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Il Venezuela sprofonda sempre più nella crisi economica e sociale. E' una fuga di massa di laureati e donne: «Andiamo a partorire in Brasile o vendere i capelli in Colombia»

Milano 18 maggio 2018 - Con le elezioni “farsa” alle porte (si voterà domenica 20 maggio 2018) il Venezuela continua a fare i conti con una crisi sempre più acuta e minacciosa. Entro giugno si prevede la fuga di circa 3 milioni di venezuelani

 

di Maurizio Pavani

 

 

Le famiglie venezuelane fuggono nei paesi di confine per partorire, in cerca di una migliore assistenza sanitaria oppure per vendere i loro capelli in Colombia. Ogni giorno migliaia di venezuelani, dottori, infermieri, dentisti, avvocati e semplici persone, attraversano il confine verso il Brasile o verso la prima cittadina della Colombia per cercare qualsiasi lavoro o prestazione consenta loro di guadagnare poco più dei pochi Bolivares che a fatica riescono a racimolare nel loro Paese. Stiamo parlando di 2-3 euro al cambio ufficiale che la svalutazione della moneta venezuelana da anni certifica nel processo di depauperazione sistematica delle risorse e ricchezze del Paese ad opera del folle governo-didattura di Maduro, sempre più isolato nel mondo e nel Sudamerica.

 

Il Paese è al collasso umano, sanitario e sociale: non ci sono professionalità né strumentazioni mediche idonee per eseguire interventi chirurgici e di primo soccorso. Tutti si arrangiano come possono. Stanchi di rovistare nei bidoni e nelle pattumiere a cielo aperto in cerca di qualche avanzo di cibo, si vendono pure i capelli che in Colombia sono molto richiesti dal mercato delle parrucche. Moltissime ragazze dai bei capelli biondi o mori, con le lacrime agli occhi, attraversano il confine per il taglio che consente alle loro famiglie di racimolare almeno quei 30 - 40 euro sufficienti per sopravvivere quasi 6 mesi.

 

Ma se dopo un po’ i capelli ricrescono, i parti delle mamme incinte sono invece una priorità che non può attendere: accampate in una tenda in un campo profughi, raccontano di una situazione terribile che le ha rese anemiche per una cattiva e scarsa alimentazione povera di vitamine. In Brasile, alcune di loro sono riuscite a partorire in sicurezza e tranquillità ma i servizi sanitari dello stato di Roraima negli ultimi tre anni hanno visto lievitare le richieste di assistenza del 3.500% e le nascite dei bimbi venezuelani sono cresciute del 228%. In particolare la città di Boa Vista ospita oltre 50mila venezuelani che rappresentano circa il 15% della popolazione.

 

A pochi giorni dalle presidenziali “farsa” indette dal governo da Nicolas Maduro per assicurare a lui la dittatura sul Paese e per sedare ogni eventuale soffio di rivolta dei prigionieri politici rinchiusi come bestie nella carceri di Caracas, è ritornata al centro dello scenario la violenta repressione di ogni dissenso da parte del governo chavista.

 

Da giorni anche la Chiesa si è finalmente “mossa” ma subito la milizia ha negato l'accesso a una delegazione di Vescovi ed ai parenti dei reclusi. Una foto di Gregory Sanabria, un manifestante oppositore in attesa di giudizio dal 2014, con il viso tumefatto dai colpi ricevuti all'interno della struttura, ha causato commozione sui social. Un altro prigioniero politico, Daniel Ceballos - ex sindaco di San Cristobal, nello stato di Tachira - ha inviato un messaggio disperato, per chiedere che «qualcuno venga a mostrare la sua faccia in questa prigione sotterranea dove uccidono la gente, dove si violano i diritti umani dei venezuelani, molti senza processo». La moglie di Ceballos, Patricia Gutierrez - eletta sindaco dopo l'arresto del marito - ha denunciato che Sanabria è stato picchiato da detenuti comuni con la complicità delle guardie del Sebin, sottolineando che «la situazione era una bomba a tempo ed è scoppiata la scintilla che l'ha fatta esplodere».

 

 

Diosdado Cabello, numero due del partito chavista, ha commentato ironicamente la notizia, sostenendo che «appena vanno in galera, a questi presunti prigionieri politici succede di tutto: gli viene la forfora, gli si infiamma un'unghia, così la Commissione Interamericana per i Diritti Umani può concedere la loro protezione». La situazione invece è stata presa molto sul serio dall'Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani che ha deplorato ogni violenza e ha chiesto che sia garantito un trattamento umano a tutti i prigionieri.

 

Ma ecco cosa sta succedendo nel Paese in crisi: giungono notizie dai rifugiati che in Venezuela la gente si mangia pure gli animali dello zoo per la fame. L'inflazione oscilla tra il 700 e il 1100 per cento. Mancano medicine, benzina, tutto. Un paese allo sbando raccontato dalla voce delle donne venezuelane: «Sembra Auschwitz: anziani pelle e ossa ma il vero strazio è la fame! Sì, il più grave tra i problemi del Venezuela è proprio la fame che fa morire la gente. Si possono vedere bambini che cercano nella spazzatura e lottano con i cani per prendere gli scarti di cibo. I cani e i gatti per strada sono sempre meno, chi non sa come sopravvivere li usa per sfamarsi. La gente è arrivata a mangiarsi anche gli animali dello zoo di Caracas».

