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La "Biblioteca dei Mantovani nel Mondo" è consultabile alla Biblioteca Baratta di Mantova

Ho avuto modo di parlare con Cesare Guerra, il responsabile della biblioteca Baratta, e Daniele Marconcini, presidente dell’associazione Mantovani nel Mondo, a proposito della recente acquisizione da parte della Biblioteca del fondo libraio dei Mantovani nel Mondo.

di Monia Rota

Parliamo di un’acquisizione importante: una fondo librario raccolto nel corso di vent’anni viene donato a una biblioteca pubblica.

Nel corso della nostra chiacchierata, innanzitutto ho chiesto cosa avesse spinto il presidente dell’associazione Mantovani nel Mondo, Daniele Marconcini a scegliere come sede proprio la biblioteca Gino Baratta. Ho scoperto una bellissima amicizia e una lunga e proficua collaborazione tra Cesare Guerra (responsabile della biblioteca mantovana Baratta) e Daniele Marconcini, oltre che una biblioteca dall’anima moderna e di facile fruibilità, che si affianca alla storica Biblioteca Teresiana.

La biblioteca Gino Baratta è la biblioteca moderna, che ha aperto le porte alla fruizione dei suoi moltissimi servizi a tutta la comunità, in modo facile e accogliente. Anzi, la semplicità sembra essere proprio lo spirito della sede bibliotecaria, che può vantare la completa assenza di barriere architettoniche, moltissimi servizi per tutte le esigenze ed età: dal settore specializzato per i bambini alla biblioteca tradizionale, a ingranditori per ipovedenti, libri a grandi caratteri e audiolibri per tutte le preferenze. Da anni ormai è un punto di riferimento per la città di Mantova e per tutta la provincia.

Marconcini da anni stava cercando la collocazione per il fondo della sua Associazione: un numero importante di volumi vuole una giusta collocazione e la sede precedente non permetteva l’accessibilità necessaria a una raccolta così importante per poter continuare a vivere.

La scelta è stata dettata quindi dal desiderio di rendere di pubblica disponibilità il fondo, di modo che tornasse a essere vivo e portare avanti la sua vocazione: informare sul fenomeno della migrazione italiana con fonti ormai altrove introvabili.

La raccolta ventennale fortunatamente era già stata registrata nel catalogo informatico (l’Opac SBN) della regione Lombardia, grazie a un finanziamento della regione stessa. L’acquisizione è stata quindi immediata, si è trattato soltanto di modificare nelle voci del catalogo la sede del volume.

È stata questa una semplificazione notevole e un enorme risparmio di tempo: quando una biblioteca acquisisce un fondo deve mettere in conto spazio, tempo e costi di manutenzione e registrazione. Il fatto che ci fosse già gran parte del lavoro fatto ha reso veloce l’apertura del fondo agli studiosi.

Piccola precisazione: se un libro non è registrato e non ha una sede conosciuta, non è ritrovabile, per cui non è di nessuno e andrebbe presto perso. L’unico modo di salvare testi unici o rari dall’oblio è proprio quello di catalogarli in biblioteche pubbliche.

Perché tutto questo interesse a rendere pubblica e accessibile questa biblioteca?

Inequivocabile la risposta del dott. Guerra: “Perché è unica. È un fondo specializzato che raccoglie libri, circa 2600 titoli, che indagano il fenomeno da fine dell’Ottocento a tutto il Novecento.

In molte sedi si trovano titoli specialistici, ma sono volumi sparsi, mai una raccolta organica e specialistica come quella dei Mantovani nel Mondo.

Essa comprende volumi recuperati in vari ambiti: aste, librerie antiquarie, relazioni diplomatiche e acquisizioni dall’estero. Alcuni ritrovamenti bibliografici sono frutto di ricerche durate anni, altri sono costati parecchio in termini di relazioni e denaro, altri ancora hanno comportato difficoltà concrete di raggiungimento. Tutto il merito della perseveranza e degli acquisti va al presidente Marconcini, che nei suoi viaggi all’estero e nelle sue relazioni con le comunità italiane di tutto il mondo e ha arricchito la biblioteca con volumi anche in lingue straniere.

 

Come dicevo, la biblioteca dei Mantovani nel Mondo ha l’obbiettivo di documentare il fenomeno delle migrazioni italiane nel periodo che va dall’Unità d’Italia in poi.

Già sfogliare il catalogo riserva sorprese notevoli: si trovano volumi di diversa natura che illustrano moltissimi fenomeni legati a tutti gli aspetti delle migrazioni.

Ci sono numerosi manuali, un titolo per tutti “Il Manuale dell’Emigrazione” del 1901, e molti come quello che trattano dell’immigrato in Argentina o negli Usa: testi scritti in italiano per essere prontuari di veloce fruibilità per gente in difficoltà che decideva di cambiare Paese in cerca di lavoro. Qui l’umile bracciante trovava le prime informazioni per poter sbarcare in un altro mondo. Questi manualetti ci accompagnano per tutto il mondo, anche in Paesi insospettabili, dove mai avrei immaginato una forte presenza italiana.

Col passare degli anni, dall’elenco è evidente, si vedono nascere edizioni di guide più puriste, finalizzate a un inserimento ottimale, scritte su commissione o da italiani in loco che danno veri punti di riferimento.

