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I canti della filanda. Narrazioni legate alla produzione serica comasca

Pubblichiamo la prima puntata della ricerca "I canti della filanda", narrazioni di vicende, tra ‘700 e ‘800, legate alla produzione serica comasca tratte dai documenti d’archivio

INTRODUZIONE

di Giorgio Mauri

 

“Ciò che più guadagna al paese è l’allevamento de’ filugelli, e per essi vennero a migliorarsi le abitazioni rusticali e a mutar aspetto e coltura ai terreni, spingendo il gelso fin dove il monte può tolleralo.

Queste piante furono nel Comasco divulgate di buon ora, e nel 1507 il cronista Muralto dicea che le campagne qui davano immagine di una selva di gelsi”.

Così scrive nel 1859 Cesare Cantù nelle pagine dedicate a Como e al suo territorio, tratte dalla famosa “Grande illustrazione del Lombardo Veneto”.

 

LA GELSIBACHICOLTURA

di Magda Noseda

Il territorio Comasco male si prestava ad una agricoltura produttiva intensiva: le relazioni redatte in seguito alle operazioni del censimento voluto da Carlo VI d’Absburgo e da sua figlia Maria Teresa nel Settecento definiscono impietosamente il nostro territorio: Fra le province di questo Stato egli è certo che la Comasca è quella che meno tiene di pianura e di terreno fruttifero…

Livelli produttivi inadeguati non solo alle avventure del mercato, ma anche alle esigenze di mantenimento della popolazione locale (nella montagna non vi è altro raccolto che la segale, poco panico e…castagne).

In questo panorama poco confortante, unica eccezione era rappresentata dalla Gelsibachicoltura che, proprio nel Settecento, da un ruolo secondario assume una posizione di notevole rilievo.

Si incrementa la piantagione di gelsi (moltissimi ne troviamo disegnati dai geometri di Maria Teresa d’Austria sulle mappe del Catasto) che trascina un parallelo aumento dell’allevamento dei bachi e quindi della produzione di bozzoli.

Le aree di maggior radicamento di questa attività sono quelle della Brianza sud-orientale, tra Lecco e Milano, e di quella propriamente Comasca, dove le condizioni contrattuali sembrano incentivare i coloni alla cura del gelso e dei bachi, malgrado le diffidenze iniziali perché la pianta con la sua ombra danneggia il seminato circostante e la foglia è interamente riservata al padrone e non al colono.

Nell’Ottocento la coltivazione del gelso si estende a dismisura tanto da modificare il paesaggio (i gelsi vengono addirittura contati sui registri del Catasto Lombardo-Veneto).

L’esplosione del gelso porta ad ingrossare le fortune di alcuni ma, essendo coltivato a svantaggio dei cereali, del castagno, dell’ulivo, porta anche a peggiorare il livello di alimentazione delle popolazioni rurali.

Le vicende del gelso diventano tempestose a metà dell’Ottocento. Dopo un costante incremento produttivo negli anni Venti-Trenta, una flessione negli anni Quaranta annuncia i successivi disastri con la comparsa, negli anni Cinquanta, della pebrina o atrofia dei bachi, tanto che nel 1856 la produzione dei bozzoli si dimezza.

Solo a metà degli anni’70 dell’Ottocento la crisi sembra superata, anche se alla diaspis pare non si riesca a porre un rimedio definitivo e la gelsibachicoltura è condannata al declino: i coltivatori valutando gli sforzi richiesti per l’allevamento del baco e li giudicarono non più sopportabili. Questo atteggiamento è palesemente dovuto al miglioramento delle condizioni di vita delle classi agricole.

Gli anni compresi tra il 1929 e il 1933 vedono un ulteriore crollo della bachicoltura (i bozzoli prodotti passano da 1.336.558 chili degli anni 1926-30 ai 579.007 chili del 1931-1935) quindi a 207.000 degli anni 1941-1945 e 126.000 degli anni 1946-1950. In 25 anni, compromessa dalla forte flessione dei prezzi determinata dalla cospicua produzione giapponese e dal crescente impiego di fibre artificiali, il contributo Comasco alla produzione nazionale dei bozzoli scende dal 2,6 allo 0,7 per cento per poi scomparire definitivamente.

La cessazione della produzione dei bozzoli provoca un sensibile cambiamento del paesaggio delle nostre campagne: i gelsi non più utili vengono abbandonati o sradicati. Ora conosciamo il loro aspetto quasi solo dalle vecchie fotografie.

CATA LA FOEUJA

Cata la foeuja, cattan assè,

hin de la prima i cavalè

la ghe voeur verda, minga bagnada

porten a cà ona sgerlada,

Cata la foeuja, cattan pussè

hin la segunda i cavalè

de la terza e quarta dà buna voeuia

tre volt al dè gha voeur la fouja.

