A.A. di Sondrio, Litografia Mitta, Sondrio, 1994.

3- De Bernardi L., “Lineamenti dello sviluppo economico”, in: C.C.I.A.A. di Sondrio, Valtellina e Valchiavenna rivista della Camera di Commercio di Sondrio, numero speciale sullo sviluppo dell’economia provinciale, aprile 1998.

4- Rullani E., L’economia della provincia di Sondrio dal 1871 al 1971, a cura della Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1973.

5- Visconti Venosta F., Notizie statistiche intorno alla Valtellina. Memoria, tipografia Bernardoni, Milano, 1844.

6- Scelsi G., Statistica generale della Provincia di Sondrio, tipografia Bernardoni, Milano, 1814.

7- De Bernardi L., “Lineamenti dello sviluppo economico”, cit.

8- Ibidem.

9- Ibidem.

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