 

A Caracas l’economia è in crisi da ormai quattro anni. Dal 2014 il Venezuela vive una crisi economica senza precedenti che ha messo in ginocchio il paese. Il bolivar, la moneta nazionale, è ormai carta straccia. Alla base di questa crisi è stata la caduta del prezzo del petrolio, risorsa su cui il Venezuela basa il 95% della propria economia. L’esportazione del greggio forniva le entrate necessarie per mantenere i costi dei servizi sociali messi in piedi ai tempi del governo socialista di Hugo Chavez.

 

Oggi in Venezuela manca tutto: cibo, medicine, materie prime. Nei supermercati ci si aggira fra distese di scaffali vuoti, la gente si mette in fila all’alba per trovare qualcosa nei negozi ma spesso è inutile. Secondo le stime della Caritas, nel paese ci sono circa 280.000 bambini denutriti e un bambino su tre presenta danni fisici e mentali irreversibili. Intanto il governo "fa spallucce" e incolpa le potenze occidentali per la crisi in corso e così ha deciso di non accettare aiuti umanitari.

 

La realtà è un'altra: c’è gente che prende 6 dollari al mese di pensione e per sopravvivere è aiutata dai figli emigrati all’estero. Per comprare un litro di latte ci vogliono 5 pensioni, una confezione da 30 uova costa una pensione e mezzo. Tutto questo se si ha la fortuna di trovarli, perché la maggior parte delle volte il cibo non c’è. Nemmeno per i piccoli orticelli casalinghi si trovano più semi e prodotti contro gli insetti. Nelle farmacie è disponibile solo il 38% delle medicine di base. Il peggio è che, con questa povertà, le cure sono inutili. Ma a cosa servono le medicine se nessuno ha da mangiare?

 

Ancora più assurdo è che nel paese del petrolio manca pure la benzina! Sembra paradossale ma solo a Caracas ci sono ancora pochi distributori che richiedono due giorni di coda per un pieno, gli altri sparsi per il territorio stanno diventando un miraggio. Gli autobus sono stati dimezzati e la mattina la gente si spintona per riuscire a salire e andare al lavoro, ma questo è un eufemismo perché una volta arrivati in una scuola oppure in un market o in un’infermeria, appare innanzi il nulla assoluto: scaffali e armadietti vuoti con medicine e cibarie scadute, banchi rotti e sporcizia. Ma dove sono finite le belle fila delle festose scolaresche con le loro eleganti divise di una volta? Anche negli uffici dell’anagrafe è il collasso e la burocrazia al mercato nero la fa da padrona: non si possono fare i documenti dal momento che gli uffici non hanno neanche la plastica per rifare le tessere. Anche la carta è oramai finita, così è nato un mercato nero di fogli scritti solo da una parte.

 

La crisi economica e sociale è strettamente legata a quella politica e culturale che oramai ha superato la soglia d’allarme. A marzo dell’anno scorso, il governo di Nicolás Maduro ha esautorato il parlamento controllato dalle opposizioni. Il 16 luglio, circa 7 milioni di venezuelani, anche quelli che risiedono nella maggior parte delle metropoli e città d’Europa e d’America, hanno votato in un referendum simbolico contro il presidente, ma gli ovvi risultati di protesta e opposizione sono stati ignorati come becera propaganda contro un governo democratico di un Paese in cui i bimbi giocano e dove non manca nulla, dal cibo ai giochi elettronici al turismo di massa.

 

Violentissime proteste hanno provocato più di cento morti e centinaia di feriti e arresti. Non sono state morti accidentali, è stato un massacro voluto: i cadaveri avevano un colpo di pistola in mezzo agli occhi perché l’esercito ha lanciato lacrimogeni anche dentro le ambulanze. Per disperdere le manifestazioni, oltre all’esercito agiscono i colectivos, gruppi paramilitari filogovernativi che si sono resi responsabili di molte violenze. Questi si comportano come se fossero l’esercito personale di Maduro. Sono composti da persone senza scrupoli, ex delinquenti che inneggiano al loro leader, ovviamente ricevendone in cambio prebende di ogni sorta solo perché impugnano armi automatiche.

 

 

Secondo il New York Times, la situazione peggiorerà ancora nel corso nel 2018: l’inflazione è destinata ad aumentare e il governo difficilmente chiederà aiuti internazionali o accetterà di farsi da parte. Nel frattempo, sono sempre più gli Osservatori che chiedono l’intervento della comunità internazionale. Situazione a rischio anarchia in Paese dove vige solo la legge del più forte, ossia quella della dittatura. Dopo le razzie nei negozi, da qualche settimana sono infatti iniziati i saccheggi nelle case anche per la carta igienica che non si trova più negli scaffali dei pochi market ancora aperti. Ma la cosa che preoccupa di più la popolazione sofferente sono le medicine. Le medicine hanno un grande valore nel mercato nero e i poliziotti fanno quello che gli pare. La corrente elettrica a volte manca perché anche i furti dei cavi si susseguono. L’acqua nel sistema idrico arriva solo una volta alla settimana ed è pure torbida e andrebbe filtrata e bollita per essere sterilizzata.

 

Contrariamente a molti connazionali che stanno fuggendo in Brasile, in Colombia o Spagna, qualcuno già espatriato sogna di poter tornare in un Paese che solo 40 anni fa era definito “una delle perle del Sudamerica” per ricchezze naturali e tranquillità della vita. Un Paese che aveva aperto le braccia a molti emigrati italiani, presi a modello per impegno nel lavoro e onestà. “Anche se ora sono giunta e salva in Spagna – commenta affranta una madre e moglie coraggio - non posso restarmene qui. A Caracas c’è mio marito, ci sono i miei figli, i miei connazionali. Ho lottato tutta la vita per il mio paese. Ora non starò qui con le braccia incrociate».

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Editoriale

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