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Intervista a mons. Ravasi, nominato cardinale dal Papa

Papa Benedetto XVI ha nominato cardinale mons. Gianfranco Ravasi, per 18 anni indimenticato prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Mons. Ravasi, nativo di Merate e cresciuto a Osnago, nella Brianza lecchese, è da molti anni un importante riferimento culturale per chiunque voglia accostarsi alla Bibbia

Papa Benedetto XVI ha nominato  cardinale mons. Gianfranco Ravasi, per 18 anni indimenticato prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Mons. Ravasi, nativo di Merate e cresciuto a Osnago, nella Brianza lecchese, è da molti anni un importante riferimento culturale per chiunque voglia accostarsi alla Bibbia e ha sempre saputo creare occasioni di dialogo e confronto di alto livello tra culture diverse.

 

La Lombardia si dimostra, una volta di più, terra capace di costruire e custodire grandi tradizioni e grandi uomini, in grado di offrire un contributo originale e creativo a quel bene comune che è stato al centro della riflessione nella recente XLVI Settimana Sociale dei cattolici italiani svoltasi a Regio Calabria.

 

Di Francesco Colafemmina

 

Qui sotto troverete una intervista a Mons. Ravasi pubblicata da La Croix nel 2009. L'intervista è interessante perchè Ravasi, uomo di grande onestà intellettuale, esprime candidamente la sua idea di arte e di arte sacra.

 

Le premesse

 

Premessa fondamentale del discorso ravasiano sull'arte è l'assoluta "storicizzazione"dell'espressione artistica, secondo un processo tipicamente hegeliano. L'arte del passato appartiene al passato e così con l'arte di ogni epoca. Tutto è condizionato e limitato alle condizioni storiche e sociali che hanno partorito ogni specifica tipologia artistica. Ognuno di noi sa bene che così non è. Che un'arte vissuta a compartimenti stagni è pura creazione accademica. E inoltre ciascuno comprende perfettamente che questa visione "evoluzionistica" dell'arte parte dalla premessa della caducità e della morte di ogni espressione artistica proveniente dal passato o ispirata all'arte del passato (per passato intendendo anche gli albori del XX secolo).

 Ulteriore premessa è questa fiducia totale nell'intellettualismo spiritualista degli artisti. Ovvero in quella opinione fallace in base alla quale tutti gli artisti sarebbero fruitori dello "spirito" (in senso chiaramente hegeliano) e quindi avrebbero la possibilità di accedere a brandelli di verità e di bellezza, insomma a brandelli di "senso". Perciò l'arte non ha bisogno di essere cristiana per essere "vera". E soprattutto non ha bisogno di esprimersi con un linguaggio che sia universalmente comprensibile.

 Quindi, finale premessa, i linguaggi possono comunicare "spiritualità" indipendentemente dalla loro universalità. Ovvero l'arte contemporanea che non crea semplicemente un "messaggio" ma crea un nuovo linguaggio che finisce per predominare sul "messaggio" stesso, è per il fatto stesso di essere in grado di creare linguaggi nuovi un'arte dialettica. E dalla dialettica evolve lo spirito.

 

Gnosi anticristiana

 

Tutte queste premesse costituiscono il fulcro di un nuovo "manifesto artistico" della Chiesa, del quale Ravasi vorrebbe farsi promotore. Manifesto che dovrebbe escludere nominalmente "l'artigianato" e il "recupero di stili del passato". Su questo aspetto degli stili ci si potrebbe dilungare. Gli stili infatti sono caduchi, ma il linguaggio artistico, la sua sintassi e la sua grammatica precedono gli stili ed è proprio questa lingua con la sua sintassi e la sua grammatica che la Chiesa dovrebbe incentivare e difendere.

Tornando dunque a questo fulcro modernista possiamo leggere nell'intervista a Ravasi che gli artisti non hanno bisogno - per essere in armonia con la Chiesa - di farsi "catechisti". Come dire che la loro capacità di assorbire "lo spirito" li rende già per questo in armonia con la Chiesa.

Questa grave concezione spiritualista dell'arte, tra l'altro sempre in bilico sul baratro del nulla, della provocazione anticristiana, del riversamento in positivo di ciò che è sempre stato negativo per la Chiesa, è oltremodo esaltata da Mons. Ravasi.

