Roberta Mazzoli. Lei viaggiatrice, il viaggio in lei
Roberta Mazzoli, ha 42 anni, è nata e, quasi sempre, vissuta a Milano. Inizia a viaggiare da ragazzina assieme ai suoi genitori e ha proseguito, una volta adulta, da sola: “Quando lavoravo viaggiavo per due mesi in estate, ma dopo aver perso il lavoro ho deciso di partire per stare "on the road" fintanto che mi sarebbe venuta voglia di casa. La voglia di casa non mi e' ancora venuta, e quindi continuo..”
Cosa motiva Roberta al proprio andare: “Ad alcuni piace quello che conoscono, ad altri (e io sono tra quelli) piace quello che ancora non conoscono. Sono una persona semplice, posso mangiare (per risparmiare) pane e acqua per mesi senza stancarmi, mi piace usare i mezzi pubblici e camminare, dormo nei posti più a buon mercato e non ho esigenze di confort ne' tantomeno di lusso.
Mi piace vivere con poco e sentirmi ricca per il fatto di aver poco da perdere. Mi piacciono l'arte, la cultura, il pensiero e le idee, che sono le cose che cerco di più quando viaggio. E mi piace sentirmi un po' come un viandante in cerca di un senso delle cose”.
Il profilo degli studi: Liceo Classico e una Laure in Scienze Politiche. Quello professionale in Marketing e Comunicazione: Roberta è una donna professionalmente molto qualificata. Ma ciò che personalmente, di lei mi ha rapita e più ho stimato, è stata la sua rara capacità di dire, senza giudicare. Di raccontare senza descrivere, riportando, come “si deve”, senza moralismo, patetismo, con il giusto pizzico di obiettività. A voi, un racconto di viaggio di Roberta Mazzoli.
Ai nostri lettori mi permetto di suggerire la ricetta ideale per approcciare quanto segue: prendersi un momento di libertà mentale e di accogliere, con gli occhi spalancati e i sensi flessibili, un pizzico di mondo che queste parole hanno saputo cogliere, nel vero senso del termine.
“Cari tutti, vi scrivo questa mail perché penso sia arrivato il momento di raccontarvi qualcosa di questo viaggio, dopo qualche mese di strada percorsa. Come voi sapete io viaggio sola e mi piace: credo sia il modo migliore per vedere e capire, senza distrazioni, senza qualcuno “di casa” con cui dovere o potere parlare, senza una potenziale spalla a cui appoggiarsi in caso di necessità e, più di tutto, senza il proprio mondo.
Solo così si può essere aperti a ciò che passa, disponibili al nuovo, proiettati verso l’ignoto.
Un’altra persona con me significherebbe essere in un mondo già finito, autosufficiente, una sorta di microcosmo. Perché due persone tendono sempre a bastarsi, non hanno molto bisogno del resto, hanno i loro argomenti, si conoscono.
Tempo fa leggevo una sorta di articolo sul numero ideale di persone per intraprendere un viaggio. Diceva che da tre in poi e’ già una folla, e che in due ce n’e’ uno di troppo.
In sostanza, il numero ideale per il viaggio e’ uno.
Questo non significa chiusura, al contrario. La coppia, il gruppo, sono semmai sistemi chiusi. Il viaggiatore solitario e’ un sistema aperto: dipende dagli altri e gli altri sono interessati a lui, e’ esposto al bene e al male, ai pericoli e alla generosità del mondo, e’ solo ma ha milioni di potenziali amici lungo la strada, e’ vulnerabile e forte al tempo stesso.
Questo mi piace più di ogni altra cosa. E mi piacciono i percorsi fuori dalle rotte, i luoghi dove non ci sono turisti occidentali, le pensioncine per la gente locale e non gli ostelli pieni di gringos, europei e australiani che bivaccano, stanno tra di loro e si divertono come se fossero a casa – con l’illusione di viaggiare. Così mi capitano cose meravigliose. Ve ne racconto alcune che hanno tra loro un filo conduttore.
Iniziamo dal Messico. Arrivo in una città che ai turisti piace molto, San Cristobal de las Casas. Ce ne sono parecchi, di turisti “zaino-in-spalla”, soprattutto negli ostelli e negli alberghetti carini per stranieri. La via principale e’ piena di piacevoli ristorantini tipo Tex-mex, negozietti di souvenir e artigianato indigeno, localini simpatici per una birretta, qualche nachos, una fajita e un buon guacamole.
