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L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (nono capitolo)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

PROSPETTIVE DI CAMBIAMENTO NELLA MANODOPERA VALTELLINESE IN SVIZZERA

Oggi, andare a lavorare nel Grigioni e nel Ticino è sempre più una scelta consapevole, ragionata e libera, e sempre meno una costrizione della vita e delle sue esigenze, come negli anni passati. Il numero dei valtellinesi impegnati attivamente nella Confederazione Elvetica è destinato a scendere nei prossimi anni, per una serie di motivi, che si possono così sintetizzare:

            la crisi economico-occupazionale che ha colpito la Svizzera nel corso degli anni ’90. I riflessi negativi di questa situazione pesano soprattutto sui lavoratori trasfrontalieri, in termini di mantenimento del posto di lavoro, di riallocazione e riqualificazione professionale, di rilascio di permessi di lavoro e anche dal punto di vista della tutela in caso di malattia ed infortunio.

            La realtà valtellinese e lombarda offre sia un’opportunità di lavoro dipendente, pubblico e privato, sia la possibilità di costruirsi un lavoro autonomo.

            L’entità delle retribuzioni al di qua e al di là delle Alpi non presenta più le distanze di alcuni anni fa, soprattutto se si tiene conto, per la parte elvetica, della diminuzione delle ore di lavoro, allo scopo soprattutto di ridurre il rischio di infortunio; del forte aumento del costo degli affitti, detratti direttamente dal salario e non dalla quota riservata alla tassazione; delle quote di risparmio obbligatorio a titolo assicurativo, differenziate in modo inverso secondo l’età (crescenti al salire dell’età).

            La quantità di giovani valtellinesi e valchiavennaschi che cercano lavoro è sempre più qualificata ed ha sempre meno le caratteristiche della manodopera tradizionalmente assorbita dal mercato del lavoro grigionese e ticinese, per i settori legati all’edilizia e al lavoro negli alberghi. Inoltre, questi sono generalmente esclusi dalle possibilità occupazionali perché, nel Ticino, dove la lingua non costituisce un ostacolo, essi subiscono la concorrenza di altri giovani lombardi provenienti soprattutto da Como e da Varese. Nel Grigioni, i giovani valtellinesi non trovano facilmente un posto di lavoro a causa della scarsa conoscenza della lingua tedesca.

            Sono parallelamente in costante diminuzione quantitativa i giovani valtellinesi non diplomati, non qualificati e comunque comunemente definiti generici, sul mercato del lavoro, per i quali, anche se la conoscenza della lingua tedesca in genere non costituisce un ostacolo all’occupazione, è forte la concorrenza, a livello occupazionale, di lavoratori slavi, portoghesi e turchi.

            Più in generale, è in diminuzione la pressione dei giovani sul mercato del lavoro, e ciò per effetto del calo demografico, che ha avuto inizio con gli anni ‘60.

            E’ in forte diminuzione anche la disponibilità dei valtellinesi ad occupare posti di lavoro umili e di basso livello, dove alla fatica si accompagnano il rischio per la salute e la scarsa considerazione sociale.

            La manodopera valtellinese è costosa ed esigente: costosa perché ha elevati rendimenti; le maggiori esigenze, un tempo sconosciute o irraggiungibili, invece, sono determinate anche e soprattutto dal livello di benessere generale raggiunto dalla società valtellinese e, quindi, dal singolo lavoratore e dalla sua famiglia. Esse riguardano il frequente ritorno a casa, l’occupazione attiva del tempo libero, la coltivazione delle amicizie, la manifestazione esteriore della propria dignità, e così via. Per tutte queste ragioni, il datore di lavoro elvetico preferisce ricorrere a manodopera proveniente da altre zone, che viene pagata di meno, è molto disponibile e meno esigente di quella valtellinese.

Comunque, nonostante queste ragioni, il lavoratore valtellinese è ancora molto apprezzato in Svizzera.

Nel comparto alberghiero, egli è nella prima scelta, al pari dello svizzero e del tedesco. Per fare carriera, e anche rapidamente, basta che abbia la buona volontà di apprendere la lingua tedesca, frequentando uno dei numerosi corsi che gli si offrono, anche mediante la propria struttura di lavoro. Non occupa più le mansioni umili e di fatica, sia in cucina, che in guardaroba, lavanderia o cantina. Con gli anni ‘70, tali mansioni sono passate a spagnoli, portoghesi e slavi.