Ma quand ‘naran al bosch a fa la seda

allora tutta la cà serà indurada

o quantu fadigà però missè

a vent tutt i gallet quant danè.

Va innanz cattà la foeuja,

va innanz cattan pussè,

ca l’è on affar d’or

avech i cavalè.

Va innanz cattà la foeuja,

va innanz cattan pussè

ca l’è on affar d’or

avech i cavalè.

Va innanz cattà la foeuja

Va innanz cattan pussè,

ca l’è on affar d’or

avech i cavalè.


CATA LA FOEUJA

di Lucia Ronchetti

 

Centemero, 1856 dal fascicolo processuale 99/1856 per “furto di foglia da gelso”

Che sorpresa quando Luigi Ghezzi scoprì che da un suo fondo, in territorio Centemero, furono spogliati di foglia 46 gelsi, cagionandogli un danno di £ 25!

Ma io che la foglia l’ho presa, l’ho fatto perché me l’ha permesso certo Mario Decio, affittuario del padrone.

Tre testimoni mi hanno visto mentre tagliavo i rami in pieno giorno e ora accusano me, Domenico Mapelli, di aver levato la foglia senza permesso. Interrogato cercavo di giustificarmi di quella manomissione dicendo che mi adoperavo per preparare l’innesto delle piante, come mi era stato ordinato.

E come mi era comodo avere tutta quella foglia proprio a fine maggio! Quando i gallett ne mangiano così tanta, li avrei fatti fruttare bene quest’anno i bozzoli che avevo comprato e che tenevo ‘n del lett! ca l’è on affar d’or! E invece adesso il Mario Decio dice che io ho agito di mia iniziativa e che non ho mai ricevuto ordini da lui in questo senso.

Il verbale del Tribunale recita “Si appurò però che tali dichiarazioni non rispondevano a verità e che l’innesto; in questa stagione, è contrario ad ogni regola dell’agricoltura, lorché prova maggiormente il suo fatto arbitrario e la mancanza di un ordine che possa in qualche modo giustificarlo.”

E di me, Domenico Mapelli, che ho quattro figli piccoli da mantenere dicono che “Avendo fama di persona alquanto tenace del proprio interesse, la pubblica opinione riconoscendo in lui così vivo tale potente eccitamento, lascerebbe trapelare dei dubbi sulla sua onestà, temendo che per amore di lucro possa lasciarsi trascorrere ad agire con meno lealtà del dovere. Trae i propri mezzi di sussistenza dai lavori di contadino, tenendo fondi e case in affitto. Della di lui capacità di compromettersi per mire di lucro nulla si può dire di politico, non avendosi in argomento dati sicuri e fondati.” Oh Signur! La fame, la chiamano potente eccitamento! Anche il parroco ha certificato che siamo poveri, con l’attestato di miserabilità.

Neppure le suppliche de la mia mié, meschinetta, che due gliene hanno fatto sottoscrivere con la croce, hanno mosso a pietà i giudici. Le hanno fatto firmare una lettera che dice “Carica del peso di quattro teneri figliuoli senza parentorio appoggio, contadina nel commiserando stato di indigenza, la sottoscritta innalza supplica, sperando nella decantata bontà, saviezza e giustizia dell’Illustre Presidente del Tribunale, di vedere ridonato alla libertà l’infelice e gemente marito”. Povera donna, chissà cosa ne avrà capito!

Ma “La giustizia deve fare il suo corso e chi ha sbagliato deve pagare!” Così hanno detto e poi mi hanno fatto alzare all’impiedi e hanno dichiarato “A seguito dell’istruzione della pratica, Domenico Mapelli vien dichiarato reo del crimine di furto e per ciò condannato in via di mitigazione alla pena di un mese di carcere duro con l’inasprimento del digiuno nel primo ed ultimo venerdì, e condannato altresì al pagamento delle spese processuali.”

Ma ma mi capissi no il mutiv del perché, non lo sanno lor signori che per far crescere i galett, se dev catà la foeuia?

 

SAN GIOBBE E LA MADONNA DELLE GALLETTE

di Giorgio Mauri

Un capitolo interessante è quello dedicato alle tradizioni popolari, alle superstizioni e ai riti sacri e profani sorti interno all’allevamento del baco da seta.

Nella tradizione popolare il protettore dei bachi e dei suoi allevatori era San Giobbe. Il culto di questo santo è antichissimo e la sua origine molto complessa, come hanno rilevato, ad esempio, gli studi di Claudio Zanier.

Rimane ancora molto da indagare per capire come dalla figura biblica di Giobbe, comune a cristiani e mussulmani – Job e Ayyub – sia sorta la leggenda che lega a questo personaggio sofferente e piagato l’origine del gelso e dei bachi da seta.

