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Diario di una scrittrice timida

In esclusiva per il nostro portale la scrittrice mantovana Tiziana Silvestrin, autrice dei romanzi "I leoni d'Europa" e "Le righe nere della vendetta", si confida e rivela la sua passione per la storia di Mantova

Scrivere mi è sempre piaciuto, inventare storie è sempre stata per me un’esigenza, come probabilmente per un musicista suonare e indubbiamente mi trovo a mio agio con la scrittura. Quando devo parlare in pubblico invece sono afflitta da un’agitazione così forte che rasenta la paura. Trovo sempre qualcuno che per incoraggiarmi sostiene che una buona dose di adrenalina fa bene al cuore. Sarà, però quando devo presentare un mio romanzo ringrazio il fondotinta che nasconde in parte il rossore del mio viso. Eppure ho fatto teatro per molto tempo, dovrei essere abituata a parlare in pubblico, ebbene non è la stessa cosa. Sul palcoscenico mi esibivo in insieme ad altri attori ed il testo era di un altro scrittore, magari di un certo Shakespeare o di Goldoni.
Nelle librerie, nelle biblioteche o nei teatri dove presento i miei romanzi, sono sola a presentare quello che ho scritto, e nonostante dietro le mie storie e i personaggi ci siano mesi e mesi di ricerche e di studi, l’inquietudine non mi lascia. Già perché io scrivo romanzi storici, gialli storici, indago su misteri avvenuti secoli fa, nel XVI secolo per l’esattezza. Il 1500 non è stato scelto a caso, il primo romanzo I leoni d’Europa, è incentrato su un fatto realmente accaduto nella notte del 3 luglio 1582 e mi ha portato sulle tracce di un complotto internazionale che coinvolgeva le corti di Mantova, Venezia, Milano, Parigi e Londra con la complicità della Spagna e della Santa Sede. E anche il secondo romanzo si svolge nel XVI secolo, dopo tutte le ricerche fatte per capire come viveva la gente a quell’epoca, ho preferito sfruttare ciò che già sapevo. La seconda storia ruota attorno al ritratto di Giulio Romano di Tiziano Vecellio. Nel dipinto il grande architetto indica la pianta di un edificio, probabilmente una chiesa a pianta centrale, che nessuno è mai riuscito ad individuare, forse non esiste più.
“Che vuoi dirmi Giulio? Che segreto hai nascosto in quell’edificio?”
Lo studio e la continua frequentazione delle sue opere a palazzo Te e a palazzo ducale mi hanno spinta ad usare un tono confidenziale con Giulio Romano. Ho studiato anche il suo ritratto nella scuola d’Atene di Raffaello, le sue lettere e mi sono fatta l’idea di un artista consapevole della sua grandezza, ma in fondo timido, un uomo che con difficoltà riesce ad imporre le sue ragioni, che preferisce esprimersi attraverso le sue opere e nascondere in esse i suoi segreti.
“Quale mistero cela la pianta raffigurata nel ritratto di Giulio Romano?”
A chiederselo e a indagare sul mistero del quadro è Biagio dell’Orso, il capitano di giustizia vissuto alla fine del 1500, un uomo affascinante. In realtà non so come fosse, di lui conosco solo la firma sulle lettere che ha scritto, ma con un nome così non poteva che essere bello e poi, dato che è sempre lui il protagonista dei miei romanzi,  preferisco immaginare che sia un uomo attraente quello che si aggira per i vicoli di Mantova alla ricerca di indizi.
Questa città per uno scrittore è una miniera, non solo perché la sua storia è piena di intrighi, complotti, segreti, ma soprattutto perché vi hanno vissuto personaggi bellissimi. Ovviamente non intendo i Gonzaga, che nel bene o nel male, rispecchiano i modelli dei potenti, ma persone come avremmo potuto essere noi a quell’epoca: speziali, mercanti, medici, consiglieri ducali, religiosi, cortigiane e lavandaie e, anche,  spie e delinquenti che non mancano mai in ogni epoca. Tutto un mondo di persone di cui ho avuto a volte la fortuna di leggere l’intera biografia, a volta solo parte della loro vita descritta sui documenti all’Archivio di Stato. E li immagino mentre si spostano da una parte all’altra della Mantova del XVI secolo. Ho un ingrandimento della pianta del Bertazzolo che stendo sul tavolo quando scrivo, fermandone i lati con due libri,  studio i loro spostamenti tra gli edifici e se sono ancora in piedi  vado a fare un sopralluogo sul posto.
Di quelli che sfortunatamente sono stati abbattuti, magari per far posto ad orrendi palazzoni, finora sono riuscita a procurarmi la pianta, come nel caso del convento di San Domenico, dove aveva sede il tribunale dell’Inquisizione, la cui stupenda chiesa fu abbattuta per fare posto ad una strada. Ora solo il campanile resta a testimoniarne l’esistenza in quei tempi illuminati dai roghi.
E poi, come capita ad ogni scrittore, ci sono strane coincidenze, misteriosi segni di un destino al quale sembra di non poter sfuggire: gli elementi del libro a cui si sta lavorando appaiono come d’incanto in un manoscritto, in un libro che si è preso in mano per caso, in una mostra d’arte. A volte sembra quasi che il romanzo si stia scrivendo da solo e lo scrittore sia solo lo strumento che mette le frasi sulla carta, come se ci fosse uno spazio, un mondo delle Idee dove sono raccolte tutte le storie e queste scelgano la persone che dovranno raccontarle. Sicuramente lo scrittore che sta elaborando il romanzo riconosce i personaggi e i fatti che possono servire in mezzo a mille altri, ma l’inquietante impressione di una storia che cerchi un autore che la racconti…resta.

Tiziana Silvestrin

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