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L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (quinto capitolo)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

L’EVOLUZIONE SOCIALE ED ECONOMICA VALTELLINESE DAGLI ANNI ‘70 AGLI ANNI ‘90

Tra il 1971 ed il 1981, si registra il boom dell’economia provinciale, che vede tutti i comparti espandersi con vivacità ad eccezione del primario, che ormai è in netta controtendenza, e del comparto idroelettrico, che rimane stazionario. Si espande anche l’occupazione nella pubblica amministrazione, che diviene una delle risorse occupazionali più importanti.

Nel 1981, a causa di un’ulteriore massiccia riduzione degli addetti all’agricoltura, l’insufficienza dei posti di lavoro rimane ancora elevata, nonostante la crescita economica registrata in tutti gli altri comparti. La struttura economica provinciale quindi, pur espandendosi, non riesce a soddisfare la propria domanda di lavoro. Eppure il reddito aumenta, la Valtellina è ormai annoverata tra le aree del benessere, pur rimanendo il fanalino di coda della Lombardia.

Infatti, nei primi anni ’80 i problemi relativi alle vie di comunicazione rimangono ancora tutti da risolvere, aggravati dall’intensificarsi degli scambi e del traffico. Solo nel 1985, in occasione dei Campionati Mondiali di sci alpino, viene aperto il nuovo tratto della S.S. 36, da Lecco a Colico. Questa realizzazione ha senza dubbio consentito una maggior facilità di accesso alla provincia. Tuttavia, da allora, è ancora insoluto il problema del miglioramento della restante viabilità provinciale da Colico a Bormio e da Colico a Chiavenna ed ogni anno aumentano i problemi di traffico dovuti al tratto Lecco-Colico aperto dopo più di vent’anni di lavori, quando ormai era da considerarsi strutturalmente inadeguato alle esigenze moderne. La linea ferroviaria, ancora ferma al tracciato del 1905, in questa sua lunga vita non ha mai subito significativi interventi migliorativi strutturali. Appare sempre più inadeguata sia per il traffico viaggiatori che per il trasporto merci, quest’ultimo trascurato completamente.

Nel decennio 1981-1991, la struttura economica provinciale segna il passo, anche se il terziario si accresce ulteriormente. Nel settore industriale manifatturiero e nell’estrattivo si registrano significative flessioni dei livelli occupazionali e del relativo numero di aziende, si assiste anche ad un ridimensionamento occupazionale del settore idroelettrico, che tuttavia mantiene ed accresce le proprie potenzialità. Il comparto industriale sembra, dunque, aver perso ogni spinta autopropulsiva residua. Peraltro, crescono ancora alcune altre attività del terziario, sia in relazione al comparto commerciale ed alberghiero, sia e soprattutto quelle connesse alle attività finanziarie ed immobiliari in relazione al vasto patrimonio di seconde case. Insieme alle attività terziarie, cresce ancora il pubblico impiego.

Da ricordare le drammatiche vicende dell’alluvione del 1987, che costano alla provincia enormi danni materiali e numerose vite umane. Nel giro di due anni, per far fronte all’emergenza e per la prima ricostruzione, piovvero oltre 2.500 miliardi di lire di trasferimenti pubblici. Ma la legge 102/90, la famosa “Legge Valtellina”, che avrebbe dovuto fornire i mezzi, non solo per la ricostruzione, ma soprattutto per incrementare la struttura socio-economica provinciale, si rivela ben presto uno strumento tardivo e inadeguato a causa dei continui ridimensionamenti e dilazionamenti delle relative disponibilità finanziarie. Pertanto, nel 1991 i posti di lavoro che il mercato offre sono ancora di gran lunga insufficienti rispetto alle effettive necessità. In diminuzione anche l’emigrazione verso la Svizzera, che da questo Paese è sempre più selezionata e controllata rispetto al passato. Inoltre la crisi congiunturale insieme alla rivoluzione tecnologica hanno ostacolato ed ostacolano l’inserimento di nuove unità lavorative giovanili e causano, a volte, l’allontanamento prematuro dal mondo del lavoro di persone non più giovani, ma non ancora in età pensionabile.

Sta di fatto che, paradossalmente, i problemi rimangono gli stessi di 50 anni addietro. Le questioni fondamentali sono ancora la sistemazione delle vie di comunicazione e una compensazione in termini concreti per lo sfruttamento energetico del territorio.

