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«L’Islam non è guerra santa. Si uccide per ignoranza»

Kati Galli, cremonese, ha lasciato il lavoro per vivere in Egitto: «Qui fa paura l’Occidente». In un libro la sua esperienza

Per undici anni ha lavorato come manager alle dipendenze della Golden Lady. Ma nel 2014 la sua vita ha una svolta radicale. Abbandona l’Italia e «per amore e per destino» sceglie di vivere e mettersi in gioco in un paese arabo moderato. Una decisione che la porta a cavallo di due mondi. Lei, Kati Galli, di educazione cattolica, si immerge in un mondo arabo-islamico e questo le permette di avere uno sguardo acuto e penetrante. Vivere in Egitto, in sostanza, vuol dire per lei poter osservare, come in uno specchio, il mondo arabo mentre guarda l’Occidente e le sue trasformazioni. «E qui l’Occidente fa paura per come male interpreta l’Islam». Da queste riflessioni nasce un libro “L’araba felice” che in Italia viene edito dal gruppo Albatros (76 pagine, 12 euro) che in questi mesi è stato presentato in diversi appuntamenti in Italia.

Katiuscia, Kati per tutti, è nata a Cremona dove ancora vive la famiglia. Il suo amore per il mondo arabo nasce casualmente nel 2010 in occasione di un viaggio in Tunisia. Al quale seguono quelli in Quatar, Marocco, Egitto. Sino a conoscere l’amore, Mahmoud con il quale decide di affrontare una vita di coppia nei pressi di Hurghada, sulla costa del Mar Rosso. Ma in Egitto non è benvista la convivenza e Kati affronta il matrimonio legalmente riconosciuto dai due Stati.

Alla luce dei fatti di questi mesi, esiste un fondamento religioso, nel Corano, per la cosiddetta "guerra santa"?

«Il concetto di guerra santa non esiste nella legge islamica. Nel Corano la guerra o è giustificata oppure non lo è. La guerra di aggressione non è mai giustificata, lo è solo se difensiva, in risposta ad un'aggressione o come liberazione dalla tirannia e dalla persecuzione. Il molto inflazionato termine jihad, tradotto in italiano come guerra santa, significa in realtà "sforzo" per raggiungere un fine meritevole. Jihad potrebbe essere utilizzato in contesti sociali, per esempio nella lotta alla povertà o alla disoccupazione, o parlando dei propri sforzi personali per raggiungere la laurea o per vincere una dipendenza. Nell'accezione religiosa jihad significa "combattimento" per il diritto di professare la propria fede in Dio, mai per convertire con la forza i non-credenti. Nel Corano Dio esorta i fedeli ad utilizzare il Corano stesso come mezzo di persuasione verbale nella diffusione della fede monoteistica nei confronti dei non-credenti. La parola usata nell’Islam per descrivere la guerra, nel senso di "combattimento armato", è harb, non jihad. Per questo i terroristi che hanno mosso la guerra dell'inciviltà contro la civiltà, dovrebbero essere definiti fondamentalisti e non jihadisti. In più tanto l'uso della forza contro i civili quanto il suicidio sono considerati peccati gravissimi nell'Islam: basterebbe questo a svuotare qualunque discussione sterile sulla presunta legittimità coranica delle atrocità perpetrate dai fondamentalisti».

Cosa rispondi allora a chi afferma, come abbiamo sentito in questi giorni, che il Corano è un testo violento? Vengono spesso citati versetti che incitano alla violenza

«Rispondo con i numeri. I versi (in arabo ayah) che compongono il Corano sono 6.236 e la guerra è menzionata in 59, 10 dei quali esortano a desistere dal combattimento. Tutti i versi in cui i fedeli sono esortati ad imbracciare le armi fanno riferimento a guerre già in atto, cioè difensive. In particolare vengono spesso citati questi versi della seconda Sura: "e uccideteli ovunque vi imbattiate in loro, e cacciateli da ogni luogo dal quale essi vi hanno cacciato". Non vengono però mai menzionati i versi che precedono cioè: "E combattete nella causa di Dio contro coloro che vi muovono guerra, ma non aggredite - perché in verità, Dio non ama gli aggressori" e quelli che seguono: "...ma se essi desistono, allora cesserà qualunque ostilità, tranne contro coloro che fanno il male volontariamente". Non dimentichiamo che i seguaci di Maometto subirono sanguinose persecuzioni e furono costretti a lasciare Mecca per l’attuale Medina nel 622 dopo Cristo, anno d'inizio del calendario islamico».

Allora come spieghi il fatto che migliaia di fondamentalisti uccidano in nome di Dio?

«Principalmente con l'ignoranza, fenomeno per altro non nuovo. La religione, scippata e manipolata da individui avidi di potere, improvvisati teologi con la spada prima e il kalashnikov poi, ha sempre fatto presa su masse disperate, affamate e tenute nell'ignoranza da regimi tirannici o semplicemente dall'emarginazione. Storicamente sono state compiute le peggiori atrocità nel nome della religione e anche dell'antireligione, se è per questo: pensiamo alla storia della Cina o dell'ex Unione Sovietica. Il mio libro vuole essere un piccolo contributo alla lotta contro l'ignoranza, allo sforzo per l'inclusione e per il dialogo interreligioso e interculturale: questa è la mia personale Jihad!».

Fonte: gazzettadimantova.gelocal.it

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Editoriale

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