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La fondazione della SOMS di Viggiù

Beppe Galli, cultore di storia locale analizza in dettaglio la fondazione della SOMS di Viggiù in un momento topico della storia d’Italia :”Viggiù tra la proclamazione del Regno d'Italia e la fondazione della Società di Mutuo Soccorso degli Operai di Viggiù, nel bel mezzo di un censimento”. (Parte terza)

Il 17 marzo 1861 in Torino il Senato e la Camera dei Deputati approvarono e «Vittorio Emanuele II Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia e di Genova, ecc. ecc., Principe di Piemonte ecc. ecc. ecc.» sanzionò e promulgò che «il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia». Era nato il Regno d'Italia.

Sempre in quell'anno idealmente sospinti dal diritto di associazione proclamato nello Statuto del Regno, dalle accalorate parole di Federico Giani, uno dei tanti viggiutesi emigranti in Torino e presidente di una Società operaia di quella città, dall'idea che «la silvestre borgata di Viggiù» avrebbe potuto godere grandi benefici qualora vi fosse sorta una società di mutuo soccorso, 12 viggiutesi cominciarono a brigare per trasformare in realtà quel sogno. In pochi mesi altri 165 compaesani sposarono quell'intenzione.

Tutti insieme il 1° gennaio 1862 si ritrovarono per nominare segretamente e provvisoriamente i vertici della loro, già intitolata, «Società di mutuo soccorso fra gli operai». Scelsero come presidente Cocchi Giovanni del fu Pietro; vice Bottinelli Battista del fu Francesco Maria; direttori Casanova Stefano, Bottinelli Camillo e Sassi Antonio; cassiere Buzzi Gerolamo Ercolini; segretario Bottinelli Giacomo del fu Giuseppe Antonio.

Cinque settimane dopo, martedì 5 febbraio 1862, ancora nel gelo della chiesa della Madoninna, loro momentaneo luogo di riunione, si erano raccolti per assistere alla scelta che i consiglieri «addetti alla Società di Mutuo Soccorso» avrebbero fatto per formare la prima «completa Amministrazione». Furono confermati i votati a capodanno con l'aggiunta di 2 direttori supplenti Francesco Maria Argenti del fu Bernardo e Pietro Monti del fu Pasquale. Nello stesso mese cominciarono a dar forma al Regolamento societario, stabilendo i diritti da vantare e i doveri da osservare, esigendo in fine l'aggiunta dei nomi dell'«insinuatore» o iniziatore, ossia Federico Giani, e dei 177 promotori. Per arrivare alla stesura definitiva fu necessario qualche mese e il ritardo non mancò di sollevare tra loro mugugni. Nel frattempo, però, tutti gli iscritti si presentarono in casa del segretario per versare la quota mensile, deliberata in 65 centesimi; presenziarono al funerale del primo socio e a quello del parroco, tutti ordinatamente e con la bandiera. Finalmente il Regolamento, dopo esser stato posto al vaglio dell'avvocato Giulio Caimi e del conte Renato Borromeo Arese, nominato nel frattempo «protettore» della Società, venne approvato il 25 maggio 1862, fatto stampare nella tipografia Ubicini di Varese e infine consegnato a ciascun socio che orgogliosamente poteva leggere il proprio nome affiancato a quello del generale Giuseppe Garibaldi a cui era stata consegnata personalmente dal presidente la tessera di socio onorario. Aveva preso vita la Società di Mutuo Soccorso degli Operai in Viggiù.

Nel bel mezzo di quegli avvenimenti la pazienza degli amministratori comunali, già stressata dalle numerose innovazioni emanate dal nuovo sovrano, fu rimessa alla prova da due nuovi problemi o meglio grattacapi. Il primo in agosto. Sul suo tavolo il sindaco trovò un altro questionario statistico da compilare. Consultate carte e collaboratori quantificò la richiesta.

 

A Viggiù abitavano 2346 persone, 17 di loro erano elettori politici e 180 amministrativi; 166 militi formavano la Guardia Nazionale, armati con 83 fucili. Unica la parrocchia, due i sacerdoti. Tre le scuole, due pubbliche e una privata. Erano corrisposte 357 lire e 34 centesimi al maestro «principale», 259,26 lire a quello «secondario», 172,84 lire alla maestra; 777,78 lire al medico chirurgo, 20,74 lire al facente funzione di veterinario (un fabbro) e 150 lire alla levatrice. Duecentoventi gli emigranti in Svizzera, Francia, Austria, Spagna e America a «esercitare la professione di marmorino». Due le filande e altrettante le fornaci da calce. Il territorio era attraversato da 7500 metri di strade comunali, da tre torrenti il Valmeggia o Riana, il Poaggia e il Clivio e da due cavi fatti scavare decenni prima dall'avvocato Diotti. Il suolo produceva 160 ettolitri di frumento, 30 di segale, 170 di frumentone ovvero mais, 80 litri di olio e 8000 gelsi davano 7625 miriagrammi di ottima e pregiata foglia. Trenta i bovini e tre i maiali da macello; otto cavalli, tre asini, tre muli e 50 buoi erano impiegati nei lavori. Non vi era alcun mercato, ma villeggiavano i Borromeo.