Nell’edilizia, il valtellinese è molto apprezzato, ha buona possibilità di carriera, occupa gli stessi posti di alcuni anni fa, anche se, proporzionalmente, sono diminuiti coloro che svolgono mansioni di pura manovalanza e sono aumentati coloro che svolgono sia mansioni qualificate che di coordinamento e direzionali. Il cambiamento non è avvenuto tanto per il fatto che i valtellinesi, più esigenti e costosi, sono stati espulsi dalla concorrenza di portoghesi, spagnoli, slavi e turchi, quanto per la normale conseguenza del fatto che valtellinesi e lombardi non accettano più i lavori faticosi, totalmente despecializzati e di basso livello.

Nelle attività agricole, il calo della manodopera italiana è andato di pari passo con l’affievolirsi del peso economico di tale comparto. I valtellinesi non sono più presenti in modo massiccio, come in passato, quale manodopera generica nella zootecnia e nell’attività forestale. La loro residua presenza è nell’attività qualificata e specializzata.

Nel comparto dei servizi, le osservazioni che si possono fare sui mutamenti subiti dalla manodopera valtellinese sono più articolate. Nei trasporti ferroviari, nella sanità e nel commercio la presenza valtellinese non è mai stata significativa, sia per la consistente presenza di manodopera locale, sia per la scarsa conoscenza della lingua tedesca. Nel commercio vi sono significative presenze valtellinesi, ben radicate in attività autonome. Negli anni recenti, hanno comunque cominciato ad affacciarsi, in Engadina, alcune commesse ed impiegate valtellinesi, dotate però della conoscenza del tedesco. Nell’artigianato di servizio si è verificato un complesso di mutamenti che lascia ampi spazi a nuovi interventi; la manodopera valtellinese, da sempre diffusa nelle molteplici piccole attività delle valli interne al Canton Grigioni, in parte, si è andata riducendo quasi per effetto fisiologico, in parte, si è costruita piena autonomia di attività, dando vita ad aziende di ottima qualificazione.

Due sono le dotazioni strumentali che vengono ora richieste alla manodopera valtellinese perché concorra a soddisfare il fabbisogno di manodopera nel Ticino e, soprattutto, nel Grigioni: la conoscenza del mestiere e quella della lingua.

Conoscere il mestiere è un processo di impegno costante, che ha la sua radice nella scuola ed il suo svilupparsi nell’attività lavorativa pratica, ed è questo il requisito indispensabile per accedere alle nuove professioni, che non sono aree di attività riservate a pochi fortunati e particolarmente dotati. Si tratta, invece, perlopiù, di modi nuovi di manifestarsi delle professioni tradizionali, ma trasformate e modernizzate nel contenuto e nella forma, dall’innovazione tecnologica. Ciò che è più rilevante, allora, non è quindi l’impegno a preparare gli specialisti delle nuove tecnologie, bensì quello ad assicurare alla grande maggioranza dei lavoratori la necessaria preparazione di base e le possibilità di un aggiornamento costante sui nuovi strumenti di lavoro, dal punto di vista dei loro utilizzatori. Quanto qui evidenziato riguarda prioritariamente la nuova manodopera, ma anche quella già attiva, che ambisce, oltre alla conservazione del posto di lavoro, anche ad un avanzamento della professionalità personale.

Ha sempre destato meraviglia il fatto che, in provincia di Sondrio, non sia mai stata avvertita l’esigenza di apprendere la lingua tedesca, parlata in gran parte della confinante Svizzera, contrariamente a quanto avviene in moltissime aree di frontiera di vari paesi europei ed italiani. In provincia di Sondrio sono pochissime le scuole, dell’obbligo e non, nelle quali è stato introdotto il tedesco come lingua straniera. Il possesso della lingua tedesca sia come fatto acquisito sul campo sia, e soprattutto, come dotazione di partenza per la manodopera valtellinese è ritenuto come basilare per reggere la concorrenza sul mercato della manodopera svizzera, pena il decadimento e la scomparsa del flusso valtellinese dallo scenario occupazionale elvetico, e per aprire alla manodopera valtellinese disponibile comparti nuovi e molto qualificati  quali banche, pubblica amministrazione e lavori autonomi.

 

VANTAGGI E SVANTAGGI DELL’EMIGRAZIONE IN SVIZZERA

Sia il Paese di destinazione che quello di origine hanno tratto vantaggi e svantaggi dall’emigrazione.

