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Emigrazione italiana e fascismo in Venezuela. Capitolo 2

La politica migratroria italiana dall'unità al fascismo. Seguendo la ricerca del nostro autore, Lorenzo D. Belardo, vediamo come i governi italiani dall'unità in poi, incoraggiarono l'emigrazione. Le numerose testimonianze, i missionari che avevano osservato da vicino la triste realtà di vita degli emigrati. Di Antonella De Bonis

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA LA SAPIENZA

Facoltà di Scienze Politiche

 

EMIGRAZIONE  ITALIANA  E FASCISMO  IN VENEZUELA

Storia degli italiani in Venezuela tra il 1840 e il 1939.

 

Relatore: Prof. Renzo De Felice                

Candidato: Lorenzo D. Belardo

 

CAPITOLO II

LA POLITICA MIGRATRORIA ITALIANA DALL'UNITA' AL FASCISMO

 

Seguendo la ricerca del nostro autore, vediamo come i governi italiani dall'unità in poi, incoraggiarono l'emigrazione e ciò malgrado le numerose testimonianze, in particolare dei missionari, che avevano osservato da vicino la triste realtà di vita degli emigrati.

Si era infatti convinti che soltanto l'emigrazione di massa poteva dare sfogo alle forze di lavoro eccedenti e aprire una valvola di sicurezza che impedisse lo scoppio di più gravi conflitti sociali. É noto l'incremento che subirono le partenze di emigrati durante i governi Giolitti. Imponenti masse specie dal meridione di Italia, lasciavano i loro paesi verso terre delle quali, il più delle volte, non conoscevano assolutamente nulla e senza nessuna idea circa le possibilità di lavoro o circa le difficoltà ambientali con cui avrebbero dovuto confrontarsi.

In una prefazione ad un opera sulla questione Agraria datata 1908, Pasquale Villari scriveva: “L'emigrazione é conseguenza fatale,necessaria delle condizioni di schiavitu` in cui abbiamo tenuto i coltivatori...Essa é quindi una valvola di sicurezza, un rimedio eroico”. Antonio Annino, nel saggio del 1974 <<La Politica Migratoria dello Stato Postunitario>>, ci ricorda che nei primi decenni dell'unità “L'emigrazione diventa lo spartiacque tra coloro che la considerano un problema legato alle lotte contadine nelle campagne, per le quali reclamano interventi repressivi e quelli che vedono in essa un antidoto alle lotte stesse”.

Tra Parlamento, borghesia e gli intellettuali, si ammette che l'emigrazione é un fatto inarrestabile e tuttavia si deplorano le perdite di braccia e gli squilibri interni che rischiano di pregiudicare il fragile sviluppo economico.

Ma anche tra la politica dell’epoca, non manacavano le polemiche: tra chi sosteneva che: "Quegli individui ritornati in patria sono cittadini peggiori di quello che erano prima di partire:il progresso che fanno é di cominciare a sfruttare dopo essere stati sfruttati. Si produce cosi un virus che torna in Italia coi dollari", e chi invece che il rientro avrebbe costituito uno stimolo alla società e che si sarebbe concretato nella

formazione di una classe di piccoli proprietari,stimolando nuovi investimenti.

 

In realtà la spinta all'integrazione e alla stabilizzazione definitiva, costituiva una preclusione al ritorno degli emigrati, circondati dall'indifferenza dell'opinione pubblica e vittime di una truffa da parte delle compagnie di navigazione o di noleggio.

In compenso, la stampa, fedele ai principi del liberalismo non avrebbe accettato di schierarsi per una limitazione alla libertà dei cittadini:libertà di partire e di restare per sempre nel nuovo paese ignorati dal governo italiano e dalla stampa stessa.

Manacava, clamorosamente, ogni tipo di garanzia verso i connazionali all’estero.

Nel frattempo, i nazionalisti italiani recriminavano la snazionalizzazione che stava affliggendo i migranti; il loro irrecuperabile allontanamento dalla cosiddetta “Patria”.

 

Testo allegato alla fotografia: (1)

“Perdita del sentimento nazionale ... dei perduti alla patria”, erano i termini che preoccupavano gli ideologici nazionalisti di quell’epoca italiana, di quella politica di esaltazione della italianità negli emigranti.

 

Per sua natura l'emigrazione era sempre e comunque “dispersione della nazione”. La perdita di senso di italianità era un fatto comune a tutte le colonie di emigrati italiani, in qualsiasi paese straniero, perché essa dipendeva dalla mancanza di un sentimento di identità nazionale nella massa di italiani che emigravano. La loro assimilazione nel paese di immigrazione era naturalmente un processo inevitabile. Luigi Villari, un esponente del movimento nazionalista italiano, proponeva l'incremento delle scuole italiane all'estero, le borse di studio per i figli degli emigrati che volessero compiere studi superiori in Italia, nonché una forte propaganda tesa ad esaltare la grandezza e i progressi dell'Italia. Ma anche per Villari, questi erano rimedi per cercare di sanare i mali già prodotti all'emigrazione, mentre l'unico rimedio per abbattere il fenomeno all'origine era la conquista di colonie di diretto dominio.

