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L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (IV capitolo)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

L’ECONOMIA VALTELLINESE DAL SECONDO DOPOGUERRA AGLI ANNI ‘70

Dopo la seconda guerra mondiale l’economia provinciale è ancora prevalentemente agricola: un’agricoltura povera, di montagna, aggravata dalla frammentazione della proprietà fondiaria. L’industria manifatturiera è modesta, rappresentata in prevalenza da piccole imprese artigiane, distribuite su tutto il territorio, mentre i pochi opifici di grandi dimensioni sono concentrati nelle zone di Sondrio, Morbegno e Chiavenna. Anche in questo periodo riveste, invece, una notevole importanza il comparto idroelettrico che arriva a contare una quarantina di centrali e vari bacini artificiali. Il terziario, infine, non raggiunge ancora quel peso economico che assumerà negli anni successivi. Anche il turismo è ai primordi: la sua attività è limitata alla breve stagione estiva e non rappresenta quindi un’effettiva risorsa alternativa di reddito. Livigno è a tutti gli effetti una zona franca, la cui esistenza è però sconosciuta al di fuori del contesto provinciale.

Il censimento della popolazione del 1951 evidenzia, rispetto al periodo precedente, un aumento della disoccupazione (1) dal quale nasce, per molti lavoratori valtellinesi e valchiavennaschi, l’esigenza di emigrare. Molti di loro si recano nelle vicine province lombarde, altri verso la Svizzera, altri ancora emigrano definitivamente verso l’Australia ed il Sud America (Argentina e Brasile).

Nel 1961, il miracolo economico tocca anche la nostra provincia: i dati censuari di quest’anno registrano, infatti, un drastico ridimensionamento dell’occupazione nell’agricoltura, mentre risultano in forte espansione gli occupati nell’industria. A questo proposito va ricordato che, a cavallo degli anni ’50 e ’60, terminano vasti lavori idroelettrici in diverse località della provincia, che vanno a potenziare ulteriormente la già elevata produttività del settore.

Durante i primi anni ’60, il Bacino Imbrifero Montano (B.I.M.), che raccoglie e gestisce i fondi provenienti dai sovra-canoni idroelettrici, mette in atto un considerevole sforzo finanziario per far decollare l’industrializzazione in provincia, con esiti insoddisfacenti. La cause principali possono ricondursi alle difficili ed inadeguate vie di comunicazione col resto del Paese e la stessa politica di interventi formulata dal B.I.M., che aveva distribuito le provvidenze senza le dovute garanzie. Accanto a queste due cause principali va ricordato il contrabbando di caffé. Proprio in questi anni, infatti, questa attività riscuote molto successo in provincia, soprattutto nella zona di Tirano. Si tratta di un’attività organizzata su larga scala, resa possibile proprio da lacune e carenze legislative, e molto redditizia ambo le parti del confine. Proprio per questo, numerosi giovani vi si dedicano sistematicamente preferendola ad un meno conveniente e più impegnativo posto in fabbrica. Ovviamente, tutto questo va a discapito delle nuove attività industriali che, paradossalmente, si trovano in difficoltà a reperire manodopera sufficiente al decollo delle produzioni. Queste vicende ebbero senza dubbio un loro peso sul futuro economico di alcune aree della provincia. Infatti, quando il contrabbando del caffé termina improvvisamente, un gran numero di giovani viene a trovarsi senza un introito, senza preparazione professionale e, soprattutto, senza lavoro.

Sempre in questi anni, mentre altrove vengono aperte e costruite comode vie di comunicazione, in provincia non si fa nulla per risolvere i problemi dei collegamenti con l’esterno, così come non si è mai fatto niente per avere un qualche tornaconto concreto dall’intensivo sfruttamento idroelettrico del territorio. La provincia riveste un’importanza economica e strategica rilevante proprio grazie alla forte produzione di energia idroelettrica, una ricchezza enorme che, soprattutto nell’ultimo dopoguerra, contribuisce in misura significativa alla rinascita economica e sociale dell’intero Paese.

L’AGRICOLTURA DAL 1951 AL 1975

Con la fine della seconda guerra mondiale, l’esodo dal settore agricolo continua in modo irrefrenabile a causa della concorrenza, in termini di reddito, da parte di altre attività, in primo luogo l’industria.