L’AGRICOLTURA DAL 1976 AGLI ANNI ‘90

A livello aziendale, le strutture agricole valtellinesi sono caratterizzate da un marcato dualismo; si possono infatti individuare due prevalenti tipologie di imprese agricole: da una parte, numerosissime imprese a tempo parziale, di piccola dimensione e di limitata importanza nei bilanci familiari; dall’altra, un numero ridotto di imprese professionali di dimensioni maggiori e soggette alla concorrenza esterna, fonte prevalente o esclusiva di sostentamento per chi conduce o vi lavora in posizione subordinata; il prodotto agricolo si divide circa a metà tra i due tipi di impresa.

Nel settore zootecnico, si assiste ad una forte concentrazione: molte aziende scompaiono dal settore, il numero dei capi si riduce progressivamente, il part-time comincia a diffondersi anche nell’allevamento. L’attività di allevamento è connessa alle altre attività rurali, condotte sia in maniera professionale che a titolo di integrazione del reddito delle famiglie. Sono perciò praticamente assenti le attività di allevamento intensivo, di tipo quasi industriale, come quelle diffuse nella pianura padana; la stessa consistenza media degli allevamenti conferma che l’attività è condotta spesso in maniera tradizionale, come parte di un impegno part-time nelle attività rurali.

Anche il settore vitivinicolo mostra un crescente calo del numero di aziende nel corso degli anni ‘80. I frutteti, al contrario, registrano un incremento della superficie. Proprio in questi due settori, la logica del part-time trova la sua massima espansione come modo di conduzione delle aziende da parte degli agricoltori con strutture fondiarie fortemente polverizzate.

L’INDUSTRIA DAL 1972 AGLI ANNI ‘90

Dopo il boom economico, la situazione industriale valtellinese peggiora, anche a causa di un graduale orientamento della popolazione verso il settore dei servizi. Emerge, quindi, un’alta presenza dell’attività edilizia, caratteristica della struttura produttiva propria delle aree geograficamente decentrate ed economicamente marginali. Prima della calamità naturali del 1987, l’occupazione nell’edilizia aveva fatto registrare una contrazione abbastanza netta, recuperata pressoché totalmente nel triennio successivo. Tuttavia, essendo la causa di tale ripresa un evento aleatorio, esogeno e non economico, tale recupero non implica un cambiamento nei problemi di tenuta del settore, destinati a riproporsi a medio termine, una volta conclusi i lavori legati alla sistemazione idrogeologica.

Se si prescinde dal comparto edilizio, particolarmente importanti risultano i seguenti comparti:

            il settore estrattivo (pietra ollare, granito e ardesia);

            il settore dell’industria alimentare e delle bevande (bresaola, amari e prodotti dell’industria dolciaria);

            il settore tessile e dell’abbigliamento;

            l’industria connessa alla lavorazione del legno e alla produzione di mobili.

            l’industria meccanica (prodotti in metallo, apparecchi di precisione, produzione ed installazione di materiale elettrico, costruzione ed installazione di macchinari meccanici).

Per quanto riguarda l’aspetto dimensionale delle imprese industriali della provincia di Sondrio non si può far altro che confermare la microdimensione aziendale che caratterizza la struttura produttiva della provincia, con la presenza di un certo equilibrio distributivo fra le diverse classi dimensionali.

L’ARTIGIANATO DAL DOPOGUERRA AGLI ANNI ‘90

Con la fine della seconda guerra mondiale e con l’avvio del successivo periodo di industrializzazione, l’artigianato, trainato dalla crescita del comparto edilizio, vede crescere il suo peso, sia come numero di addetti, sia come numero di imprese. Il fatto che tale sviluppo sia stato modellato dall’evoluzione del settore edile ha rappresentato contemporaneamente un fattore di forza e di debolezza del settore stesso: infatti, se da un lato è stato un moltiplicatore di reddito ed occupazione negli anni ‘50 e ‘60, dall’altro esso ha costituito un elemento di crisi ogni qual volta l’edilizia è stata in difficoltà. Era quindi necessario che l’artigianato si affrancasse da questa dipendenza e si indirizzasse verso attività nel campo manifatturiero. In questo campo le principali attività artigianali svolte in provincia hanno riguardato, oltre alla manifattura del legno strettamente legata all’edilizia, la meccanica, l’abbigliamento e l’alimentazione.

L’artigianato in provincia di Sondrio assume, quindi, un ruolo importante nella formazione del reddito provinciale ed in termini occupazionali, compensando lo scarso apporto del settore industriale, ancora arretrato rispetto alla Lombardia e all’Italia.

