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L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (settimo capitolo)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

L’EMIGRAZIONE VALTELLINESE IN SVIZZERA

CARATTERI STORICI DEL FENOMENO MIGRATORIO IN VALTELLINA

L’emigrazione è uno dei fattori di rilievo sociale ed economico più consistenti e caratteristici della Valtellina. Essa costituisce una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento. Nata come opportunità per integrare il reddito familiare restando assenti per poco tempo, essa registra un radicale mutamento nell’Ottocento quando, alle mete italiane ed europee, si aggiungono quelle oltreoceano dell’America e dell’Australia, destinate a mutare il fenomeno migratorio trasformandolo, nella maggior parte dei casi, da temporaneo in definitivo.

Le cause che stanno alla base del fenomeno migratorio valtellinese sono di quattro tipi (1):

            cause demografiche: la popolazione non può trovare sostentamento adeguato nelle scarse risorse agricole, ottenibili da terreni poco produttivi e non assoggettabili a colture intensive;

            cause economiche: gli emigranti si spostano a causa della miseria o del desiderio di migliorare la propria condizione, legata all’agricoltura e allo scarso sviluppo industriale della valle;

            cause psicologiche: il richiamo degli amici, della posizione e della ricchezza ottenuta da alcuni, il desiderio di rompere con una condizione senza prospettive di cambiamento, il fascino esercitato da alcune regioni più progredite;

            cause culturali e tradizionali: il ricordo di qualche antenato che ha trovato fortuna all’estero e la ricerca di migliori opportunità per chi è in possesso di un titolo di studio elevato.

Altri fattori concorrono dall’esterno all’emigrazione: lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione, che agevolano gli spostamenti e rendono possibile a tanti valtellinesi di recarsi settimanalmente in Svizzera a lavorare, rinunciando a determinate occupazioni in valle perché gravose o mal remunerate; il processo di industrializzazione che favorisce lo spostamento verso la pianura lombarda. Questo processo ha richiamato dalla montagna molta manodopera non specializzata e, nel contempo, disposta ad accettare qualunque condizione di lavoro, purché in un contesto urbano, dove fosse possibile cambiare vita.

Ovviamente, l’emigrazione porta vantaggi e svantaggi, sia al luogo di destinazione che a quello di origine degli emigranti, che si possono classificare in:

            demografici: attenuazione della pressione demografica e contemporaneo accentuazione del processo di invecchiamento naturale della popolazione;

            economici: gli emigranti restituiscono al paese le risorse che sono state investite nel loro processo di crescita e formazione compensando l’eccesso di importazioni;

            sociali e religiosi: attenuazione del senso religioso, indebolimento dei legami familiari e nascita di nuovi fermenti politico-culturali che rompono con la tradizione.

L’EMIGRAZIONE VALTELLINESE IN SVIZZERA DAL DOPOGUERRA AGLI ANNI ‘70

La Svizzera conosce un notevole sviluppo economico nel secondo dopoguerra soprattutto grazie al fatto che la struttura produttiva elvetica è intatta, mentre quella europea è completamente distrutta dalla guerra. Non dovendo sostenere costi di ricostruzione post-bellici, la Svizzera si viene a trovare in un clima espansionistico che crea benessere e genera un vero e proprio boom economico. A ciò non si sarebbe potuti arrivare senza il ricorso, in percentuale sempre maggiore, a manodopera straniera, soprattutto italiana. Questi stranieri erano per lo più integrati ai livelli più bassi della gerarchia professionale, permettendo così agli autoctoni un salto qualitativo: un accesso a posti di rango superiore rispetto a quelli occupati in precedenza.

Gli italiani, i valtellinesi in particolare, vengono impiegati soprattutto nel settore alberghiero, nell’agricoltura  e, verso la fine degli anni ‘60, anche nelle fabbriche. Infatti, è in questo periodo che la Svizzera apre le porte delle fabbriche ai lavoratori stranieri, sulla spinta di una precisa esigenza di mercato: si sta entrando negli anni del boom, per cui le fabbriche si trovano a far fronte ad un’aumentata richiesta di produzione, mentre viene meno il personale svizzero, passato in parte al terziario. La fabbrica è divenuta così oggetto delle speranze occupazionali degli italiani. Questo passaggio alla fabbrica non è, tuttavia, indolore per i valtellinesi che devono pensare al vitto, all’alloggio ed a tutti i servizi che devono essere reperiti a pagamento sul mercato.