La Svizzera, Paese d’immigrazione, ha sempre avuto bisogno di manodopera estera per soddisfare le esigenze del proprio mercato. I benefici che essa ha tratto dal fenomeno migratorio sono stati immediati sul piano socio-economico. Il primo, visto che inizialmente gli emigrati venivano utilizzati perlopiù in agricoltura e nei ristoranti, è consistito in un salto di qualità nell’impiego e nelle retribuzioni dei lavoratori indigeni. Un vantaggio immediato è venuto anche dalla creazione degli alloggi: chi aveva una camera in più, anche un semplice abbaino, trovava modo di affittarla agli immigrati. Con l’apertura, poi, delle fabbriche agli stranieri, si è innescato un ritmo di produzione raddoppiato o anche triplicato rispetto al precedente periodo e, visto che il mercato tirava, si fecero affari d’oro che sarebbero continuati se, a quel punto non fosse giunta la crisi a frenare, insieme alla produzione, anche l’emigrazione. La costruzione della nuova rete stradale, la necessità delle imprese di ampliare gli alloggi esistenti, oltre che di costruirne altri per ospitare gli emigranti, rilanciò il settore dell’edilizia e con esso molte attività complementari ad esso. Quindi, in un primo tempo, l’immigrazione portò vantaggi economici alla Confederazione Elvetica, ma, in un’ottica di lungo periodo, questi vantaggi vanno ridimensionati. Il motivo di ciò va ricercato nel fatto che la corsa alla super-produzione, con richiesta di manodopera senza limiti, nei periodi di boom economico, innesca un processo di rigonfiamento della situazione socio-economica. Infatti, per soddisfare le esigenze produttive, la Svizzera si serviva di emigranti: all’inizio, molti ai essi erano stagionali, per cui, finita la stagione, tornavano al loro Paese, ma col tempo, quegli stessi lavoratori non solo tendevano a tornare, ma rimanevano, finendo così per ingrossare le fila della popolazione presente nel territorio. Questi uomini, oltre a lavorare, si sposavano, davano vita a nuove famiglie ed esprimevano una serie di bisogni sociali: nasceva la necessità di creare nuovi alloggi, asili nido, scuole, e così via. Nella fase del boom, anche questo servì a produrre lavoro e ad incrementare i consumi, quindi la produzione. Nella fase recessiva, con un mercato saturo, sono rimaste tutte le strutture realizzate in passato e che continuano a comportare spese di gestione, senza che vi sia la contropartita in entrate. L’impennata socio-economica, inoltre, aveva generato molte esigenze anche tra gli autoctoni, che oggi comportano, per il loro soddisfacimento, risorse non più disponibili.

L’emigrazione porta benefici e svantaggi anche al Paese di partenza. La gente era disposta ad emigrare poiché le prospettive di lavoro erano scarse ed i soldi per mantenere tutta la famiglia pochi. Con l’emigrazione, i figli mensilmente mandavano a casa soldi sufficienti a rendere meno disagevole la vita dei familiari in patria. Con queste entrate, in breve, il libretto della spesa scomparì, ed arrivarono le prime confortevoli innovazioni nelle case, come l’acqua corrente, la cucina economica ed altre comodità che avrebbero rappresentato i primi passi sulla strada del consumismo. Sempre nel breve termine, i soldi degli emigranti vennero utilizzati per costruire o ristrutturare case. Altri benefici sono quelli derivanti dal contratto con un Paese diverso dal proprio per tradizione, cultura ed, in parte, lingua ed inoltre l’acquisizione di un alto grado di specializzazione e di professionalizzazione per coloro che lavorano negli alberghi e nel settore edile. Accanto ai vantaggi ci sono però gli svantaggi. E’ da considerarsi uno svantaggio avere dovuto vivere lontani dalla propria famiglia, allontanandosi da genitori e familiari coi quali venivano mantenuti contatti epistolari ed incontri sporadici e di breve durata. Perdite sono anche l’abbandono dei campi nei paesi di montagna, la mancata possibilità di cogliere le occasioni di sviluppo nel proprio Paese e lo sradicamento dalla propria terra, per andare a vivere in un’altra, che non è mai considerata propria. Questo fatto ha avuto anche ripercussioni sui figli: i figli degli emigranti valtellinesi in Svizzera spesso sanno tre lingue, grazie ad una formazione scolastica più avanzata di quella che avrebbero avuto in Italia, ma sono cittadini senza una radice, con i piedi in due culture diverse, quella italiana e quella svizzera.

 

Tratto dalla tesi “L'emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

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Editoriale

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