Tutti gli ostelli e gli alberghi organizzano tour di un giorno alle comunità indigene: si va a un paio di pueblos, si conoscono le popolazioni locali, si fa qualche foto e magari si compra qualche oggetto fatto dai nativi: un copriletto tessuto al telaio con i classici colori sgargianti, un vaso decorato, chissà cos’altro.
Io evito sempre i tour, anche quando sono spartani come quelli organizzati per i backpacker (letteralmente “zainisti”, cioè viaggiatori con lo zaino). Li evito perché comunque chi va con un tour è qualcuno che ha un interesse blando per quello che va a vedere, non e’ animato da un vero spirito di conoscenza: gli interessa più che altro non fare troppa fatica per guadagnarsi una bella foto, non doversi organizzare e documentare sul dove andare - spesso al momento di partire nemmeno sanno il nome dei villaggi che visiteranno. Gli interessa il folklore, a volte con un inconsapevole senso di superiorità (si tratta sempre e comunque di “indigeni”), altre volte con in mente il mito dell’indigeno come depositario di tutta la conoscenza.
Io oltre a tenermi lontana dai tour, con i loro stereotipi negativi, mi tengo lontana anche dagli stereotipi positivi tipici di noi occidentali: alcuni di noi vanno in giro denigrando la nostra cultura e pensando che tutta la saggezza, tutta la spiritualità, tutta la verità del mondo siano fuori dall’occidente. Andiamo pazzi per il rimedio naturale dell’indigeno, per la sua dipendenza dai cicli della natura, per l’apparente mancanza di materialismo e corruzione interiore. Tutti miti da verificare, ma spesso miti che comunque inquinano, contaminano l’esperienza vera: vediamo quello che a volte non c’e’, proiettiamo bisogni che sono in noi verso l’esterno e ci convinciamo che alcune situazioni rientrino nel quadretto idilliaco che abbiamo in mente.
Probabilmente capita anche a me, ma cerco il più possibile di non avere aspettative, pregiudizi negativi o preconcetti positivi, ne’ superiorità ne’ inferiorità, ne’ celato disprezzo ne’ manifesto amore incondizionato. Pulizia nei pensieri e spazio vuoto da riempire. Comunque, sono in questa città e mi muovo fuori dai percorsi: tutte le stradine, fino alla periferia, tutte le chiesine, fino alle più piccole cappelle, camino e camino sotto il sole dove non c’e’ nulla di turistico, dove i negozietti sono di chi va a fare la spesa tutti i giorni, dove non ci sono souvenir. E entro in una Chiesa. Mi fermo al fondo e aspetto un po’. Mi sembra di vedere che ci sia qualcuno in una cappella laterale e aspetto ancora. Vedo che alcuni entrano, altri escono. Vedo che sono tutti indigeni e che hanno cesti pieni di qualcosa. Capisco che nella cappella si venera un’immagine che viene considerata miracolosa dalle comunità indigene – dai loro pueblos vengono fino a qui per pregare seguendo un rituale per me sconosciuto. Le preghiere sono nella loro lingua, il rituale è lungo e prevede momenti in piedi e in ginocchio, una persona del gruppo dirige le preghiere e gli altri seguono. Diversi gruppi contemporaneamente seguono ciascuno il proprio rituale, e le preghiere, le voci, i pianti si sovrappongono. Si alzano, si inginocchiano, si ri-alzano, si ri-inginocchiano. Le parole degli uni si sovrappongono alle parole degli altri, senza soluzione di continuità. Ancora e ancora. Si accendono candele, tantissime, ciascuna con un significato. Mi fermo lì per più di due ore, a guardare, ad ascoltare preghiere che non comprendo e pianti che vorrei comprendere. E penso ai turisti che non si muovono dalle viuzze principali, dai negozietti, dai localini, dai ristorantini, dai ritrovi per stranieri e che fanno il tour ai pueblos indigeni per vedere momenti di falsa “vita vera” dei nativi.
Continuo il viaggio. Sono in Guatemala e vado al famoso mercato di Chichicastenango – alla mattina presto prima che arrivino altri stranieri. Dopo aver girato un po’ entro di nuovo in una chiesa. E’ orario di messa, le panche sono piene di indigeni venuti dai villaggi circostanti per il giorno di mercato. Accendono candele che posano sul pavimento. Tantissime candele. Fanno benedire il cibo che hanno comprato: verdura, frutta, mais, riso, pane, uova, carne. La messa inizia e inizia un incredibile e lunghissimo elenco dei nomi (e dei motivi) della gente che sta offrendo quella messa.