C'è da dire, in conclusione, che chiunque lo leggerà non potrà notare con un certo "fastidio" il continuo ricorso al "borderline", insomma l'evocazione di temi, autori, posizioni, concezioni che sono in bilico fra gnosticismo ed esistenzialismo sartriano.

 Il culturalismo radical-chic

 

Come riassumere questa intervista. Bene, io la definirei una intervista intrisa di culturalismo radical chic, di chi per essere contemporaneo ha bisogno di citare non il Vangelo e neppure i Padri della Chiesa, nè tantomeno autori o artisti cristiani, ma Chagall ed Henry Miller. Una intervista di chi vorrebbe "svecchiare" la Chiesa, farle superare l'ottusità retriva che sembra contraddistinguerla agli occhi del mondo, e trasformarla in una sorta di fucina di sperimentalismo artistico in grado di creare un "nuovo corso". Il tutto fa un po' tristezza, soprattutto al pensiero che questo "nuovo corso" potrebbe avere in Milano il suo centro fra qualche mese. Allora sì che Renzo Piano potrà trasformare piazza Duomo in un boschetto, magari pieno di installazioni di Jannis Kounellis, mentre nel futuristico arcivescovado si proietterà il nuovo film di Nanni Moretti che psicanalizza un Papa stanco di fare il Papa... Peccato però che lo stesso Mons. Ravasi ritenga opportuno farsi riprendere ogni domenica dalle telecamere di Canale 5, mentre seduto al centro di qualche chiesa settecentesca o davanti ad una pala d'altare del '500 tiene le sue lezioni sui testi sacri. Non sappiamo cosa penserebbero i telespettatori nel vederlo parlare davanti un'opera rigorosamente senza titolo di Kounellis o dentro un cubo di Botta... Ora però, godetevi l'intervista!

 

L’intervista

 

La Croix : Benedetto XVI ha dichiarato recentemente: « La bellezza deve essere in armonia con la verità e la bontà». Va forse contro corrente rispetto alla creazione artistica contemporanea?

Mgr Gianfranco Ravasi : Un grande artista americano mi diceva recentemente: « gli artisti contemporanei escludono due cose: la bellezza e il messaggio». E' questo orizzonte contemporaneo che vogliamo considerare, tale quale esso è. Su questo punto si può davvero parlare di divorzio con la Chiesa. Perchè l'arte contemporanea sembra per gran parte aver esplorato tutte le vie della decostruzione, del nichilismo, per portarci a constatare l'inconsistenza dell'essere, dimostrando che ormai più nulla vale qualcosa, giocando con la provocazione sull'assenza di senso nella nostra realtà. Ma di fronte a questo itinerario questa stessa arte si trova automaticamente sul punto di distruggersi, perchè l'obiettivo ultimo non può essere che il silenzio della morte, del suicidio.

 

Il quadro è così nero?

 

Dinanzi a questa situazione ci siamo interrogati. Constatiamo che il cinema per parte sua persiste a interrogarsi liberando un messaggio. Stanley Kubrick,anche se le sue ultime opere sembrano essere molto disperate, continua a raccontare a voler dire qualcosa. O ancora un Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso) – senza dimenticare Buñuel, Bresson e altri. Allo stesso modo, il cineasta americano Bill Viola, che sarà presente nella Sistina, lavora sull'acqua come simbolo di purificazione, sulla luce come simbolo di trascendenza; si interessa alla morte, alla vita dopo la morte. Ognuno può esservi sensibile. Ci è dunque sembrato che fosse giunto il momento per una nuova proposta: impegnare gli artisti a riappropriarsi dei granti simboli, delle grandi narrazioni, dei grandi temi, delle grandi figure. Claudel vedeva nella Bibbia un "grande lessico" e Chagall ne parlava come di "un alfabeto tinto nella speranza nella quale gli artisti di tutti i tempi hanno intinto i loro pennelli". Così la Santa Sede inviterà degli artisti alla Biennale de Venise, proponendogli di lavorare sugli undici primi capitoli della Genesi, che portano in sè tutta la vita dell'umanità.

 

Inciterete gli artisti a farsi catechisti?

