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61° Lindau Nobel Laureates Meeting: testimonianza di Serena Bonomi

Una giovane ricercatrice in medicina, lombarda della Val Camonica, attualmente presso l’Università di Pavia, all’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IGM-CNR).
61° Lindau Nobel Laureates Meeting: testimonianza di Serena Bonomi

Serena Bonomi

Mi chiamo Serena Bonomi, ho 27 anni e sono nata in Val Camonica, una valle situata giusto sopra il lago d’Iseo, in provincia di BS.

I primi studi sono stati per me di carattere socio-umanistico, frequentando il Liceo socio-psico-pedagogico. L’interesse spiccato verso le materie scientifiche e la ricerca mi ha spinto poi ad optare per un percorso universitario scientifico: Laurea di primo livello (triennale) in Biotecnologie seguita da Laurea Specialistica in Biologia sperimentale e applicata, ad indirizzo molecolare. Ho studiato e conseguito entrambe le lauree a Pavia.

Attualmente svolgo il Dottorato di Ricerca in Scienze Genetiche e Biomolecolari dell’Università di Pavia, effettuando la mia attività di ricerca presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IGM-CNR) di Pavia.

 

Dal 1951, ogni anno viene organizzato a Lindau un Meeting fra i più importanti a livello internazionale, in quanto racchiude l’opportunità unica di “trascorrere” del tempo con Premi Nobel e giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo.

I numeri di quest’anno: 25 Nobel Laureates e 568 giovani ricercatori provenienti da ben 80 paesi diversi. Dalla Germania alla Nigeria, dalla Norvegia all’Armenia (ebbene sì, ho avuto l’occasione di conoscere un armeno!), dall’Australia alla Svezia all’Uruguay fino…all’Italia. Ho condiviso questa meravigliosa esperienza con altri 6 giovani ricercatori italiani, 5 ragazze e 1 ragazzo. La componente italiana del Meeting è stata incrementata dai cosiddetti “cervelli in fuga”, che preferisco nominare come italiani che svolgono ricerca all’estero!

Perché questo Meeting si distingue dagli altri congressi? Internazionalità, multiculturalità, interdisciplinarietà, organizzazione e scopo: “Educate. Inspire. Connect”. Spieghiamoci meglio. A Lindau le tematiche trattate sono – o appaiono – infinite: Premi Nobel con background e storie diverse vengono a raccontare la loro esperienza, il loro modo di fare scienza, le loro attitudini, i consigli, il loro punto di vista sul futuro. E giovani ricercatori con altrettante basi differenti recepiscono, metabolizzano, rispondono e soprattutto interagiscono, scambiano, barattano idee concetti scienza con gli altri partecipanti.

Ma non solo. A Lindau i Premi Nobel non vanno (solo) per insegnare. Vanno per ascoltare, per capire, per entrare nel nostro mondo, per fare da mentori a questi giovani ricercatori ancora un po’ allo sbaraglio nel mondo gigante e difficile della ricerca. Vanno per apprendere l’entusiasmo, le paure, i dubbi, le motivazioni della nuova generazione di scienziati. Lo ha ben espresso Ciechanover, Nobel per la chimica nel 2004, per la scoperta del sistema di degradazione delle proteine mediato da ubiquitina, che ha scritto: “Well, I have never told the organizers, but while they think I come to teach, as a matter of fact, I come to learn and be taught”.

Prima di partire ho descritto Lindau come un ponte, un ponte fra noi giovani ricercatori e loro, Grandi menti della scienza, spesso Miti di cui abbiamo letto nei libri o di cui ci hanno parlato i professori all’Università. Elizabeth Blackburn ne è per me un esempio. Premio Nobel nel 2009 per i suoi studi sui telomeri. Ai tempi dell’esame di biologia molecolare restavo incantata dalla storia della sua scoperta e sarebbe sicuramente stato un sogno quello di poterla incontrare, fermare, interrogare e consultare.