Da noi se qualcuno offre una messa, il sacerdote all’inizio dice qualcosa tipo “questa messa e' offerta dalla famiglia Rossi in suffragio dell’anima del defunto Mario”, o magari durante uno dei riti della messa, quando si dice “preghiamo”, si aggiunge un “preghiamo” per l’anima di una certa persona. Ma qui per ogni messa chiunque, offrendo una cifra simbolica, si aggiunge all’elenco. Quindi il sacerdote inizia con un discorso tipo: Juan Manuel Tiriquiz Tiniguar offre questa messa perché suo cognato Francisco Diego Panjoj Kunil possa ottenere il visto di lavoro per gli Stati Uniti,
Gabriel Antonio Calel Mujul offre questa messa perché il Sacro Cuore di Gesù protegga il suo camion, Pedro Sebastian Zapeta Guarcas offre questa messa perché vadano bene gli affari del negozio di suo figlio Ignacio Nelson, Guadalupe Fernanda Otzim Calgua ringrazia la Santa Vergine per la casa di sua figlia Asuncion Maria Luz e chiede protezione per la moto di suo genero Josue’ Santiago Suar Tebelan. E via seguendo per oltre mezz’ora di nomi, di richieste, di ringraziamenti per grazie ricevute.
Tutto e’ demandato e attribuito ai favori del cielo, la salute, la macchina nuova, il negozio, il furgone, il lavoro, la casa. Superstizione e rito, spirituale e materiale fittamente interconnessi – tutto comunque e’ dato e tolto da Dio.
Continuo il viaggio e arrivo in Colombia. Sto viaggiando su un autobus e ci fermiamo per una sosta carburante e bagno. C’e’ un piccolo spiazzo, dove si ferma il bus, scendiamo per sgranchirci e poi aspettiamo di ripartire. Sono lì che nell’attesa guardo le auto che passano e vedo arrivare da lontano, camminando sul ciglio della strada, un gruppo di persone in fila.
Si avvicinano e non posso credere a quello che vedo. Le persone che stanno davanti al gruppo in fila indiana stanno portando in spalla una bara. Stanno andando dalla casa alla chiesa o dalla chiesa al cimitero – mi immagino che non abbiano abbastanza soldi per noleggiare un’auto per portare il feretro e che quindi se lo portano in spalla camminando lungo la Statale. E’ certo che la morte sia una grande livella per tutti, ricchi e poveri. Ma non lo si vede dal funerale.
Continuo e passo in Ecuador. Arrivo a Otavalo, una cittadina nota al turismo perché sede di un famoso mercato. Così famoso che e’ ormai diventato piuttosto commerciale: ponchos, sciarpe, maglioni, copriletti, collanine, artigianato “andino”, insieme a altri grandi best-seller per turisti: T-shirt di Bob Marley e Che Guevara, per intenderci.
Fuori dal giorno di mercato la cittadina si spopola di tutti i turisti. Passo di qui, faccio un giro pensando di partire al più presto per Quito.
Entro in una chiesa perché vedo alcune persone che attirano la mia attenzione. Le panche delle prime file sono occupate da indigeni in attesa di una messa speciale: stanno adornando un altarino con le foto di due persone, lo abbelliscono di fiori, accendono candele e pongono ai piedi delle immagini frutta, uova e pane. Capisco che e’ una messa in memoria di due persone mancate da poco. Decido di fermarmi. Alla fine il sacerdote benedice il cibo, e vedo che i membri della famiglia si abbracciano e piangono. Vorrei avvicinarmi per dire loro che partecipo a quel dolore perché sono davvero commossa e mi rendo conto che sto piangendo anch’io.
Non so se farlo o no, non so se è appropriato, non so se gli farebbe piacere o se sarebbe per loro un’intromissione. Mi faccio coraggio e mi dico che semmai mi chiedono di andarmene e io semplicemente me ne vado.
Mi avvicino a un ragazzo per abbracciarlo e dirgli che mi dispiace tanto per la sua perdita. Lui mi ringrazia e mi presenta alla sua famiglia. Mi chiedono se voglio andare con loro al cimitero.
Ci incamminiamo. Il piccolo corteo è accompagnato da due musicisti che suonano una chitarra e un violino. Il mio nuovo amico, Edison Azul, mi dice che è un ballo e che significa che tutti noi stiamo ballando un’ultima volta con il giovane ragazzo che e’ mancato. Si suona solo quando chi è morto non era sposato, e il ragazzo non lo era.
