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I canti della filanda. Seconda puntata

Pubblichiamo il secondo appuntamento con le narrazioni di vicende, tra ‘700 e ‘800, legate alla produzione serica comasca e canti tradizionali di svago e di protesta del mondo della filanda
 

‘L CRISTÉE

O donne siamo

qui a cantare il Cristée

per far andare bene i bachi

se mi darete qualche ovetto

faremo andare bene anche

i bozzoli se mi darete

un palancone faremo andare

bene anche i marcioni.

 

‘L CRISTÉE

O donn sem chi a cantà ‘l Cristée

de fa ‘nda ben i cavalee

se me darì un quei uvètt

farem ‘ndà ben anche i galètt

se me darì un palancun

farem ‘ndà ben anca i marciun

O feri flagelli che al mio buon Signore

le carni straziate con tanto dolore,

non date più pene al caro mio bene

non più termentate l’amato Gesù

ferite quest’alma che causa ne fu

O donn sem chi a cantà ‘l Cristée

O spine crudeli che al mio buon Signore

la testa pungete con tanto dolore

non date più pene al caro mio bene

non più tormentate l’amato Gesù

ferite quest’alma che causa ne fu

O donn sem chi a cantà ‘l Cristée

 

Un rito come questo si presta indubbiamente a svariate interpretazioni. La Spreafico l’ha visto come una commistione di sacro e profano: l’elemento religioso le sembrava in effetti alquanto posticcio. Secondo Leydi era un rito a sfondo magico protettivo: era, infatti, la dimostrazione di come la cultura contadina, che aveva inglobato nel suo sistema la pratica della bachicoltura avesse riutilizzato e adattato pratiche magiche e protettive preesistenti.

Secondo Massimo Pirovano il Cristée potrebbe essere considerato come uno dei riti processionali diffusi in tutta Europa per il calendimaggio, festa di propiziazione dalle origini pagane, imperniata sull’impiego di simboli vegetali.

La patina religiosa era destinata unicamente a rafforzare l’azione magica del rito il cui significato era prima di tutto economico e sociale.

 

LA MIA MOROSA CARA

La mia morosa cara

la fa la filandera

la vegn a cà la sera

col scossarin bagnà

la vegn a cà la sera

col scossalina bagnà

col scossalina bagnato

quel fior di primavera

la vegn a cà la sera

a far l’amor con me

la vegn a cà la sera

a far l’amor con me

a far l’amor di sera

se ciappa la rusada

e mi che l’hoo ciappada

so ben che mal la fa

e mi che l’hoo ciappada

so ben che mal la fa

la mia morosa cara

la fa la filandera

la vegn a cà la sera

col scossalina bagnà

col scossalina bagnato

la se sugava gli occhi

vedè quei giovanotti

vederli andà soldà

vedè quei giovinotti

vederli aandà a soldà

vedrli andà soldati

vederli andà alla guerra

vedei cascà per terra

che pena che dolor

vedi cascà pèer terra

che pena che dolor

la mia morosa cara …

E MI SUN CHĺ IN FILANDA

E mi sun chì in filanda

specci che ‘l vegna sire,

che ‘l mè murus el riva

che ‘l me murus el riva

e mi sun chì in filanda

specci che ‘l vegna sira

che ‘l mè murus el riva

per compagnarmi a cà.

Per compagnarmi a casa

per compagnarmi a letto

si lè un bel giovinetto

bravo di fare l’amor.

 

E LEE LA VA IN FILANDA

E lee la va in filanda

lavorà, lavorà, lavorà

e lee la va in filanda

lavorà pel suo bel morettin.

E lee la va in stanzetta

fa su ‘l lett, là su ‘l lett, fa su ‘l lett

e lee la va in stanzetta

fa su ‘l lett pel suo bel morettin.

E lee la và in giardino,

coglie i fior, coglie i fior, coglie i fior,

e lee la và in giardino

coglie i fior pel suo bel morettin.

E lee la và in cantina,

cava il vin, cava il vin, cava il vin,

e lee la và in cantina,

cava el vin pel suo bel morettin.

O morettino mio,

morirai, morirai, morirai,

o morettino mio

morirai sotto i roeud del tranvai.

E lee la va in filanda

lavorà, lavorà, lavorà,

e lee la va in filanda

lavorà pel suo bel morettin …

 

DOVE E’ LA RAGIONE E DOVE E’ IL TORTO?

di Magda Noseda

Como, 1790-1791, dal Fondo Camera di Commercio di Como, b. 22

 

La storia della mano d’opera industriale dalla metà del Settecento a tutto l’Ottocento è, come è noto, quasi sempre una storia di miseria e di sfruttamento.