La trasformazione strutturale della provincia, avvenuta in tempi così brevi ed indipendentemente dalle esigenze di razionalizzazione agricola, è causata dall’eccezionale intensità di investimenti nelle costruzioni idroelettriche. Inoltre, la diminuzione dell’occupazione agricola, accompagnata dalla permanenza di forme di conduzione part-time, non fa altro che congelare la situazione del frazionamento della proprietà fondiaria, dei metodi di conduzione, della specializzazione, della meccanizzazione, dell’investimento di capitale. A fronte di un’occupazione stagionale instabile, l’agricoltura trasforma il suo ruolo da attività principale ad attività di riserva e di integrazione, senza calcoli di redditività e senza impiego di capitale. La struttura geografica della valle, mancante di addensamenti metropolitani e con periodi stagionali di inattività settoriale, d’altra parte, favorisce tale formazione mista, che assegna all’agricoltura un ruolo del tutto subordinato, di mediazione e compensazione congiunturale degli squilibri di occupazione e di reddito, originati da altri settori. Ciò può essere considerato un fattore limitante delle prospettive di sviluppo del settore agricolo, ma il retroterra della piccola proprietà fondiaria è l’unico fattore che permette di armonizzare le brusche sollecitazioni subite periodicamente dalla struttura socio-economica del sistema provinciale, dovute alla sua forte dipendenza dall’edilizia.

In campo zootecnico si assiste al passaggio da un allevamento orientato alla fornitura di capi da rimonta ed al caseificio, ad un allevamento orientato alla produzione di carne. Il passaggio da una zootecnia da latte, caratterizzata da una più intensa applicazione di lavoro, ad una zootecnia da carne, richiedente un forte investimento di capitale, diviene una prospettiva realistica proprio a causa della rarefazione del lavoro agricolo e della crescita salariale conseguente. Tuttavia, la persistente presenza di forze di lavoro agricole part-time ostacola il naturale sviluppo del processo di conversione verso la carne, per effetto della mancanza di aziende agricole capaci di esprimere le dimensioni tecniche e l’entità dell’investimento di capitale adeguati al nuovo tipo di zootecnia. Questo è uno dei fattori strutturali che spiegano il sostanziale declino della zootecnia negli anni 1950-1975. Altri fattori sono dati dalla concorrenza della produzione zootecnica di Paesi esteri; dal modesto numero di allevamenti di ampie dimensioni, sia capitalistici che cooperativi, condotti con criteri aziendali efficienti; dalla bassa produttività, dalla quale deriva una bassa dinamica dei redditi con conseguente abbandono dell’attività zootecnica; dal progressivo abbandono della montagna.

La viticoltura nel dopoguerra è in ripresa, grazie al fatto che riesce a valorizzarsi qualitativamente, mantenendo così il tradizionale sbocco sul mercato svizzero ed introducendosi, con prodotti di alta qualità, sul mercato nazionale.

Nel periodo 1950-1975, si assiste anche allo straordinario sviluppo della frutticoltura e specialmente della coltivazione delle mele. Nel settore è fortemente presente un movimento cooperativo e le strutture aziendali sono in buona parte basate sulla pratica del part-time.

L’INDUSTRIA DAL 1946 AL 1971

Anche se il ventennio 1951-1971 è considerato un periodo di industrializzazione, la situazione valtellinese risulta ancora a livelli mediocri: i dati relativi al numero di occupati ed al prodotto interno lordo evidenziano una situazione nettamente arretrata rispetto alla Lombardia e di poco inferiore alla media nazionale. Una delle ragioni fondamentali è ancora l’elevata incidenza che, nell’ambito del settore industriale, riveste l’attività edilizia: le imprese edili presenti in Valtellina non possono fungere da acceleratori allo sviluppo economico; è perciò necessario un potenziamento anche degli altri comparti industriali, specie il manifatturiero.

IL SETTORE EDILIZIO

Nel secondo dopoguerra, l’attività del settore edilizio ha subito un andamento parabolico. La primitiva crescita è dovuta sia alla ripresa dell’edilizia residenziale, fenomeno naturale alla fine della seconda guerra mondiale, sia ad un nuovo impulso impresso dalle società idroelettriche con la costruzione di grossi bacini artificiali. Nel giro di pochi anni, vengono costruiti numerosi impianti di importanza considerevole, capaci di sfruttare al meglio il potenziale idrico delle sorgenti valtellinesi. L’apice nei lavori di costruzione si raggiunge intorno al 1959. Da quell’anno, nonostante molte opere siano ancora in via di completamento, l’occupazione nel settore cade drasticamente (2).

Con lo stesso andamento parabolico, procede tutto il blocco settoriale legato all’edilizia. Nell’immediato dopoguerra, i settori legati all’edilizia conoscono un certo ristagno; si sviluppano poi rapidamente, fino a raggiungere il culmine a cavallo dei decenni ‘50-’60; infine, tendono a stabilizzarsi ad un livello intermedio verso gli anni ’70. Tra questi settori, il più dinamico è quello dell’edilizia residenziale. La chiusura dei grandi cantieri e lo spostamento dell’attività verso l’edilizia residenziale fa sorgere un grandissimo numero di aziende di piccole dimensioni, molte delle quali di carattere artigianale. Le ragioni che inducono la crescita nell’attività edilizia residenziale sono demografiche, socio-istituzionali, legate allo sviluppo turistico, al crescere della qualità delle abitazioni socialmente accettata ed all’andamento del metro monetario.