Il decennio 1960-1970 è quello del vero e proprio sviluppo economico: si assiste ad una grande esplosione di lavoro in ogni settore, soprattutto in quello delle costruzioni. Sorgono interi quartieri a far corona alle città; la produzione delle fabbriche raddoppia, e si avverte una carenza di manodopera. Per quanto riguarda le strutture sociali le ditte si attrezzano costruendo convitti per le ragazze ed alloggi o baracche per gli uomini, dove gli emigranti trovano una sistemazione comoda, non dispendiosa e con l’assistenza necessaria. La fase del boom porta i suoi vantaggi anche per gli emigranti della prima ora: nelle fabbriche e nei cantieri, essi sono ora chiamati, sia per l’esperienza professionale che per la buona conoscenza della lingua, ad occupare posti di responsabilità, facendo da tramite fra il datore di lavoro e le nuove leve, con vantaggi soprattutto dal punto di vista economico e logistico.

L’emigrazione valtellinese del secondo dopoguerra si è presentata in forma diversa da quella tradizionale: sono molti di più gli emigrati con una certa specializzazione professionale, che espatriano per accumulare un piccolo capitale, da reinvestire una volta tornati in patria. L’area di lavoro si spinge più lontano. Se, fino alla vigilia della guerra, ci si limitava al Canton Grigioni, nei paesi vicini al valico del Bernina, dopo la guerra, la massa si dirige nelle grandi città, quali Zurigo, Berna e Lucerna.

L’EMIGRAZIONE VALTELLINESE IN SVIZZERA DAGLI ANNI ‘70 AI PRIMI ANNI ‘90

Negli anni ‘70, si assiste ad un parziale ridimensionamento numerico dei lavoratori italiani in Svizzera. Le ragioni di tale fatto sono da ricondursi a due eventi succedutisi in quel decennio: la crisi economica che colpisce la Svizzera nel 1972/’74 che provoca rientri massicci di emigranti e un contenimento del loro numero negli anni successivi con misure di contingentamento. Tuttavia, il Canton Grigioni, maggiormente interessato dall’emigrazione valtellinese, risente meno di questa crisi, in quanto è pressoché privo di industrie e le sue risorse economiche riposano quasi esclusivamente sul turismo e sull’edilizia, settori in cui la recessione giunge in forma più attenuata ed in ritardo.

La distribuzione per comparti di attività economica indica che l’occupazione migrante è prevalentemente industriale, con una forte componente nell’edilizia. Nel terziario, l’emigrazione si concentra nei settori del commercio e del turismo. Nell’ambito del commercio, la maggior parte degli emigranti risulta occupato in alberghi e pubblici esercizi (2). Al 1981 gli emigranti valtellinesi in Svizzera sono persone fornite di titoli scolastici di basso livello, quali licenza elementare e media, prevalentemente inserite in posizioni operaie. E’ tuttavia significativo che la maggior parte sia costituita da operai specializzati. La combinazione di bassi livelli di scolarità con la figura di operaio specializzato indica che la professionalità riconosciuta è stata acquisita in prevalenza attraverso la formazione sul lavoro.

Dal 1983 al 1988 la Svizzera ha assistito ad una fase di crescita economica, con un conseguente aumento dell’occupazione, anche straniera. In base a queste considerazioni, è lecito presumere che l’emigrazione valtellinese verso la vicina Svizzera, nel periodo in esame, abbia aumentato la propria consistenza rispetto al 1981. L’uso del condizionale è d’obbligo per il semplice fatto che, per tutto questo periodo, non disponiamo di dati certi sulla natura del fenomeno.

Dal punto di vista personale, il lavoratore valtellinese è molto vicino al mondo grigionese e ticinese, non soltanto per la posizione geografica, ma anche per orientamento culturale, per senso del lavoro e dell’impegno. Si è andato guadagnando fiducia e stima nel mondo del lavoro, presso gli imprenditori, i lavoratori svizzeri e quelli di altre nazionalità e presso la popolazione residente. Su entrambi i versanti, sono definitivamente cessate le posizioni conflittuali del passato e si sono instaurati rapporti sereni, costruttivi, sulla via dell’integrazione. L’emigrante ha cercato di stabilizzare la propria posizione occupazionale percorrendo i passaggi da lavoratore stagionale ad annuale ed infine a domiciliato. Lo sbocco finale dell’integrazione consiste nell’acquisizione della cittadinanza svizzera. Ma, a tale proposito, il numero dei valtellinesi che, negli anni recenti, ha deciso di acquisire la cittadinanza elvetica è senz’altro modesto. Il valtellinese, inoltre, ha esigenze precise ed inderogabili in fatto di contatto col paese d’origine e con la propria famiglia. Il giovane emigrante, in particolare, è esigente soprattutto sull’orario di lavoro, sul ritorno a casa settimanale ed è anche particolarmente pronto a lasciare il posto di lavoro, quando emergono difficoltà su tali questioni.