Anche Como non sfugge alle regole generali: un proletariato spessissimo in preda ai bisogni più impellenti e che temeva la mancanza di lavoro come il peggiore dei mali. Assolutamente sprovvisto di risparmi, senza sussidi, nei periodi di crisi pativa la fame.

Queste affermazioni sono del tutto veritiere o costituiscono un luogo comune? Malgrado la loro povertà e instabilità di vita, i lavoratori cercavano davvero il lavoro? Si sottoponevano alla sua severa disciplina, intesa nel senso moderno del termine? Vi era una coscienza del “dovere” dell’impegno assunto, della promessa di ottemperare ad una qualità del prodotto e soprattutto la preoccupazione di attenersi ad una tempistica?

Vediamo come i lavoratori sono tutt’altro che persone prive di difetti!

1) Iniziamo il piccolo flash back con il giorno 19 novembre 1790. Nella Fabbrica di seta Stoppa e Bianchi tre lavoranti del Capo Fabbrica Ludovico Camporino, cioè Giuseppe Bernascone, Francesco Camporino e Carlo Doninelli avendo le pezze a telaro di somma premura sono partiti dalla bottega alle ore dodeci e non sono più ritornati…

Si riferisce inoltre che Domenico Malinverno detto il Covazza del borgo di San Vitale che lavora dal capo fabbrica Giorgio Torri nel circondario di San Lorenzo ha minacciato il suo padrone per avergli negato, con ragione, il ben servito (=una lettera nella quale si dichiarava di essere stato servito a dovere con fedeltà, assolutamente necessaria per accedere ad altro lavoro) a motivo di non essere stato avvisato in tempo e si avverte che il suddetto Malinverno anche un’altra volta si è avventato sulla pubblica strada contro Carlo Catena che era allora il suo padrone.

2) Siamo nel mese di gennaio del 1791, Pietro Valperta il giorno 24 rende noto di avere nella sua bottega tale Giuseppe Bianchi figlio di Ignazio abitante nel borgo di San Bartolomeo il quale, essendo stato licenziato dal telaio al quale serviva in qualità di garzone, ebbe l’ardire di votare la lume dell’oglio parte sul sibbio davanti, parte sul longo del strigato e parte sul sibbio di dietro di modo che la maggior parte della pezza restò inzuppata d’oglio. In vista di tale fatto fu sul momento del tutto licenziato non meno che scacciato di bottega senza benservito.

3) Pochi giorni prima Pasquale Arnaboldi Capo tessitore nel Borgo dell’Ospedale era ricorso alla Camera di Commercio perché il giorno di lunedì 17 gennaio [1791] il suo lavorante Pietro Muscionico del Borgo di Porta Torre aveva lavorato sino alle ore 10 circa della mattina e al martedì alle ore 12 non era ancora venuto al lavorerio, avendo la pezza a telaro di somma premura. Dalle informazioni della Camera risulterebbe che detto Muscionico sia un lavorante vizioso…

4) Il mese successivo, il 25 febbraio 1791 Giuseppe Maderna lavorante tessitore di Leonardo Molteno in tutto il giorno di lunedì 21 febbraio non è mai andato a bottega quantunque sia stato corretto altra volta e sospeso di lavoro per circa 8 giorni appunto per il vizio di non volere lavorare al Lunedì.

Similmente nella bottega di Antonio Corti tre dei suoi lavoranti, (Giacomo Bernascone, Antonio Arcelaschi, Giuseppe Arcelaschi) non sono stati a bottega, che qualche poco alla mattina.

Ancora nella bottega di Antonio Ferrante, Carlo Mondelli che nel passato tumulto fu tradotto a Milano, non ha lavorato in tutto il giorno.

Nella bottega di Paolo Micheli i lavoranti tessitori Pietro Fontana e Lorenzo Brenna non hanno lavorato che qualche poco alla mattina (sono quelli sopra dei quali la Regia Intendenza ha incaricato di invigilare).

Fra i lavoranti citati Giuseppe Maderna esibisce due giustificazioni: una di Angela Maria Venera e una di Francesco Lagarde, due vicini di casa, che attestano che egli sia stato malato a letto sino alla ore 12, poi sia andato da una vicina per prendere un poco di brodo, non avendo egli persona che glielo portasse a letto. Dopo questo se ne ritornò a casa e poi a letto.