IL SETTORE MANIFATTURIERO

Negli anni ’50 si assiste al difficile emergere dell’industria manifatturiera locale. I principali elementi di stimolo per le attività manifatturiere che si localizzano in provincia derivano da fattori finanziari: agevolazioni fiscali e finanziamenti del B.I.M.. Le principali difficoltà riguardano invece le risorse umane: il faticoso emergere dell’imprenditorialità locale e il non facile reperimento di manodopera adatta alla manifattura. Non sono comunque da sottovalutare l’infelice collocazione geografica della provincia e la mancanza di vie di comunicazione, sia oltralpe che con il resto della regione. Questi ostacoli sono tali da influire direttamente sulla chiusura delle attività economiche intraprese dietro lo stimolo degli incentivi. Comunque, nel lungo periodo, l’azione degli incentivi, unita ai cambiamenti sul mercato del lavoro dovuti a disponibilità di manodopera con modeste qualifiche e a basso costo, ha indotto una cospicua crescita dell’attività manifatturiera, anche se tecnologicamente arretrata e di livello qualitativo mediocre.

Dal 1955 al 1965, tutta la manifattura provinciale riceve un fortissimo impulso, nella fascia dimensionale media, soprattutto nei settori meccanico e tessile. Il tratto saliente dello sviluppo è comunque la diversificazione dell’assetto industriale che, da ristretto a poche produzioni ben identificabili, si allarga fino a comprendere tutti gli indirizzi dell’industria leggera. La fragilità dello sviluppo industriale manifatturiero emerge tuttavia negli anni successivi, quando molti complessi industriali, specie quelli sorti da poco, si trovano inseriti in una spirale di crisi. Si blocca, infatti, il processo di diversificazione e di crescita delle manifatture, anche con notevoli tracolli finanziari.

IL TERZIARIO DAL 1951 AL 1971

Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale ha inizio lo sviluppo del settore terziario, che assumerà col tempo un’importanza primaria, in termini reddituali, per l’intera provincia di Sondrio. Il terziario privato è il settore che ha registrato il massimo saggio di crescita nell’occupazione e nel reddito negli anni ’70.

Il progresso qualitativo che è stato compiuto ha sostanzialmente riguardato la qualità dei servizi offerti soprattutto nel settore turistico-alberghiero. Lo sviluppo del turismo rappresenta una specificità del processo di espansione del terziario nella provincia di Sondrio. Dal dopoguerra al 1971, si è avuta una valorizzazione di massa del patrimonio naturale della valle, con un incremento dell’occupazione specifica nel ramo alberghiero ed effetti indotti sulla domanda di altri settori collaterali, come gli impianti turistici, l’edilizia alberghiera, il commercio al minuto ed i trasporti. L’espansione delle attività turistiche è importante anche perché permette la vendita di parte di tali servizi a turisti provenienti da fuori provincia, consentendo a molte attività locali di dimensionarsi su un livello superiore rispetto a quello commisurabile al solo reddito provinciale. Lo sviluppo del turismo non è tuttavia esente da costi per la provincia: distruzioni paesaggistiche, basso utilizzo annuale delle costose infrastrutture turistiche e stagionalità della manodopera.

Fortemente inefficiente è il settore commerciale, polverizzato e privo di consistenti iniziative cooperative, se si esclude il caso delle latterie sociali che hanno un’antica e solida tradizione. La razionalizzazione del settore e la maggiore attenzione dei produttori agricoli ed artigiani al mercato potrebbe condurre ad un aumento di domanda, non solo della zona, ma nazionale ed estera, verso i prodotti della provincia.

Nel campo creditizio, è da notarsi il rapido sviluppo delle attività bancarie, in connessione con la crescita del reddito e delle nuove iniziative industriali. I depositi, dopo la caduta bellica, si moltiplicano con una rapidità fino ad allora sconosciuta in tutte le aziende di credito della provincia.

 

Tratto dalla tesi “L'emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

 

Note:

(1) Guicciardi C., “Lineamenti dello sviluppo economico dal dopoguerra ad oggi”, in: C.C.I.A.A. di Sondrio, Valtellina e Valchiavenna rivista della Camera di Commercio di Sondrio, numero speciale sullo sviluppo dell’economia provinciale, aprile 1998, Lito Polaris, Sondrio, 1998.

(2) Rullani E., cit.

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