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Marinai italiani al servizio del Cile

Il primo marinaio italiano a mettere piede in Cile fu Francesco Antonio Pigafetta, navigante e scrittore nativo di Vicenza, il quale accompagnò Ferdinando Magellano nel suo avventuroso viaggio di circumnavigazione iniziato dal porto spagnolo di San Lùcar il 27 settembre 1519. Di Gerardo Severino

I primi italiani in Cile

 

 

 

Il primo marinaio italiano a mettere piede in Cile fu Francesco Antonio Pigafetta, navigante e scrittore nativo di Vicenza, il quale accompagnò Ferdinando Magellano nel suo avventuroso viaggio di circumnavigazione iniziato dal porto spagnolo di San Lùcar il 27 settembre 1519. Il Pigafetta diverrà in seguito famoso per aver redatto la "Relazione in torno al primo viaggio di circumnavigazione, notizia del Mondo Nuovo con le figure dei paesi scoperti", tradotta in varie lingue del mondo, testimonianza concreta della scoperta della parte meridionale del Continente Sud Americano, ma soprattutto dell’arditissimo viaggio del Magellano.

Al Pigafetta fecero compagnia altri ventisei italiani, fra i quali anche il noto Leone Pancaldo, originario di Savona, membri dell'equipaggio delle cinque caravelle del Magellano, che il 1° novembre dello stesso anno attraversarono per la prima volta l’omonimo stretto, attraccando così sulle terre più estreme dell'America meridionale.

La piccola flotta, giunta in Cile, segnò il battesimo di un nuovo lembo di terra americana destinato, di lì a poco, ad un grande sviluppo economico e mercantile.

Famoso è anche Giovanni Battista Pastene, il grande navigatore genovese che ricevette dal conquistatore spagnolo Pedro de Valdivia il grado di “Piloto del Mar del Sur”, con l’incarico di effettuare le prime esplorazioni della costa cilena a partire dal 1544. Co-fondatore della città di Valparaiso, avvenuta il 3 settembre dello stesso anno, il Pastene fu, per anni, incaricato della protezione delle coste dagli attacchi di francesi ed inglesi. Le sue gesta furono narrate, circa un secolo dopo (attorno al 1646) da uno dei suoi discendenti, il sacerdote gesuita Alonso de Ovalle Pastene, il quale scrisse e pubblicò a Roma la prima storia del Regno di Cile, un omaggio all’avo ma anche un’ottima ricostruzione delle vicende dei primi conquistadores.

Molto importante fu, poi, l’opera di Antonio Vaccaro e dei fratelli Della Croce. Mentre il primo allestì una flottiglia di “araucarie” nella regione del Biobìo, nel 1792, i fratelli Della Croce (conosciuti con l’appellativo di “fratelli Cruz di Talca”), figli di Giovanni, tra il 1794 e il 1811, diedero vita ad una delle più belle e potenti flotte mercantili delle Americhe, esaltando con le loro gesta l’arte marinara dei genovesi posta però al servizio della Corona di Spagna.

 

Flotte italiane al servizio del Cile

La presenza di marinai ed armatori italiani in Cile si fece ancor più consistente in seguito all’indipendenza dalla Spagna, ottenuta nel 1810, ma soprattutto dopo che il 21 febbraio 1811 fu  promulgata la legge sulla libertà di commercio ed una relativa ordinanza che permise il commercio reciproco con le nazioni amiche o neutrali rispetto alla Spagna.

Grazie a tali norme, pur nel rispetto di alcuni vincoli doganali, il commercio con l’estero poté contare sulla liberalizzazione dei porti di Conquimbo, Valparaiso, Talcahuano e Valdivia. In realtà, sin dai primi viaggi mercantili verso il Sud America, il principale punto di riferimento della navigazione a vela, ed in seguito anche a vapore, fu sicuramente Valparaiso, considerato da tutti i marinai come il porto della speranza, il porto più vicino a Santiago. Della bellissima città cilena si faceva addirittura menzione anche in alcune canzoni marinaresche, tanto che non era difficile ascoltare a quei tempi il ritornello: “E noi andremo a Valparaiso”, cantato da marinai italiani che si apprestavano a doppiare il tremendo Capo Horn.