Ma è vera la giustificazione della malattia oppure il Maderna voleva solo gozzovigliare? E nel caso in cui fosse stato davvero indisposto, quanto essa realmente contava?

Sappiamo dai contratti di apprendistato, i Pacta ad artem conservati a centinaia negli Atti dei Notai, che persino nel Medioevo e certamente fin dai secoli XV-XVI era contemplato, nel contratto, per il garzone o lavorante un periodo di malattia che non superasse i 15 giorni. Nel caso di eccedenza il lavorante avrebbe dovuto rifare il tempo perduto, non essere licenziato.

Come viene invece, all’inizio dell’industrializzazione, considerata la malattia? Quali mezzi per accertarla?

Si risponderà fra breve. Ma non interrompiamo le nostre storie!

5) Alessandro Carcano tessitore nel circondario di San Giuliano ha ricorso a questa Camera perché uno dei suoi lavoranti cioè Salvatore Cairoli del borgo di Sant’Agostino è mancato nei primi quattro giorni della settimana dal lavorerio per andare a pescare, avendo la pezza a telaro di somma premura.

Salvatore ha un altro mestiere, quello della pesca e perde le notti nell’esercizio d’essa e si inabilita così a lavorare a telaio nelli giorni subsequenti. Fu seriamente ripreso dall’Abate della Camera e gli fu intimato che debba appigliarsi ad un mestiere o all’altro e che se intende seguitare a telaio non debba più in alcun giorno feriato lasciare imperfetto il lavoro (marzo-maggio 1791).

Luigi Archellaschi capo tessitore nel borgo di Porta Torre ricorre alla Camera che questa mattina (21 marzo 1791) uno dei suoi lavoranti Giovanni Bianchi del Borgo suddetto, avendo la pezza a telaro di sommissima premura, cioè da terminarsi senza fallo per il giorno 22 (il giorno seguente!) è venuto al lavoro per circha un quarto d’ora e poi è partito.

Mandatolo a ricercare da due volte nel Osteria della Stella nel Borgo dell’Ospitale dal mio garzone, la prima volta mi fece rispondere che sarebbe venuto subito, e la seconda si è lagnato dicendo che voleva venire a lavorare quando li pare e piace.

6) Como, li 27 luglio 1791 Paolo Borgo tessitore notifica alla Camera che uno dei suoi lavoranti, cioè Girolamo Bernascone detto il Penagia, non è venuto a Bottega né lunedì, né martedì, né mercoledì della corrente settimana, avendo la pezza di somma premura al telaro.

7) Paolo Michieli dice di essere creditore di Lire 45 verso il lavorante Ignazio Fontana licenziato dalla bottega perché disobediente e vol continuare a festeggiare il lunedì ed altri giorni di lavoro (29 luglio 1791).

8) Lo stesso giorno 29 luglio, il già noto Alessandro Carcano, maestro operaio di seta e stoffe nel borgo di San Giuliano dice di avere tra i suoi lavoranti, da qualche mese, tale Giacomo Aliverti di Sant’Agostino il quale, dopo aver dato principio ed incominciata una pezza di stoffe di seta e di averne fatta circa 12-13 braccia, senza prevenzione (= cioè senza preavviso), né meno fatto parola, si è assentato dal lavorerio ed ha lasciato imperfetta l’opera, prendendo altro mestiere, cioè facendo il barcarolo…facendo abuso notabile che non solo lasciano imperfetto li maestri operai, ma anche tutta la società dei mercanti padroni di stoffe e…ne deriva la mancanza di non esser pronti a portare le pezze ai padroni mercanti nei tempi prefissi e… conviene durar fatica a trovare lavoranti svelti e fedeli per far supplire alla mancanza di coloro che abbandonano il loro lavorerio incominciato… per cui si ricorre a questa Eccelsa Camera di Commercio che obblighi li lavoranti li quali, incominciata la pezza, debbano terminarla.

Fino ad ora abbiamo ascoltate le voci dei datori di lavoro, si ascolti ora quella di un lavorante:

Santino Gregnoli così supplica:

“Siccome il mio padrone di botega Luigi Torriani mi ha usato alcuni intorti, cioè di cambiarmi la pezza che di ragione mi conveniva, per favorire altro, di più quella pezza mi diede io dovetti sacrificarci sotto quasi lire 20 e perciò non potei vivere: avendo quindi su ciò riclamato, il padrone dopo aver fatto molte ragioni, mi diede un pugno sicchè io risolsi, oltre che mi è d’incomodo, di portarsi tutti i giorni da S. Martino a S. Giuliano… che il prefato padrone mi conceda la libertà di lavorare ovunque mi piace e siccome ho del debito, mi obbligherò ad un tanto alla settimana o al mese…

Era il padrone nel pieno suo diritto di cambiare la pezza all’operaio? O costituiva un sopruso, un mobbing? E come del resto giustificare le parole dell’operaio che consideravano un “incomodo” recarsi tutti i giorni da San Martino a San Giuliano? Una strada che, se anche a quei tempi sterrata, si percorre in circa un quarto d’ora di cammino? E come commentare il pugno del padrone? Ma quali furono le provocazioni dell’operaio per scatenare tale reazione?

