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Venezuela - I prigionieri per la libertà

Il tema dell’immigrazione è uno di quelli più ricorrenti, scottanti e senza tempo. Ogni epoca ha visto le sue guerre, le sue crisi e famiglie che si dividono, che lasciano il proprio paese in cerca di qualcosa di più. Ma una volta vorremmo focalizzare l’attenzione non su chi se ne va ma anche su chi resta, affrontando quotidianamente lo scotto di trovarsi lì e ora o pagando il fio di aver scelto di voler combattere per rimettere in piedi casa propria, così da vedere un giorno il ricongiungimento con il resto della famiglia.

Di Ashley J. Maffina

Il tema dell’immigrazione è uno di quelli più ricorrenti, scottanti e senza tempo. Ogni epoca ha visto le sue guerre, le sue crisi e famiglie che si dividono, che lasciano il proprio paese in cerca di qualcosa di più.

Abbiamo parlato del Venezuela, di cosa stia succedendo proprio mentre leggete queste righe. Potete non più solo immaginare la crisi umanitaria che sta atterrando i venezuelani da anni, ma saggiare un anticipo di quanto potrebbe accadere anche a noi se non iniziamo ad aprire gli occhi e prendere parte attiva come cittadini responsabili del Paese in cui conviviamo.

Ma questa volta vorremmo focalizzare l’attenzione non su chi se ne va ma anche su chi resta, affrontando quotidianamente lo scotto di trovarsi lì e ora o pagando il fio di aver scelto di voler combattere per rimettere in piedi casa propria, così da vedere un giorno il ricongiungimento con il resto della famiglia.

C’è chi dice BASTA a quanto sta accadendo, lo ribadisce forte.

Sono uomini, donne, ragazzi, studenti, tutti considerati ribelli, di parte politica oppure libertari ma con la colpa comune di non accettare più di vivere nella miseria e assoggettati alla morte a favore di poteri che sempre più pacchianamente cercano di rivestirsi di democrazia.

È un argomento scomodo e ritrito, perché si parla e ci si lamenta sempre di chi scappa e “invade” gli stati confinanti, loro d’altra parte sono per forza sotto gli occhi di tutti, ma poco si discute su quanto accade a chi resta nel territorio colpito e, percependola come realtà “lontana”, non gli si da il dovuto peso.

Yosmaira Barreto, un nome che a molti dirà poco, ma noto alle comunità venezuelane e scomodo per il loro governo attuale.

Una donna coraggiosa che mette in gioco la propria sicurezza per aiutare i prigionieri politici venezuelani, una donna che combatte per dare voce a chi voce non ce l’ha e non perché queste persone non abbiano mai parlato, bensì perché hanno parlato troppo.

«Gente meravigliosa», giovani ragazze, madri, uomini, studenti, persone comuni che hanno chiesto una vera Democrazia e sono stati sequestrati e buttati in prigioni affollate dove la condizione umana è indicibile.

I prigionieri vengono sottoposti a lunghe torture psicofisiche, violenze sessuali, lavorazioni mentali, tutto questo sotto gli occhi consapevoli dei governi.

“La Tomba”, “Tocuyito”, “Santa Ana nel Tachira”, “Ramo Verde”, “Mariche” sono solo alcune delle prigioni di massima sicurezza in cui i prigionieri politici vengono rinchiusi ma molti vengono sequestrati e torturati direttamente anche sul posto.

Quanto accade è ormai risaputo e per un paese che viene percepito come distante vorrei ricordare i tempi in cui questo aveva le sue porte aperte al mondo, di quando l’italiano imprenditore aveva deciso che sarebbe stato un paese allettante per far fortuna e crescere la propria famiglia.

L’italiano è sempre stato un popolo viaggiatore e il Venezuela dei tempi d’oro è stato per lui uno dei porti dove potersi giocare la propria impresa.

Vorremmo capire come mai molti sono stati lasciati soli in Venezuela ad affrontare quanto sta avvenendo. Siamo in 60 milioni, pochi se confrontati con altre popolazioni, ma ci troviamo ovunque nel mondo, ci sono ragazzi rinchiusi in prigioni sotterranee proprio ora, nati in Venezuela ma di origini italiane.

 

 

 

DIAMO VOCE A CHI NON HA VOCE

 

 

La luce è saltata di nuovo…

Un soldato lo colpisce forte alle costole, un colpo netto con un bastone, gli sputa addosso ed esce dalla cella.

Lui è appeso, legato per i polsi, quelli ormai sono rotti, l’ultimo colpo gli ha sfondato le costole.

 

Vorrebbe piangere, ma non ha più lacrime da versare.

Vorrebbe ribellarsi, ma non ne ha più le forze.

Dondola, è solo nella camera ma non è l’unico, nella stanza a fianco c’è anche Josè, hanno sequestrato anche lui mentre cercavano di rubare le armi ai soldati.

Non si tratta più di politica. Il popolo, libertari, uomini, donne, bambini, animali…

Chiunque lotti contro il regime viene sequestrato, torturato e imprigionato, molti sono svaniti nel nulla.

È stanco, gli fa male tutto… è stanco.

 

Il soldato prova a riaccendere il generatore ma non vuole ripartire, l’elettricità non è più un servizio garantito, nulla lo è più, da tempo.