Il fenomeno dell’emigrazione italiana ebbe però proporzioni enormi, con milioni di persone coinvolte. Si parla di 70 milioni di italiani in giro per il mondo: più italiani all’estero che in Italia, per dirla in breve. Qui si trova moltissimo materiale per studiare in modo sistematico questo fenomeno oggi molto sottovalutato. Potrebbe servire a capire come affrontare oggi il fenomeno di immigrazione su cui tante parole vengono spese: ad esempio l’Italia ospita circa il 2,4% di profughi mente Paesi del nord Europa, molto meno alla ribalta delle cronache per lo stesso argomento, ne ospitano percentuali oltre il 10%.

Credo sia evidente a tutti quanto l’esigenza di indagare le radici storiche del fenomeno e riproporzionare percezione e conoscenza dello stesso, sia ormai un imperativo culturale ed etico, in una congiuntura storica in cui le false informazioni circolano più velocemente di quelle vere. Per contrastare tutto questo bisogna ricordare che la nostra storia è piena di immigrati all’estero.

Accanto alla letteratura che accompagnava i migranti nella loro avventura, troviamo nel fondo testi che ci aiutano a capire l’evoluzione del fenomeno nelle generazioni successive. Come si siano ambientate le seconde e terze generazioni, che tipo di comunità abbiano creato, cosa sia sopravvissuto della cultura delle origini e cosa sia rimasto dell’idea di patria nativa o della lingua madre.

A documentarcelo sono fonti autorevoli, come rapporti parlamentari pubblicati su commissione del ministero a specialisti e ambasciatori in loco, testi unici che non esistono in nessun altra biblioteca.

Ci sono gli studi degli italiani nei vari Stati, dall’inizio del fenomeno agli anni ’60. Nella conversazione si susseguono titoli su titoli, ricordo ad esempio “Italianos por la libertad de Cuba” o “Il lavoro italiano in Provenza”. Focus specifici e altri più generali.

Moltissimi testi si occupano di linguistica, del tipo di idioma parlato dagli emigranti, spesso un mix tra italiano e dialetto. Spesso si imparavano i rudimenti della lingua nuova, perdendo gran parte della propria, ma mantenendo il dialetto o la cadenza locale d’origine.

Si scoprono fenomeni sconosciuti: enormi comunità di piemontesi in Argentina, di sardi in Perù e di siciliani in Sudafrica; si scopre che la rete elettrica del Cile è opera di manovali trentini. Oppure come la sola migrazione mantovana abbia influito sulla legislazione nazionale (era talmente massiccia – circa 50mila persone su 350mila – che il governo italiano intervenne, chiedendo ai sindaci di fare l’elenco dei poveri e bloccandone le migrazioni. Dal divieto si arrivò alle partenze clandestine da Marsiglia e a fenomeni di brigantaggio. Il governo si arrese all’idea di lasciar partire chi volesse, ma stipulò un accordo con il Brasile tale per cui i migranti dell’epoca persero tutti la cittadinanza italiana appena toccato il suolo carioca).

Tutto questo fondo quindi ci permette di lavorare su un pezzo di storia italiana che pochissimi studiano, e spesso, in indagini esclusivamente finalizzate a capire le relazioni con le colonie.

Ad esempio il fascismo rende l’emigrazione nelle colonie una propagine dello Stato, chiamandolo Impero, rendendola cosa normale. Ma la Seconda Guerra mondiale stravolge tutto: ci sono Stati tra gli armati che non ci nominano nemmeno nei testi scolastici, come il Brasile e il Costa Rica, che parteciparono al conflitto e in questi testi ne abbiamo testimonianza.

C’è tutta l’indagine sul commercio intercontinentale, con i venditori, i prodotti esportati, le scaramucce e le diatribe politiche, che portano a cause decennali che bloccano i commerci.

Ci sono le fonti che vengono da sedi civili e religiose: registri, censimenti ed elenchi tipo quello della leva militare all’estero.

Si trova un testo importantissimo come la cartografia del Perù di Raimondi, uno dei migliori cartografi lombardi del ‘900. Ci sono tutti i libri dell’Expo, dove possiamo indagare “l’Italietta” che va all’estero. Ci sono alcune riproduzioni di testi perduti, mandate da biblioteche e fondi di tutto il mondo. Il bollettino dell’emigrazione della Farnesina, i rapporti dei missionari alle loro sedi, spesso redatti da monaci specializzati negli studi locali.

 

La presentazione di questo fondo darà di certo il via a diverse manifestazioni culturali collegate, tutte volte a stimolare l’avvicinamento a queste letture che trattano di storia recente, economia, fenomenologia, di usi e costumi, politica e strategia.

Queste conoscenze, di riflesso, possono portare anche a capire come si muove il sentire di una comunità: ad esempio permette di capire il voto degli italiani all’estero e quanto sia importante capire cosa ancora li leghi alla madrepatria o di capire perché gli emigrati italiani non tornano.

Speriamo che il mondo di ricerca che apre la pubblicazione di questo fondo, permetta di capirne l’attualità e stimoli studi nuovi, libri e convegni con atti che documentino lo stato della situazione. Speriamo che questa nuova opportunità richiami gli studiosi e che si possa sviluppare un argomento per volta: alla Baratta c’è un piccolo patrimonio sulla nostra storia, tutto da riscoprire.

(gennaio 2019)

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Editoriale

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