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L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (conclusioni)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

Sin dall’Unità d’Italia, l’intera economia della provincia di Sondrio è stata trainata dal settore agricolo, in particolare dalla zootecnia, dalla viticoltura e dalla frutticoltura. A partire dagli anni ’30, l’agricoltura vede progressivamente venir meno il suo ruolo e subisce un mutamento che produce una forte polarizzazione interna: da una parte, le poche, importanti, imprese di grandi dimensioni e, dall’altra, le numerose imprese condotte con il criterio del part¬time farming. Quest’ultima diventa la forma di conduzione più comune, anche perché l’agricoltura della zona, oggi, è diretta principalmente ad integrare i redditi derivanti dagli altri settori economici.

Il settore industriale, invece, ha sempre stentato a svilupparsi in provincia, per una serie di ragioni dovute alla morfologia del territorio, alla difficoltà delle comunicazioni stradali e ferroviarie ed alla mancanza di una tradizione industriale, cosa del resto naturale in una provincia che ha mantenuto a lungo un’economia a base prettamente agricola. L’unico comparto industriale sviluppatosi ampiamente in provincia è stato quello edilizio, legato soprattutto alla costruzione delle centrali idroelettriche. Per quanto riguarda l’aspetto dimensionale delle imprese industriali, le aziende di piccola dimensione prevalgono sulle grandi. Il territorio valtellinese mal si presta ad insediamenti produttivi che richiedono la disponibilità e l’utilizzo di spazi ragguardevoli. Per uno sviluppo industriale futuro, è necessario potenziare le infrastrutture, cercando di mantenere la massima compatibilità tra economia ed ambiente.

A partire dagli anni ’60, alla crisi del settore edile, fa riscontro la crescita del terziario, che, nel giro di pochi anni, diventa il settore più importante nella produzione di reddito provinciale, riuscendo ad assorbire la manodopera espulsa dagli altri due settori. Questo incredibile sviluppo è riconducibile sostanzialmente al potenziamento del credito e del turismo.

Il credito è basato essenzialmente sulla presenza di due banche locali: la Banca Popolare di Sondrio ed il Gruppo Bancario Credito Valtellinese, che sono fattori vitali ed indispensabili per la promozione e per l’evoluzione economica della provincia.

Lo sviluppo del turismo rappresenta, come si è notato, una specificità del processo di espansione del terziario in Valtellina. Dal secondo dopoguerra, si è avuta una valorizzazione del patrimonio naturale della valle, con un incremento dell’occupazione specifica nel ramo alberghiero ed effetti indotti sulla domanda di altri comparti collaterali, come gli impianti turistici, l’edilizia alberghiera, il commercio al minuto ed anche sui trasporti. Dalle molteplici interrelazioni tra questi settori, stimolate dall’espansione del turismo si producono effetti la cui positività è tanto maggiore quanto più stabili sono i flussi di beni e servizi richiesti. Una maggiore integrazione tra turismo ed attività artigianali, agricole ed industriali, o di servizi, a stagionalità inversa, può essere importante, anche al fine di compensare, per l’occupazione turistica, gli squilibri dovuti al suo carattere stagionale. Perché tutto ciò possa accadere, si impongono dei cambiamenti, sia nelle risorse umane che in quelle territoriali.

Tra le componenti dell’offerta turistica, vi è anche il commercio. L’organizzazione della rete commerciale va dimensionata, non solo sulla popolazione residente, ma anche sull’entità attesa dei flussi turistici e deve essere correlata qualitativamente allo stile di vita del particolare segmento di domanda che si rivolge alla località. Per il futuro, si richiederà agli operatori una maggiore specializzazione e professionalizzazione. Accanto alla funzione turistica del commercio, non bisogna dimenticare quella economica, legata all’apporto che esso offre alla formazione del reddito provinciale, attraverso un migliore utilizzo del “marchio Valtellina”, come segno distintivo dei prodotti locali.

Il miglioramento del terziario, tuttavia, non potrà avvenire senza un adeguato miglioramento delle infrastrutture stradali e ferroviarie, da sempre carenti e limitanti lo sviluppo economico e produttivo della valle, anche per la tortuosità del territorio.

Alla luce di questi richiami al quadro socio-economico della provincia di Sondrio, che si è ricostruito nella prima parte della tesi, si può riflettere, non solo sulle diverse fasi conosciute in passato del fenomeno migratorio, ma anche sulla loro possibile evoluzione in futuro.