Confermo la mia metafora, Lindau come ponte, ma la integro. Lindau non è un ponte pre-costruito. No. Lindau rappresenta un ponte in costruzione. Ecco che arriviamo e ci vengono forniti i materiali necessari, legno, acciaio, calcestruzzo armato, nonché gli utensili del mestiere. Tocca a noi costruire travi, impalcato e pilastri. Loro ci preparano le fondamenta e un abbozzo del progetto.

Cosa significa in concreto? Significa che a differenza dei convegni in cui si affrontano seminari e lezioni unidirezionali, il Meeting di Lindau è organizzato in modo da creare discussione e connessione. Per farvi capire meglio ecco un prototipo della giornata. Mattina: plenary lectures, ovvero i Premi Nobel tengono un seminario di portata differente e scelta da loro, alcuni rigorosamente scientifici, altri più storici. Dopo pranzo, occasione di scambio fra giovani ricercatori, le parallel discussion sessions: i Premi Nobel si dividono mettendosi a nostra disposizione, in un clima rilassato e intimo, per discutere di scienza ma anche di cosa significhi essere un valido scienziato . Unico problema: scegliere fra le diverse sessioni parallele e desiderare ardentemente il dono dell’ubiquità!!!

La serata organizzata in modo da creare motivi di scambio fra Nobel e giovani: cene, danze, grigliate. Questi momenti sono i “migliori” per poter interagire personalmente con i Premi Nobel, sempre disponibili a una chiacchierata, a rispondere a quesiti e a porne a loro volta.

Altri due eventi scientifici molto interessanti sono il “turning the table” in cui alcuni giovani ricercatori, da un lato del tavolo, si trovano a rispondere a domande poste da alcuni Nobel, seduti di fronte a loro, e la “science masterclass”, dove alcuni giovani ricercatori espongono i loro progetti e il Nobel diventa un mediatore che stimola e media la discussione fra noi scienziati in erba. Incredibilmente motivante e carico di ispirazione, questo evento è fra quelli che ho preferito.

Gli insegnamenti che si portano a casa sono davvero molti. I Laureates ci motivano, ci danno grinta, dicono di andare avanti, non seguire la corrente, crederci ma scegliere qualcosa che ci piace, che possiamo fare e studiare con passione:

“all is not lost…it’s up to you to do better. Good luck”

“who never makes mistakes never gets important discoveries”

Sono consapevoli delle difficoltà:

“you know where you are starting, but not where your research project will come”

“science teaches you that you may always be wrong”

“you need luck…to be in the right place in the right time”

E sono pronti a fornire consigli:

“your mentor is just a human being”

“you have to filter out your goals”

(la maggior parte di queste frasi è estratta dagli incontri con Ciechanover, de Duve, Nobel per la fisiologia e medicina nel 1974, Fisher, Nobel per la fisiologia e medicina nel 1992, ma i contributi sono sicuramente maggiori, molte frasi appuntate sul mio “diario di bordo” non riportano l’autore!).

Prima di partire avevo paura di non trovare un mio posto nel mondo della scienza…ora, grazie anche alla loro capacità di dare fiducia, sento che questo mondo è vasto e un micro-posto potrò trovarlo anch’io. Prima di partire mi interrogavo sul rapporto fra scienza e società. Oggi mi rendo conto di quanto sia importante ragionare in questi termini, di quanto grandi menti come Premi Nobel siano impegnati nel sociale e nell’affrontare problematiche globali. Prima di partire mi chiedevo: cosa vorrà dire essere un bravo ricercatore? Ora…bene, mi pongo la stessa domanda. Questo perché non c’è un solo modo di essere bravi scienziati. Ogni giovane ricercatore incontrato, ogni Nobel, così come ogni ricercatore che possiamo conoscere durante la nostra carriera, si contraddistingue per delle caratteristiche, delle qualità, delle competenze e dall’altro lato, anche per delle “pecche”. Questo perché in fondo “we are just human beings”. Prima del ruolo di scienziati, prima dell’etichetta di ricercatore, prima di tutto siamo esseri umani.

 

Di Antonella De Bonis

4/10/2011

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Editoriale

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