Arriviamo al cimitero. Non il cimitero dei bianchi e dei meticci. Il cimitero degli indigeni – solo per loro. Terrazzato su di una collina alla periferia della città, pieno di semplici croci addossate una all’altra, di fiori, di gente. Le tombe sono fitte e attaccate le une alle altre senza spazi vuoti tanto che non ci sono i “vialetti” tipici dei cimiteri per raggiungere una tomba o l’altra.
Ogni tomba è quindi un gradino del terrazzamento, centinaia di gradini ovunque su per la collina, e tutti ci camminano sopra per salire e scendere.
Quando vedono che io cerco di camminare ai lati per non calpestare il centro delle tombe mi dicono che no, non c’e’ nessun problema se camminiamo sulle tombe – è un modo per i defunti di sapere che c’e’ gente che va e che viene, che c’e’ vita con loro – il mondo dei vivi e quello dei morti non sono
separati.
Arriviamo alle “nostre” tombe e inizia un rito: si canta e suona mentre si cammina in cerchio intorno alle croci. Un “sacerdote” indigeno recita preghiere (ha iniziato il giorno prima e andrà avanti tutto il giorno e tutta la notte fino al giorno seguente). Poi tutti si siedono per terra, sulla terra battuta che copre le tombe, e inizia la distribuzione del cibo. Ognuno ha portato qualcosa: mais, fagioli, riso bollito, erbe di campo, zuppe.
Tutto in secchi e borse di plastica. Ognuno con la sua borsa o il suo secchio fa il giro e versa il cibo nelle ciotole degli altri – tutto si mischia, ogni nuovo cibo sopra a tutto quello che e’ già nel piatto.
Certi contrasti sono stridenti: cibi come quelli che si mangiavano prima della conquista e sacchetti di plastica, bevande di mais fermentato nei secchi che erano della vernice e distribuite con “mestoli” improvvisati che sono ex misurini del detersivo. Tisane con zucchero di canna e Coca Cola. Un’altra sovrapposizione di sacro e profano, di mondo antico e di mondo nuovo.
E tutti mangiamo sopra quelle tombe, portando il mondo dei vivi nel mondo dei defunti – e viceversa. Perché i defunti sono più felici se il mondo dei vivi gli dimostra che non sono stati dimenticati.
La giornata continua col trasferimento alla casa della famiglia delle persone che non ci sono più, seduti tutti intorno alle pareti di una stanza, con al centro un altarino con le immagini, il cibo benedetto, le candele. E per tutto il giorno e tutta la notte si mangia, si beve, ci si ubriaca, si balla e si prega.
Io quando fa notte vado via, ma il giorno dopo ritorno per fargli una sorpresa – voglio dimostrare loro che per me non e’ stata solo un’esperienza di folklore.
Sono ancora tutti lì, stupiti che io da sola abbia ritrovato la strada per arrivare alla loro casa lontana dalla città, molti di loro – dopo una notte passata continuando la cerimonia - così ubriachi da non riuscire a stare in piedi, le donne in cucina.
Vorrebbero che mi fermassi di nuovo, ma ora devo proprio partire. Non mi lasciano fintanto che non gli prometto che se mai tornerò andrò a stare nella loro casa invece che in un albergo. “Questa e’ la tua famiglia, questa e’ la tua casa” mi dicono.
Penso al grande privilegio che ho ricevuto. Penso a quel cimitero e a quel villaggio di nativi in cui forse nessun occidentale e’ potuto andare. Penso a quella famiglia che mi considera come una di loro, al mio amico Edison Azul che mi chiede “tornerai? Non ti dimenticherai di noi, vero?”
Ringrazio il cielo per questi regali.
E come questi ho momenti in cui incrocio il cammino con gente di ogni tipo, dai rivoluzionari che hanno combattuto la rivoluzione Sandinista in Nicaragua, a persone che lavorano per il processo di riconciliazione per le vittime dei paramilitari in Colombia, a persone che mi raccontano, mi danno una mano quando ne ho bisogno, mi accompagnano da qualche parte a vedere qualcosa che solo loro conoscono.
Questo e’ il viaggio che voglio, questa e’ la vita che mi rende felice, questo e’ il mondo che ogni giorno mi insegna qualcosa.
18 NOVEMBRE 2010
A cura di Antonella De Bonis














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