 

Niente affatto. L'artista non deve fare un'opera direttamente catechetica. L'estetica autentica, allorchè tocca i grandi temi, può interrogarsi ed interrogarci sul senso della vita, anche se non prende in conto il messaggio evangelico. Un'autentica estetica artistica, per sua natura, tocca l'etica. Henry Miller diceva: "L'arte non serve a niente, se non a spiegare il senso della vita". Forse successivamente raggiungeremo dei risultati nell'arte sacra, propriamente religiosa o liturgica, ma non è questo il nostro obiettivo primario. Sarà una tappa ulteriore che darà ragione a questo pensiero di Herman Hesse: "l'arte è mostrare Dio in tutte le cose".

 

Giovanni Paolo II evocava una "nuova alleanza" con la Chiesa? E' il vostro progetto?

 

Si. Noi crediamo alla possibilità di un incontro fra fede e arte, premesso che l'arte esca dalla sua impotenza provocatrice. Allo stesso modo la Chiesa non deve più tenere ad un recupero azzardato degli stili antichi e a produzioni artigianali prive di ambizione. Deve accettare il contronto con queste nuove grammatiche, con queste nuove modalità d'espressione. Questo dialogo sarà fecondo per la Chiesa.

 

Sarà una novità?

 

Niente affatto. Nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre cercato di esprimersi attraverso nuovi linguaggi. Ai suoi tempi il canto polifonico è stata una vera rivoluzione. Allo stesso tempo la teologia cristiana si è sviluppata tenendo conto delle grandi tradizioni filosofiche pagane dei suoi tempi. Le nuove espressioni artistiche contemporanee devono così essere prese in considerazione per una nuova espressione del messaggio evangelico. Prendiamo ad esempo la musica contemporanea a partire dalla dodecafonia. Ella propone una nuova grammatica, una stilistica ardua che necessita di un autentico lavoro. Noi dobbiamo prenderla in considerazione.

 

Quale disciplina artistica le sembra oggi più adatta ad entrare in dialogo con la Chiesa?

 

Penso specialmente all'architettura. La maggior parte dei grandi architetti ha già costruito una chiesa. Si può citare Renzo Piano (chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo), Richard Meyer (chiesa a Tor Tre Teste, vicino Roma), Massimiliano Fuksas (Foligno), Tadao Ando (che ha realizzato diverse chiese in Giappone), etc. E non dimentichiamo Le Corbusier con Ronchamp. Tutti si sono impegnati a modellare lo spazio nella sua nutidtà, giocando sulla sua luce, sull'intimità... Ma con una carenza: l'allontanamento delle altre espressioni artistiche. Perchè se una chiesa contemporanea presenta spesso un interno magnifico, si constata che l'architetto non è sempre preoccupato dell'oggetto del culto. E' così che si vedono altari, statue e mobilio molto disparati, isnufficentemente pensati per questo spazio che pure è magnifico. Mentre al contrario un Francesco Borromini, il rivale del Bernii qui a Roma, proponeva con le sue chiese un insieme coerente ed armonico. Ecco una sfida per l'oggi.

 

La Chiesa può accettare una parte di provocazione?

 

Si. Buñuel provoca pur senza essere blasfemo. Il limite è la provocazione del vuoto che ci blocca in un cerchio mortifero. Una tale provocazione è votata alla propria fine. Un'altra cosa è un grido o una protesta che possono essere stimolanti, fecondi. Rilegga Nietzsche!

 

Il vostro sentimento è condiviso dal Papa?

 

Quando gli ho proposto il principio di un tale incontro con gli artisti Benedetto XVI ha immediatamente accettato. Egli auspica un autentico dialogo. Sa che non siamo più i bambini dell'antichità classica, del classicismo. Noi non possiamo più ascoltare Stockhausen come si ascolta Mozart. Ciò ci richiede un lavoro. Il Papa è fondamentalmente curioso di tutti i tentativi per comprendere questo nuovo mondo. E' pronto ad essere sorpreso. Noi siamo all'inizio di un nuovo dialogo.

 

Perchè organizzare questo incontro in Cappella Sistina?

 

Anzitutto perché è lì che ebbe luogo, quarant'anni fa, il primo incontro fra Paolo VI e gli artisti: il suo discorso in quell'occasione è rimasto memorabile. In secondo luogo, la Sistina è forse il simbolo più forte dell'incontro fra arte e fede. Infine è il luogo per eccellenza nel quale la Chiesa si rigenera, perchè è lì che viene eletto il Santo Padre.

 

 Frédéric MOUNIER, Roma

 

http://fidesetforma.blogspot.com/2009/11/la-croix-intervista-mons-ravasi.html

 

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Editoriale

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