In settembre il secondo grattacapo. Appena il tempo di inviare i risultati che domenica 8 da Torino Vittorio Emanuele II, «per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d'Italia», firmò il decreto legge n. 227 con il quale perentoriamente ordinava che inderogabilmente avrebbe dovuto compiersi «il censimento della popolazione del Regno d'Italia... secondo lo stato della popolazione di fatto nella notte del 31 dicembre 1861 al 1° gennaio 1862», decreto convalidato con la legge n. 479 del 20 febbraio 1862 con cui si obbligava «i capi di famiglia... nonché gli individui che vivono da soli» a compilare le schede loro consegnate e che rifiutandosi o alterando «scientemente la verità», sarebbero incorsi in una pena «estensibile sino alle L. 50».

Per evitare errori e multe a Viggiù le schede furono compilate da solerti incaricati comunali, mentre per rendere più snelle le operazioni il paese venne suddiviso in sei parti ovvero sezioni. La prima comprendeva le vie Parrocchiale, del Rosario, Maggiore, Brosolino e San Bernardino; la seconda la contrada della Fontana e la via Madonna della Croce; la terza le contrade Borromeo  e  di  Sopra; la  quarta  la  via  Sant'Elia  e la  contrada San Rocco; la quinta le contrade di Vico, della Madonnina e Circonvallazione; la sesta le frazioni Aglio - Baraggia I - Baraggia II - Baraggiola 1 - Baraggiola 2 - Baraggiola 3 - Baraggiola 4 - Baraggiola Vecchia - Bevera I - Bevera II - Leggio - Lucate - Mulino Nuovo - Poreggia - San Siro - Volpinaccia - Piamo - Besnasca e il Torchio dell'Olio che in quel torno di tempo era disabitato.

I premurosi inviati compilarono 460 «schede di censimento»; elencarono 2441 viggiutesi: 1991 in paese 450 nelle frazioni; 1235 maschi e 1206 femmine. Tre donne superavano i 79 anni, ma il più anziano era un uomo l'ottantaquatrenne Giuseppe Olgiati, oriundo di Arcisate, ma viggiutese da lunga data, vedovo di Teresa Colombo dell'Ospedale Maggiore di Milano.

2022 erano nati a Viggiù; 361 in Lombardia di cui 139 nei paesi del Mandamento di Arcisate; 30 in altre regioni; 28 all'estero, uno in Francia, ma da genitori viggiutesi, tutti gli altri nel Canton Ticino. Di questi ultimi, 20, avevano trovato l'anima gemella al di qua del confine. Smarrita ahimè! purtroppo da molti: 99 i vedovi, di cui 57 risposati, 128 le vedove, di cui solamente 14 le risposate.

Di esposti, ovvero neonati abbandonati, ne conteggiarono 69: 32 m. e 37 f.; 41 dati in affido o provenienti dall'ospedale Maggiore di Milano, 28 da quello di Como, il Sant'Anna, comunque la maggior parte di loro godeva di un'adeguata istruzione, cioè sapevano leggere e scrivere al contrario dei 1148 segnalati nelle schede (389 m. 759 f.) e dei 45 che sapevano solo leggere (27 m. 18 f.), quindi avevan dimestichezza con carta, penna e calamaio in 1248 (619 m. 429 f.). A 5 anni già sapeva leggere e scrivere Luigi Bianchi figlio di Gaspare da Porto Valtravaglia sarto. A 6 Giovanni Antonio Monti di Antonio marmista. Quattro bambini, tra i 7 e i 10 anni, erano indicati come studenti e uno di loro andava a scuola a Como. Undici giovinetti, tra gli 11 e i 17 anni, frequentavano istituti superiori cittadini: 6 a Varese, 3 a Como, uno a Milano, uno a Lione e uno nel cantone elvetico di Svitto. Cinque gli iscritti all'università: a Pavia, da novembre ad agosto, a legge Giuseppe Piodi di Giovanni (20enne, morirà nel 1863), Diamante Argenti di Giovanni (23enne, poi avvocato); a medicina Pietro Ambrogio Rossi figlio del dottor Francesco Rossi (24enne) e Giuseppe Canzani di Gabriele (24enne); a Bologna, Carlo Pellegatta  di  Giacomo  (22enne, poi ingegnere;  a  Viggiù  progetterà  la  scuola elementare  e  l'asilo infantile). Frequentava, forse, l'Accademia di Brera, Rizzardo Galli (21enne) del fu Antonio scultore, di cui seguirà le orme. Mentre l'11enne Marietta Roncoroni figlia dell'oste Giuseppe è la sola del gentil sesso a frequentare una scuola fuori paese: a Santa Maria del Monte sopra Varese.