L’emigrazione temporanea europea è sempre esistita e, anche oggi, ci sono molti lavoratori valtellinesi e valchiavennaschi che abbandonano la propria terra per recarsi temporaneamente (giornalmente, settimanalmente, annualmente) in Svizzera a fini di lavoro. Inizialmente, questa emigrazione riguardava persone specializzate, anche se poco qualificate professionalmente. In particolare, si trattava di giardinieri, boscaioli, ed agricoltori, domestici e personale di fatica in alberghi e case di cura, costretti ad emigrare a causa delle scarse opportunità occupazionali locali in quei comparti. La situazione lavorativa ed esistenziale oltralpe era dura, caratterizzata, da un lato, dall’assenza di tutela sul lavoro e, dall’altro, dal malessere derivante dalla lontananza dalle famiglie e dalla precarietà degli alloggi e delle condizioni di vita. Col passare degli anni, la situazione è migliorata. La manodopera italiana ha iniziato ad essere impiegata nell’edilizia, nel turismo, nell’artigianato e nel commercio. Dal punto di vista professionale, oggi il valtellinese è più qualificato rispetto al passato, anche grazie all’esperienza acquisita, e non svolge più i lavori umili di un tempo, lasciati agli extracomunitari. Tra le motivazioni che spingono i lavoratori valtellinesi verso la Svizzera prevale sempre quella connessa allo stato di necessità, dovuto alle ridotte opportunità lavorative offerte dalla provincia. Tuttavia, rispetto al passato, l’incidenza di questa motivazione è meno forte oggi: molti, decidono di emigrare perché meglio remunerati, altri perché più appagati professionalmente, altri per tradizione. Va comunque notato che, con l’entrata in vigore dell’euro, la motivazione economica sta progressivamente perdendo rilievo, in quanto i precedenti vantaggi, per i lavoratori italiani, legati al rapporto di cambio della lira con il franco svizzero, sono venuti meno.

Recentemente, le condizioni di vita e di lavoro in territorio elvetico sono cambiate, grazie alla conclusione di Accordi Bilaterali tra l’Italia e l’UE e la Confederazione Elvetica, che hanno consentito il superamento di una situazione discriminatoria, in materia di lavoro e di sicurezza sociale: con l’Accordo sulla libera circolazione della manodopera qualificata, si garantiscono ai lavoratori cittadini dell’UE, che si recano a lavorare nella Confederazione Elvetica, le stesse condizioni di vita, di occupazione e di lavoro di cui godono i cittadini autoctoni.

Nel quadro dell’antica tradizione migratoria della provincia, si inserisce anche il fenomeno del frontalierato valtellinese verso la vicina Svizzera: i residenti nelle zone di frontiera della provincia hanno sempre trovato molto vantaggioso, dal punto di vista economico, l’impiego oltre confine, che permetteva loro di mantenere le famiglie nel paese d’origine, facendovi ritorno tutte le sere, evitando così lo spiacevole fenomeno dello sradicamento riducendo le spese di vitto e alloggio, molto onerose in terra straniera.

Nonostante questa lunga tradizione, mancano dati accurati e sistematici sul fenomeno. Ai fini della tesi ci siamo avvalsi di dati gentilmente forniti dal centro Immigration, Integration, Emigration Suisse (IMES), dall’Organisation de Coopération et de Développement Economiques (OCDE) e dal Système d’Observation Permanente des Migrations (SOPEMI) di Berna, dalla Comunità Montana Alta Valtellina, dalla Provincia di Sondrio, dal Centro per l’Innovazione Tecnico-Educativa (CITE) della Regione Lombardia, dal Consiglio Sindacale Interregionale Lombardia-Sondrio-Grigioni e dalla CGIL di Como. Tuttavia, i dati sul fenomeno non sono chiari, né facilmente reperibili: a seconda dell’istituto che promuove l’indagine, la definizione di lavoratore frontaliero è diversa. Alcuni, infatti, considerano frontaliere colui che si reca temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, senza che ci sia l’obbligo di tornare in patria giornalmente. Anche per il futuro si è piuttosto incerti: l’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone prevede, già dal 2004, l’eliminazione del permesso di soggiorno per questa categoria di lavoratori, il che rende ancora più difficoltosa la ricerca dei dati, fino a questo momento ottenuti anche grazie all’Ufficio Federale degli Stranieri di Berna, che si occupa del rilascio dei permessi.

Il numero di permessi di lavoro frontaliero, conosciuti come “permessi G”, sta progressivamente diminuendo per una serie di ragioni. Oltre all’entrata in vigore dell’euro, cui si è già accennato, che ha reso meno conveniente il trasferimento oltre confine per lavoro, hanno influito su questa flessione altri due fattori: la crisi occupazionale dei settori dove venivano usualmente occupati i lavoratori valtellinesi, che negli ultimi anni ha colpito tutta la Svizzera, e la concorrenza della manodopera extra-comunitaria, più disponibile a lavori umili e di fatica ed economicamente più vantaggiosa per i datori di lavoro.

I frontalieri sono tuttora accolti positivamente dal mercato di lavoro svizzero, non solo per la vicinanza delle due culture, ma soprattutto perché essi suppliscono alla carenza di manodopera senza pesare sul sistema elvetico per quanto riguarda i sevizi socio-assistenziali, pagati ed usufruiti nel Paese d’origine.

Nonostante i motivi che hanno recentemente determinato una diminuzione dei permessi di tipo “G”, in prospettiva, si può ritenere che il fenomeno non scomparirà. I lavoratori valtellinesi, tuttavia, per contrastare la crisi dovranno puntare su due fattori: da un lato, una maggiore qualificazione professionale, conseguita attraverso corsi finalizzati alla riqualificazione ed alla riconversione, dall’altro, l’apprendimento della lingua tedesca, ormai elemento indispensabile per poter lavorare nella vicina Svizzera.

Quest’ultimo fattore è sempre stato trascurato, non solo dagli emigranti della prima generazione, ma anche dalla autorità scolastiche italiane, le quali dovranno adeguare i programmi ed i metodi di insegnamento nella scuola dell’obbligo ed in quella professionale, per facilitare l’inserimento dei giovani valtellinesi nel mercato del lavoro elvetico.

 

- ultima parte -

 

Tratto dalla tesi “L'emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

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Editoriale

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