I nazionalisti affermavano infine che una “emigrazione formata in larghissima parte da proletari ignoranti e senza coscienza nazionale, non assicurava in alcun modo una espansione dell'italianità, mentre contribuiva a disperdere le energie della nazione e a screditare, con la sua realtà di povertà e di ignoranza, l'immagine dell'Italia all'estero”.

Un colpo alla demolizione del mito sudamericano, venne da una serie di corrispondenze del grande giornalista Luigi Barzini che dall'Argentina nei suoi articoli al <<Corriere della Sera>>, tra il 1901 e il 1902 si era prefisso il compito di rompere “L'incanto che circonda ancora l'America nella mente del nostro popolo”. Barzini metteva in luce gli aspetti più crudi e brutali della vita degli emigrati, denunciava i comportamenti ostili delle popolazioni e delle autorità verso gli italiani che non avevano, come collettività, né prestigio né influenza, né potere.

Ma nel frattempo, Emilio Gentile rileva che “da un impasto di pregiudizi intellettuali,di valutazioni ideologiche, di osservazioni realistiche e velleitá di potenza, da parte del  Nazionalismo si venne elaborando una idea decisamente negativa dell'emigrazione”.

 

La propaganda nazionalista contro l'emigrazione era sosteneva che l'emigrazione costituiva null'altro che una perdita di italianità, la rapida assimilazione degli emigrati e dei loro figli annullava il già fragile senso di appartenenza alla nazione italiana: non  esisteva nè in Argentina nè il altri paesi, alcuna Italia grande e gloriosa”.

Perciò l'Italia nazionalista perseguiva una politica di intensificazione dell'italianità attraverso il potenziamento delle proprie Rappresentanze e mediante una politica scolastica finalizzatz alla conservazione e alla tutela della lingua e della cultura italiana all'estero. Inoltre tale opera doveva essere affiancata da una campagna di propaganda volta ad esaltare il prestigio dell'Italia.

L’atteggiamento nazionalista del 1914, mosse lo Stato ad intervenire a sostegno delle comunità italiane stimolando in esse la consevazione del sentimento nazionale, nel tentativo di renderle resistenti alle tendenze di assimilazione nei rispettivi paesi d’arrivo.

Il primo passo da compiere si individuò, dunque, tra le masse che si trovavano in procinto di emigrare, impartedo loro interventi di cultura nazionale, esaltazione dell'orgoglio nazionalista e capacità di conservare il proprio sentimento di appartenenza alla nazione italiana.

Si condannava l'Emigrazione o, comunque, avrebbe potuto continuare a sussistere quella costituita da lavoratori specializzati ed educati nazionalisticamente, selezionati e al servizio del capitalismo italiano nella sua opera di penetrazione nei mercati esteri; il resto avrebbe dovuto essere incanalato verso le colonie di conquista che, secondo chi scrive , si rivelarono dei cruenti buchi nell’acqua dal punto di vista espansionistico e dei massacri, dal punto di vista umanitario.

 

Dopo la guerra il nazionalismo si mosse in questa stessa direzione; il congresso del 1919 approvava un ordine del giorno nel quale: “Si incoraggiava il più possibile la nuova forma di emigrazione la quale porta all'estero operai insieme con personale dirigente, tutti uniti in uno stesso contratto di lavoro, muniti di mezzi di lavoro italiani, organizzati e finanziati da capitali italiani...”.

Tale orientamento era il risultato dei legami che si erano stabiliti nell'immediato dopoguerra tra nazionalismo e borghesia industriale e commerciale, dando impulso ad iniziative concrete per la valorizzazione degli emigrati italiani, ai fini di una politica di espanzione economica che, secondo la curatrice (2), rappresentava più un tentativo di stampo capitalista che non un impegno di distribuzione della ricchezza o di un miglioramento della qualità di vita per gli espatriati italiani, in generale.

Nonostante l'ostilità del movimento nazionalista e le sue campagne per screditare il fenomeno migratorio, durante gli anni immediatamente successivi al primo dopoguerra, l'emigrazione veniva ancora vista come l'unica soluzione veramente pratica al problema della disoccupazione in tutti i paesi ove fosse possibile, occorreva inviare lavoratori esuberanti in cerca di lavoro, bisognava oramai abbandonare ogni preferenza ed ogni eccessiva proccupazione sanitaria, sociale e giuridica.

Neppure con l'instaurarsi del regime fascista, la politica migratoria subì cambiamenti auspicati dal movimento nazionalista. Infatti, durante il primo quinquennio del regime, gli espatri si presenteranno ancora con gli alti livelli degli anni prebellici: gli espatri superano infatti il milione e mezzo di unità.

 

Note al capitolo:

1- 2: Antonella De Bonis

 

Antonella De Bonis

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