IL TERZIARIO DAL 1972 AGLI ANNI ‘90

IL COMMERCIO

In questi anni il commercio al dettaglio è fortemente polverizzato, confermando l’esistenza di un settore distributivo scarsamente efficiente, le carenze del quale sono attribuibili anche alle peculiarità ambientali della provincia. In questo senso, un ruolo di primo piano è assunto dalla conformazione del territorio e dalla stagionalità del movimento turistico. La prima fa sì che si renda necessaria una notevole dispersione dei punti di vendita al dettaglio, anche per l’insufficienza cronica delle comunicazioni. In particolare, la tipologia degli esercizi commerciali al minuto comprende sia negozi nel capoluogo e nei grossi centri del fondovalle, sia negozi siti nei centri rurali e in località turistiche. Si tratta di uno scenario assai composito, dal quale emerge la difficoltà di un indirizzo di politica commerciale univoco. L’inefficienza commerciale dipende anche dalla stagionalità del movimento turistico: ne consegue che, a periodi piuttosto brevi di intenso lavoro, si alternano molti mesi in cui le attrezzature commerciali sono largamente sotto-utilizzate.

Oltre al dettaglio tradizionale, in provincia di Sondrio è molto presente il commercio ambulante che svolge due importanti funzioni: da un lato, consente di far raggiungere periodicamente in molti piccoli centri rurali merci e prodotti che non giustificherebbero la creazione di punti di vendita fissi; dall’altro, giungendo in località turistiche in cui si manifestano le disfunzioni note a livello del commercio tradizionale, assolve ad una funzione calmieratrice dei prezzi e potrebbe utilmente contribuire ad attenuare momentanee carenze e squilibri della distribuzione tradizionale.

Il commercio, non solo in provincia di Sondrio, svolge tre tipi di funzioni: economica, sociale, turistica. La funzione economica si esplica nell’apporto alla formazione e redistribuzione del reddito. La funzione sociale dei piccoli negozi e dei bar è importantissima in Valtellina, in quanto la zona è articolata in 78 comuni, molti dei quali di piccole dimensioni, dove gli scarsi luoghi pubblici assumono l’importante ruolo di punto di riferimento e d’incontro per gli abitanti. La funzione turistica del commercio è, infine, molto importante nella provincia di Sondrio, in cui il turismo rappresenta la risorsa principale. Esso è una componente fondamentale dell’offerta turistica di una zona, contribuendo al posizionamento della stessa sul mercato della domanda turistica.

La stretta relazione tra commercio e turismo è particolarmente palese a Livigno. Sotto il profilo turistico, questa stazione è la più importante della provincia di Sondrio in termini di presenze, soprattutto nel periodo invernale, con la più alta quota di flussi stranieri. Dal punto di vista commerciale, gode del particolare regime di extra-doganalità, che la rende un’allettante area commerciale. L’attività commerciale, connessa con la situazione di extra-doganalità, influisce sull’attività turistica sia rendendo possibili, o comunque più consistenti, gli investimenti pubblici e privati di natura turistica. L’attività turistica contribuisce a sua volta all’attività commerciale dato che, una volta sul posto, il turista raramente si sottrae all’invito dello shopping.

IL CREDITO

L’evoluzione della raccolta bancaria a Sondrio attraversa una fase di sviluppo economico accelerato per tutti gli anni ‘50 per poi riportarsi sui livelli medi regionali e nazionali negli anni successivi. Se ne deduce, quindi, che il forte sviluppo di questo comparto si è avuto soprattutto pareggiare, o quantomeno avvicinare, il livello regionale e nazionale rispetto al quale l’attività creditizia delle banche valtellinesi era molto in ritardo.

La situazione del mercato del credito in Valtellina all’inizio degli anni ‘90 è caratterizzata dalla presenza dominante delle due banche locali, la cui quota complessiva di raccolta raggiunge il 90% del totale provinciale. Alcune banche nazionali sono naturalmente presenti nel mercato provinciale del credito, ma il loro ruolo risulta nettamente subordinato. In particolare, l’incidenza dei due istituti creditizi locali è maggiore nella raccolta che non negli impieghi, a testimonianza della loro capacità di offrire credito a condizioni competitive anche al di fuori della provincia, senza per questo rinunciare alla funzione di supporto dello sviluppo locale convogliando altrove le risorse finanziarie della valle. Inoltre, rispetto alle altre banche popolari, le banche valtellinesi si rivelano capaci di economie rimarchevoli e si caratterizzano per un alto grado di patrimonializzazione.

A conclusione dell’analisi sul sistema bancario della provincia di Sondrio, sembra dunque ragionevole confermare un riconoscimento di validità ed efficacia dell’attività bancaria locale.

 

Tratto dalla tesi “L'emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

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