Si tratta di una leggenda che si è diffusa nelle regioni della gelsi bachicoltura e con lei ha viaggiato. In Italia, probabilmente, è approdata nel XIV secolo. Nella seconda metà dell’Ottocento, Angela Nardo Cibele ha avuto modo di ritrovarla, pressoché intatta, in uno straordinario racconto contadinesco, raccolto nella zona di Belluno e Feltre.

La leggenda, qui sintetizzata in italiano, narra la storia di Giobbe e delle sue sofferenze.

Giobbe era un sant’uomo, e non faceva mai peccato. Una volta il diavolo disse al Signore: “Che meraviglia, se non fa mai peccato! Ha tutto quello che vuole!”

Allora il Signore disse: Fa’ di Giobbe quello che vuoi!”.

Il diavolo, per prima cosa, tolse a Giobbe tutte le sue ricchezze. Ma Giobbe non si lamentò, tolse a Giobbe tutte le sue ricchezze. Ma Giobbe non si lamentò. Allora gli mandò malattia. E Giobbe la sopportò.

Il diavolo, allora, aggravò il male e il corpo di Giobbe si riempì di piaghe puzzolenti piene di vermi. Un giorno la moglie prese Giobbe e lo portò lontano da casa e lo pose sopra un letamaio: tutti coloro che passavano lo deridevano. Ma egli non si lamentava.

Intanto sul letamaio crebbe un albero dalle belle foglie verdi, che faceva a Giobbe una magnifica ombra e i vermi si arrampicarono sui rami dell’albero. Giobbe pregava sempre.

Allora il Signore, visto che Giobbe non commetteva mai peccato, andò dal diavolo e “Visto”, gli disse, “come Giobbe è stato paziente? Adesso su di lui comando io!”.

Il Signore diede a Giobbe il doppio delle ricchezze che possedeva e pose fine alla sua malattia.

Trasformò l’albero del letamaio in gelso e i vermi diventarono bachi da seta.

Giobbe poté tornare con la sua famiglia e diventò vecchio, ricco e contento.

La leggenda è una testimonianza del processo di santificazione popolare del personaggio, che, però, vista la sua origine vetero-testamentaria e le contaminazioni leggendarie della sua figura, risultò per la chiesa un santo scomodo, soprattutto nell’età della Controriforma. Si cercò allora di sostituirne il culto con quello della Madonna – La Madonna delle gallette – e di altri santi, ad esempio San Rocco, anche lui piagato ad una gamba, e Sant’Isidoro, già protettore dei contadini.

Ma il culto di san Giobbe durò tra il popolo e rifiorì, questa volta favorito anche dall’autorità ecclesiastica, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento.

Fu questo, infatti, il periodo della fioritura delle pitture murali raffiguranti il santo. In Brianza ne esistono vari esemplari – circa una trentina -, dispersi tra le varie casine.

La festa di San Giobbe era celebrata il 10 maggio.

Era devozione dei contadini di Brianza recarsi alla Madonna del bosco, ad Imbersago, o alla chiesa del Lazzaretto di Oggiono, o, ancora, a Tremonico di Cassago, presso i moort de la Viscunta, cioè al mausoleo dei Visconti, dove era conservato un dipinto raffigurante San Giobbe. Qui si celebrava la festa del santo, detto Saiòp. I contadini portavano dei rametti di gelso e la carta di cavalée, comperavano i maistà, cioè le immagini del Santo Crocefisso di Como o di San Giobbe, da porre nei locali destinati all’allevamento dei bachi per proteggerli dalle formiche o dalle malattie.

Il CRISTÉE

di Giorgio Mauri


Un altro tipico rituale, connesso con l’allevamento dei bachi, diffuso nell’Alto Milanese, nella Brianza e nel Comasco, in cui si confondevano elementi magico popolari e forme del rito cristiano, era il Cristée.

Ne fece un primo accenno il Cherubini nel suo famoso Dizionario. La prima a parlarne in maniera diffusa fu, però, Adelaide Spreafico nel 1959. Dopo di lei, altri studiosi approfondirono l’argomento: Roberto Leydi ne raccolse una testimonianza a Seregno, Franca Pirovano nella zona di Briosco, Mariarosa Gambirasi in quella di Casatenovo e Massimo Pirovano a Gaggio di Nibionno.

Diverse sono le versioni del rito. In sostanza, però, si trattava di dare la benedizione ai locali in cui avveniva l’allevamento dei bachi. Ma i protagonisti del rito erano dei ragazzi, che, durante la settimana santa, giravano attraverso le vie del paese, portando il Cristée, cioè una croce con i simboli della Passione e una ghirlanda di alloro e fiori. Entravano nelle case – nella bigatera, se c’era percuotendo con il loro bastone il soffitto e intercalando un inno sulla Passione con ritornelli profani. Il tutto era accompagnato dalla raccolta di offerte.

Per gentile concessione dell'Archivio di Stato di Como

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Editoriale

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