Inoltre, come lavoratore, il valtellinese è noto per il suo impegno ed il suo alto rendimento, conosce i suoi diritti, ma non ha alcun atteggiamento rivendicativo ad oltranza. Rispetta i colleghi di lavoro e comunica loro le proprie esperienze, aiutandoli e consigliandoli in caso di bisogno, non è geloso del suo mestiere, anzi, lo trasmette agli altri, apprezza chi impara, è riservato ed espansivo quanto basta per un positivo rapporto sociale sul luogo di lavoro. Non è però molto portato, in generale, a fare carriera, non tanto nel senso di un miglioramento della posizione retributiva (alla quale invece tiene molto), quanto nel senso dell’avanzamento di mansione e dell’assunzione di responsabilità dirigenziali e di coordinamento. Inoltre, egli non è disponibile a lavori svolti con forme contrattuali che si discostino da quelle sancite ufficialmente, anche se è molto interessato agli incentivi legati al rendimento ed al rapporto fiduciario.

Per quanto riguarda la conoscenza del mestiere, il valtellinese generalmente si accosta al lavoro con scarsa preparazione e qualificazione, caratteristiche che però riconosce e cerca di superare, sfruttando le opportunità che gli si offrono. Tuttavia, ci sono forti resistenze all’apprendimento della lingua tedesca, indispensabile, peraltro, per ogni attività svolta nella zona di riferimento della nostra emigrazione in Svizzera. Anche i giovani hanno queste resistenze nei confronti della lingua tedesca, pur avendo a disposizione frequenti occasioni per frequentare corsi serali o post-lavoro.

Il lavoratore valtellinese trova occupazione nel Grigioni e nel Ticino attraverso un sistema che non ha a disposizione né uffici specifici, né agenzie, né procedure predefinite; per tradizione il reclutamento della manodopera, infatti, è fatto per via diretta, da persona a persona, tramite le conoscenze, le parentele, le comunicazioni orali, il passaparola. E’ facile allora osservare come, negli anni, siano andati consolidandosi campi di attività definiti secondo specifici settori produttivi.

L’EMIGRAZIONE VALTELLINESE IN SVIZZERA NELL’ULTIMO DECENNIO

Anche la Svizzera, così come l’Italia, ha attraversato, e sta attraversando, un periodo di crisi economica ed occupazionale che non risparmia alcun settore. Le cessazioni dei rapporti di lavoro continuano ad aumentare ed anche i settori tradizionalmente meno sensibili alle crisi, come l’edile, il bancario ed il pubblico, ne risentono fortemente. Uno dei principali motivi che ha portato alla crisi economico-occupazionale è il cambio più alto del franco svizzero, che ha comportato minori acquisti da parte dei cittadini italiani ed il conseguente licenziamento, in particolare, del personale che prestava servizio nei negozi annessi ai distributori di benzina (oltre che la chiusura di alcuni di essi, compresi i distributori), nella zona a ridosso della frontiera.

L’andamento negativo del vicino Stato ha coinvolto anche i lavoratori italiani delle province di confine, quali Como, Varese e Sondrio, che hanno subito un taglio sugli stipendi ed il licenziamento definitivo per cessazione dell’attività o per riduzione della manodopera. Nonostante tutto, negli ultimi anni, nel Canton Grigioni non si è verificato quel drastico calo di lavoratori stranieri così come è invece avvenuto nel Canton Ticino. Di conseguenza, essendo la manodopera italiana nel Canton Ticino proveniente perlopiù dalle province di Como e di Varese, si può dire che la nostra provincia abbia risentito della crisi economica ed occupazionale svizzera in misura minore rispetto alle altre province lombarde di confine, anche se per il futuro prossimo, le aspettative non sono buone. Infatti, nel Grigioni, in questi ultimi anni, si è amplificato il fenomeno della stagionalità, come conseguenza della recessione elvetica. La maggior parte dei lavoratori frontalieri, stagionali, annuali e domiciliati svolgono la propria attività nell’edilizia e nel settore turistico alberghiero, settori in cui la richiesta di manodopera è concentrata in particolari periodi dell’anno. Si presume che la tendenza per i prossimi anni sarà negativa, nel senso che saranno sempre di più coloro i quali non vedranno rinnovato il contratto lavorativo.

 

 

Tratto dalla tesi “L'emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

 

Note:

(1)  Della Gola B., “L’emigrazione temporanea in provincia di Sondrio. Movimenti migratori valtellinesi verso le altre regioni italiane”, in: Pagine sull’emigrazione in provincia di Sondrio, Banca Piccolo Credito Valtellinese, Sondrio, 1975.

 (2)  Gini G., Una indagine campionaria sui lavoratori valtellinesi in Svizzera, Università degli Studi di Milano, tesi di laurea, anno accademico 1991/1992, Milano, 1992.

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