Terminata la scuola tutti quanti si mettevano alla ricerca di un lavoro. Nel censimento senza una professione risultavano l'unico disabile, i 13 che potevano vivere di rendita, i 566 minori, i 36 distinti con un «non occupato» e i 9 a cui nulla era indicato.

La maggior parte della forza lavoro femminile era impegnata nell'agricoltura: 562 contadine, contro 111 contadini e 2 giardinieri. Seguite da 198 «donne di casa» accupate quotidianamente nei lavori domestici. A loro si aggiungevano 105 cucitrici e 2 tessitrice. Altre attività erano contemporaneamente svolte da molte di loro, ma sottaciute nel censimento, come ad esempio l'allevamento, o come allora si diceva, la coltivazione dei bachi da seta, che nell'economia contadina con quella dell'affido di trovatelli produceva un'entrata di denaro contante, non speso, ma messo via per formare la dote delle future spose. I dorati bozzoli erano acquistati, con ogni probabilità, da Luigi Catella di Stefano l'unico a svolgere in paese la filatura della seta.

I lavori svolti dagli uomini erano suddivisi nelle arti della costruzione, 29 tra muratori e garzoni; del ferro, 8 fabbri; del legno, 12 falegnami; della pelle, 15 tra calzolai e relativi garzoni, a loro va aggiunto uno zoccolino, che senza forse, era lui a calzar più piedi viggiutesi.

I traffici di merci e il trasporto di passeggeri erano affidati a un carrettiere, un cavallante e due vetturali, su strade tenute in ordine da un selciatore e da un suolino (a tempo pieno). Invece a tener in ordine i viggiutesi ci pensavano un barbiere e un sarto a cui dava una mano, nel taglio, un arrotino. Per il pane quotidiano a impastar le farine, macinate con cura da sette mugnai negli antichi mulini della Bevera e nel mulino Nuovo del Brughello, si davan da fare quattro prestinai, coadiuvati nella cottura da un fornaio e da due fornaie. Carni e frattaglie erano vendute da due macellai; gli altri generi alimentari da sei pizzicagnoli; sale e tabacchi da un postaro, che quando chiudeva bottega andava a fare il suolino.

A far dimenticar fatiche e dispiaceri ci pensavano una bettoliera e due bettolieri, un oste e ben tre ostesse.

Alle magagne delle pignatte e dei padellini si occupavano due calderai (sordomuti); ai malanni dei viggiutesi un medico chirurgo e uno speziale ossia farmacista, mentre ad assistere le partorienti, a ogni ora del giorno e della notte, si prodigava una sola levatrice in quanto l'altra aveva lasciato il paese al seguito del marito in quel di Lodi.

Oltre al coadiutore e al parroco alla cura delle anime si prestavano un nipote del curato e, allorquando facevano ritorno in paese, da Arzo e da Lentate sul Seveso, i sacerdoti Bernardo Buzzi Donelli e Simone Benigno Zini, tutti ben supportati da un sacrestano. A quella degli affari tenevan banco un avvocato, un ragioniere, un impiegato, nonché il commesso postale e il segretario comunale. Infine, anche allora, il più temuto era l'esattore fiscale certo Gaetano Catella.

I confini erano presidiati da sette guardie di finanza comandate da un brigadiere e da un sottobrigadiere. Il buon governo dei boschi era sorvegliato da un guardia forestale e, a difesa del patrio suolo, sotto le armi stavano un sergente, un militare farmacista e 39 militari soldato; qualcuno di loro prestava ancora servizio sotto le bandiere austro-ungariche, forse, quei due che non era dato sapere dove si trovassero e, certamente, quello che stava in Ungheria. Ventotto erano «al corpo» di appartenenza e i restanti a Viggiù in permesso ovvero in licenza. Lontano dal patrio suolo, riparato in Svizzera, un militare soldato disertore.

Il maggior numero di braccia, però, era impiegato in quella che da secoli aveva reso ricco e conosciuto Viggiù in tutta Europa e oltre: l'arte della lavorazione della pietra. Ben 607 gli addetti, così suddivisi: 377 marmisti garzone, 128 marmisti, 68 marmisti maestro, cinque scalpellini, un ornatista maestro, un intagliatore, quattro intagliatori maestro e 21 scultori, nove con studio in paese.