Gli organi istituzionali di Giurisdizione e cioè la Eccelsa Camera di Commercio e la Regia Intendenza Politica Provinciale, sembrano adottare un atteggiamento stranamente debole, oppure è sfuggita loro di mano la situazione? Ammoniscono severamente, sospendono dal lavoro, vietano l’assunzione di quegli operai da parte di terzi, prima che il lavorerio vecchio sia terminato, ma niente più!

Per quanto riguarda invece l’ammalato con giustificazione, Giuseppe Maderna, lavorante tessitore di Leonardo Molteno, che nel suddetto giorno 21 corrente non è mai andato al lavoro quantunque appunto per il vizio di non travagliare nel lunedì sia stato altra volta sospeso per 8 giorni di lavoro, LA CAMERA dice che è bensì vero che il suddetto ha fatto presentare due attestati dei suoi vicini che affermano essere egli stato in quel giorno obbligato a letto per malattia; ma oltrecché tali attestati meritano poco riguardo, si sa d’altronde per le informazioni assunte col mezzo del Commissario che sarebbe poco scusabile, anche supposta la verità della malattia, per essersi impossibilitato a lavorare coi disordini del giorno e notte precedenti. Anche questo fu sospeso dal lavorerio…

Quale dunque la conclusione, anche se uno storico non deve applicare mai le categorie moderne di pensiero al passato ? Che i lavoranti erano sfruttati e lasciati nell’incertezza del domani? Che erano tutt’altro che scevri di difetti, anzi colpevoli di comportamenti poco ortodossi? Se taluni lavoratori si rivelavano abili e volonterosi, la gran parte -raccogliticcia e turbolente- costituiva il peso morto della fabbrica e un ostacolo alla formazione di una fidata maestranza… Nei giorni di lunedì il tessitore non si presentava a bottega, stanco del gozzovigliare domenicale; all’osteria o tappato in casa egli rappresenta la viva preoccupazione del fabbricatore, premuto dalle urgenti commissioni…

L’indifferenza dimostrata per il compito assegnato, per il ruolo svolto dal tessitore nella catena produttiva è davvero sorprendente: sarebbe impensabile supporla nella moderna strutturazione del lavoro, pur alla presenza delle moderne organizzazioni sindacali a tutela del lavoratore, allora al di là da venire…

Ci si palesa un comportamento così diffusamente irresponsabile per se stessi, per la professione, per il mondo produttivo, in un sottobosco di subdola concorrenza rivelata dai continui richiami della Camera ai capi tessitori che prendevano a servizio lavoratori privi del “benservito”.

Se i documenti ci rivelano la complessità dei rapporti, ci dimostrano anche quanto lunga fosse la strada da percorrere per una vera istruzione delle maestranze manifatturiere e per la piena coscienza del valore del proprio lavoro.

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Editoriale

Giovani italiani all’estero: rientro, popolamento e solidarietà

Workshop organizzato per mettere a punto le proposte emerse nel seminario organizzato l’11 ottobre u.s., presentato a sua volta dal giornalista Luciano Ghelfi e introdotto dallo storico Emilio Franzina, moderato in entrambe le occasioni da Gianni Lattanzio, ha visto entrambe le volte la partecipazione di consiglieri del CGIE, esponenti politici quali i deputati Fucsia Fritzgerald Nissoli (FI) Gianni Marilotti (5 Stelle) e Massimo Ungaro (PD) e poi Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati (Lega) e la Senatrice Laura Garavini (PD), quindi esperti come Toni Ricciardi (Università di GINEVRA), Maddalena Tirabassi (Direttrice Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus) Riccardo Giumelli (Università di Verona), Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Franco Pittau (Centro Studi Idos). Le conclusioni del workshop sono state affidate al Dir. Gen. per gli Italiani all’Estero e Politiche Migratorie del MAECI, Amb. Luigi Maria Vignali, e all’On. Fabio Porta, del coordinamento del Comitato. continua>>
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