Aggiunge un po’ di benzina, gli da un colpo e riprova ad accenderlo.

La luce ritorna.

 

Quante ore sono passate? Da quanti giorni è lì appeso?

L’odore di sangue fresco, di quello secco si mescola al fetore del piscio.

Ha male ovunque ma non riesce più neppure a svenire.

Delle urla arrivano dalle celle vicine, eppure sono isolate.

 

Il soldato rientra nella stanza.

«Quindi?» il ragazzo fissa il Capitano Scott, lui con gli occhi fissi a terra.

«Parla! Hijo de puta! Chi altro ha visto dove teniamo le armi?»

Silenzio…

Il Capitano aveva cercato di sottrarre le armi per portarle al popolo, per riportare i giochi alla pari.

Erano anni che il Venezuela viveva la crisi, molti erano fuggiti e ora il popolo è alla fame, è stanco, sta morendo e con lui l’intero Paese.

Eppure era un paese così ricco, le notizie volavano sui giornali, in giro per il mondo, com’era possibile che nessuno intervenisse?

I popoli delle altre nazioni sapevano cosa stava accadendo loro?

Perché nessuno ci aiuta?

Eppure prima eravamo proprio come loro.

Il soldato scioglie la catena e il Capitano cade, la catena lo segue per due metri e gli finisce addosso.

«In piedi!»

Sono ore che il Capitano non tocca terra, alzarsi è impossibile ma quel ragazzo non ne vuol sapere e si arrabbia ancora di più, tirandogli un calcio nello stomaco.

Lo prende per i capelli e lo trascina verso una vasca, ci affonda la testa del Capitano.

I polmoni gli bruciano da morire, li sente scoppiare ma poco prima di farla finalmente finita il ragazzo lo ritira fuori, poco prima che anneghi.

Lui lo sa quando mollare la presa, lo ha imparato dopo aver ucciso qualche decina di prigionieri nello stesso modo.

 

La porta si apre.

«ALLORA, QUEI NOMI?» l’uomo è furioso.

«Non parla cazzo, gli ho anche tagliato le palle, ma lui non parla» il ragazzo le indica al lato della cella.

Carlos era il soldato più sanguinario della “Tomba”, il carcere di massima sicurezza, l’incubo degli scomodi, dei prigionieri politici.

Chi ci entrava non ne usciva mai più come prima.

«Forse non ci sente bene» l’uomo sogghigna.

«Bruciagli un orecchio, imparerà ad ascoltare e se non lo farà non gli servirà comunque» Carlos lanciò al ragazzo una siringa di Pentotal, il siero della verità.

 

Jesus e Quinteo sono nella stanza vicino, li hanno catturati durante una manifestazione per la libertà, sono compagni di universitá.

Sono faccia a faccia, uno di fronte all’altro, da giorni violentati e torturati sotto gli occhi dell’amico.

Era il gioco preferito di Carlos, se tu non mi dici tocca a lui.

Alla fine, dopo ore di scariche elettriche uno dei ragazzi parla, fa dei nomi.

Piange, piange disperatamente mentre elenca i nomi dei suoi compagni.

Non ne può più, è troppo…

È troppo.

 

Ma quanto narrato in un breve romanzo è solo un’anteprima di quanto documentato negli anni da chi sta cercando quei ragazzi ancora nascosti e torturati in quelle celle.

Perché è sconvolgente realizzare che questo racconto è tratto da vicende reali ma dobbiamo smettere di girarci dall’altra parte e ascoltare, perché chi racconta e lotta per loro piange mentre descrive cosa subiscono questi prigionieri.

Tutti quelli che hanno voluto testimoniare quanto accade in Venezuela, da chi lo vive in prima persona a chi li aiuta, non si conoscono fra di loro ma hanno una cosa in comune, un pezzo d’anima logorato dalla sofferenza del loro paese.

Ci raccontano a tratti con rabbia e con fatica cosa sta accadendo.

Mentre le domande sono molte, mentre i grandi governi giocano a Monopoli, il popolo è stanco, il popolo muore, e noi DOBBIAMO SAPERE per poter andare in loro aiuto.

Chi è fuori di prigione sta combattendo per vivere, chi è in prigione a sua volta lottava per la libertà, propria e del prossimo (e noi siamo quel prossimo).

Come Lorentz Saleh, incarcerato e torturato per quasi quattro anni, prigioniero politico, il suo delitto?

Volere il Venezuela libero, questo ragazzo ha vinto il premio Sarajov, ma non credo che sia il tipo di risposta che cercava dall’estero.

 

E loro sono solo pochi di quelli che sono riusciti a rintracciare.

E queste sono storie vere e accadono proprio ora, sì proprio ora.

 

MA TU NON LO SAI

PERCHÈ SEI COME LORO

QUANDO ERANO COME TE

E TU NON LO SAI.

QUINDI TE LO DICO, FRATELLO MIO,

PERCHÈ TU LO SAPPIA

PERCHÈ LO SAPPIANO TUTTI

E COSÍ NON POSSIAMO PIÚ FAR FINTA DI NON SAPERE

PERCHÈ ORA SAPPIAMO

E QUESTO NON È UN SEMPLICE RACCONTO

E LORO NON SONO SOLO NOMI

E NOI NON SIAMO SOLO NUMERI

 

E QUESTA È UNA STORIA VERA

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