Il lungo elenco degli occupati era chiuso da un girovago. Ma in giro per il mondo non era il solo. Non tenendo conto di chi vestiva la divisa, da Viggiù se ne erano andati, a cercar fortuna altrove, in 340. Sparsi lungo l'italico stivale erano in 239 la maggior parte concentrati a Milano (64), a Torino (37), a Genova (17) e una dozzina a Lodi.

In giro per l'Europa ne contarono 92. Nove andarono ben oltre, presero il largo, attraversarono l'oceano e approdarono in America. Di quei 340 emigranti 224 attendevano a professar l'arte della lavorazione della pietra e tra loro 12 scultori.

Ritornando a Viggiù, dei 460 capi di casa ovvero capi famiglia 351 erano uomini, di cui 30 celibi e 36 vedovi. Le restanti 109 famiglie erano governate da donne o vedove (93) o nubili (16). Mediamente le 460 schede ossia i 460 nuclei erano formati da cinque individui. In paese nella contrada della Madonnina viveva la famiglia con più figli, quella di Pietro Monti, che ne contava ben 11. I nuclei più ampi si trovavano però nelle frazioni.

Nuove famiglie appaiono a fianco di quelle che, con il passare dei secoli, le avevano precedute, alcune in paese resteranno per sempre altre temporaneamente. Molte erano giunte l'11 novembre festa di San Martino, tutte con la speranza in cuore che la loro vita, da quel giorno, sarebbe potuta cambiare solo in meglio. Con i pochi bagagli portavano, sempre, tante fresche energie a cui l'intero paese avrebbe potuto attingere per superare le periodiche carestie ed epidemie. Si integrarono così bene che il numero degli abitanti continuò a crescere anche nell'anno del censimento e sebbene non vi figurassero più alcune delle antiche e nobili famiglie, come i Marinoni e i Piazza, i Corti avevano superato i Longhi.

Tra le censite contava il maggior numero di componenti, ben 189, quella dei Buzzi, distinti ormai solo come Reschini, di Marco, Donato, Leone, Giberto, Spezié, Donelli, Quattrini, d'Umana, Croci, del Nano, Ercolini, Menghini e Scuriato. Gli teneva corda quella dei Rizzi (165); poi di seguito quelle dei Bottinelli (124); Franzi (106); Argenti (78); Giudici (75); Casarico (55); Olgiati (50); Corti (49); Bernasconi (46); Monti (41); Cassani (40); Rusconi (39); Porlezza (38); Sassi (33); Pellegatta (32); Casanova, Galli e Gattoni (31); Clerici e Rasetti (26); Calderara, Catella e Piodi (25); Malnati, Somaini e Zini (24); Bianchi (23); Guerra e Romani (22); Negretti (18); Giani (17); Cassi, Checchi e Gussoni (16); Luatti, Molina e Sartorelli (15); Caverzasi e Roncoroni (14); Colombi (13); Civelli e Comolli (12); Donghi (11); Beltrami e Mara (10); poi, in ordine alfabetico, quelle degli Albinola, Albisetti, Albuzzi,   Ambrosetti,   Antonini,   Augustoni,   Balzaretti,   Balzarini,  Botta, Bottigi, Broggini, Brusa, Butti, Caccia, Camagni, Cancarnotti, Canzani, Caravatti, Cattò, Cocchi, Conti, Crugnola, Del Frate, Donadini, Ferrari, Galeotti, Grandi, Gunella, Imperiali, Lamperti, Larghi, Lavarini, Livio, Longhi, Magnoni, Marchesi, Massoni, Mattiroli, Mazza, Meroni, Molinari, Molteni, Monzini, Orrigoni, Paracca, Perlatti, Perrucconi, Piatti, Piffaretti, Quadri, Scalabrini, Realini, Restelli, Rognoni, Rossi, Rossinelli, Solari, Soldini, Tamoncelli, Tantardini, Valli, Trenta, Trentini, Vergobbi, Vigotti, Viscontini e Volpi.

Infine la proprietà immobiliare evidenziata nelle 461 schede era suddivisa tra 75 famiglie.

Raccolte le schede i dati vennero verificati, ricontrollati e tirate le somme comunicati al Re, che dopo un anno e più con il regio decreto n. 1268 del 10 maggio 1863 approvava «le tabelle del censimento generale della popolazione del Regno» e contestualmente decretava che «le cifre della popolazione», descritte nelle due tavole unite al decreto, erano quelle che «costituiscono la popolazione legale... e saranno considerate come le sole autentiche sino al nuovo censimento generale». A Viggiù, nella fatidica «notte del 31 dicembre 1861 al 1° gennaio 1862», se ne stavano, si presume al caldo nei loro letti o in piedi a festeggiare l'anno nuovo, in 2205.

SOMS Viggiù (Parte terza)

Ernesto R Milani

Ernesto.milani@gmail.com

22 maggio 2012

 

 

 

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Editoriale

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