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L'alpinismo piange Mario Merelli

La guarda dritta negli occhi quella montagna, mamma Luigina. Poi lo sguardo è tutto per Mario e scoppia in un pianto lungo e silenzioso, china su di lui. Chiama il nome di suo figlio e si appoggia alla stampella che non regge il peso di un dolore così grande. «Mamma dice che ha finito di vivere - racconta la primogenita Raffaella -. Poi chiede scusa a me e a Dino, perché, dice, lo so che ci siete anche voi».

Mario Merelli, il famoso alpinista bergamasco di 49 anni, un re degli «ottomila» per aver scalato le più alte vette del mondo, è morto mercoledì 18 gennaio alle 7,15 di mattina precipitando dal pizzo Scais a Valbondione, una delle «sue» montagne. «Scriva solo che era tanto buono», dice la mamma. Oggi non ha che le sue lacrime da dedicare al figlio che, a ogni splendida conquista, faceva il suo nome. Anche da quando al fianco di Merelli c'era Mireia Giralt, atleta catalana con la passione per la montagna diventata sua moglie nel 2009.

 

Chissà perché quello sperone, quel maledetto pezzo di roccia rimasto lì per chissà quanto tempo, ha deciso di staccarsi proprio ieri, sotto il Torrione Curò, causando la tragica caduta di Mario, volato per circa 300 metri e recuperato senza vita in fondo alla Vedretta di Scais. Se lo stanno chiedendo in tanti dalle parti di Lizzola e se lo chiederanno in tanti per giorni e forse anche nei prossimi mesi, per non dire anni.

 

Perché in fondo c'è solo una risposta che non soddisfa, lascia l'amaro in bocca, ed è quella che, sempre ieri, si è dato anche Paolo Valoti, ex presidente del Cai e compagno di cordata nell'alpinista nel tragico incidente sulle pendici dello Scais. Si riassume in una parola: fatalità. «Purtroppo - racconta Valoti con una voce che che dice più di mille parole - è proprio così. Ripensando a ciò che è capitato non c'è malauguratamente esperienza  o prudenza che tenga».

 

La roccia sbagliata, al momento sbagliato e l'imponderabile che non lascia scampo: «Il sasso l'ha colpito al ventre sbilanciandolo - continua Valoti -, Mario si è girato di schiena e non è riuscito più a fermarsi». Il resto è la cronaca concitata quanto inutile dei soccorsi. «Mario era una persona generosa, un grande esempio di altruismo che lascerà un vuoto incolmabile nella comunità della gente di montagna».

 

«Purtroppo - commenta affranto Piermario Marcolin, presidente Cai di Bergamo - la nostra grande famiglia perde l'ennesimo figlio. Non è il primo lutto nel mondo dell'alpinismo bergamasco e con Mario se ne va una davvero figura esemplare. Mario era l'espressione dell'umiltà, della tenacia, ma anche della consapevolezza dei limiti umani. Proprio questa sua qualità, così difficile da coltivare per chi pratica sport estremi mi aveva appassionato a lui. La mia idea di Mario Merelli era quella dell'alpinista eterno, era prudente e al tempo stesso intrigato dalla sfida».

 

«È morto - continua Marcolin - sulle montagne che conosceva meglio, quelle che l'hanno fatto crescere e diventare un campione, quelle che guardava quando si affacciava alla finestra di casa sua. Le stesse montagne bergamasche definite dai tecnici "pericolose" per la consistenza non così indistruttibile come altre catene montuose. Montagne difficili, proprio quelle che hanno generato e svezzato i grandi alpinisti. Il mio pensiero corre e nei miei ricordi si accavallano campioni di oggi e del passato. Uno su tutti Roby Piantoni». I funerali dell'alpinista sabato alle 14,30 a Lizzola.

 

www.ecodibergamo.it

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