Il primo italiano a doppiare Capo Horn fu il grande marinaio Giacomo Leva, di Lussino, il quale partì da Lussinpiccolo nel 1834 ed arrivò a Valparaiso in soli 125 giorni, dando così inizio ad una delle prime flotte mercantili italo-cilene. Secondo vecchie statistiche, attorno al 1835-1850, in Cile furono numerosi i cognomi di capitani italiani impegnati in attività marittime. La flotta mercantile cilena annoverò, quindi,  tra le sue bandiere quella delle famiglie degli Schiaffino, dei Revello, dei Capurro, dei Costa, dei Ferrera, dei Gandolfo, dei Rondanelli, dei Quartino, dei Garassino, dei Parodi, dei fratelli Dagnino e dei Boggiano, la maggior parte delle quali di origine ligure e piemontese.

Di origine piemontese era anche la famiglia Alessandri, destinata ad assurgere a protagonista della vita politica ed economica cilena a cavallo fra Ottocento e Novecento. In un Paese già popolato da una foltissima colonia d’italiani (liguri e siciliani per la maggior parte),  il nome degli Alessandri divenne presto un vero e proprio punto di riferimento della vita dell’intera colonia. Capofila della potente stirpe italiana fu Pietro Alessandri, che giunse a Valparaiso nel 1826, dopo aver percorso a piedi la strada di Los Andes. Nel giro di pochi anni, l’Alessandri diventò proprietario di diverse navi mercantili, con le quali diede vita ad una cospicua flotta.

Da Valparaiso, la flotta Alessandri mosse verso l’Australia, le Haway, la Polinesia, il Messico, la California, ma anche in direzione della vecchia Europa, il cui porto principale fu proprio quello di Genova. Uomo dotato di notevole ingegno, Pietro Alessandri seppe sfruttare le variegate situazioni economiche e politiche che visse il Cile nei primi decenni della sua Indipendenza. La sua prima attività economica fu imperniata su di una società dedita al commercio delle perle, avviata sin dal 1826, in virtù della quale, già l’anno seguente, diede inizio al grande commercio verso l’America del Nord, ma anche al servizio misto di posta e passeggeri tra Cile e Perù.

Nel 1829, l’Alessandri varò anche una lucrosa importazione di aragoste con le isole Juan Fernàndez, antesignana della futura attività di commercio del pesce, che coinvolse l’intero Paese. Non solo, ma le sue navi, partendo dal porto di Talcahuano, solcarono gli Oceani per trasportare in Europa frumento, legname e pellame e persino metalli preziosi.

Con lo scoppio della guerra che, dal luglio 1838, contrappose il Cile alla Confederazione Perù-Boliviana (conflitto che terminò nel gennaio 1839, con la piena vittoria delle armi cilene), l’Alessandri mise a disposizione del Governo le proprie navi, indispensabili per il trasporto marittimo delle truppe. Nel 1842, inoltre, il grande patriarca della famiglia Alessandri fondò, unitamente ad alcuni soci cileni e francesi, la nota “Compania de Vapores Chilenos”,  specializzata nel trasporto via mare dei cereali.

Sul finire degli anni ’40, con l’inizio di quell’epopea nota come “corsa all’oro”, le navi dell’Alessandri drizzarono le loro prore verso la California. La sua flotta fu, quindi, adibita sia al trasporto dei rifornimenti destinati alle migliaia di avventurieri giunti in America in cerca del prezioso metallo, sia allo sbarco di nuovi avventurieri. La sua grande competenza negli affari del commercio, ma anche della politica gli permisero di assumere il ruolo di Console Generale del Regno di Sardegna, subentrando al conte  Augusto Picolet d’Hermillon. Pietro Alessandri resse tale incarico dal 4 aprile 1841 fino alla morte, avvenuta nel 1851, morte che lasciò un vuoto incolmabile nella nutrita comunità italiana del Cile. 

Nella popolosa Valparaiso, ma anche in altri porti come Iquique, Talcahuano e Punta Arenas, furono aperte altre società armatoriali, le quali, pur conservando bandiera ed equipaggi italiani, operarono il commercio per conto di imprese cilene. Verso la fine dell’Ottocento, la marineria italiana che si dedicò maggiormente ai traffici da e per il Cile fu certamente quella sorrentina, rappresentata da grandi armatori del calibro di Francesco Saverio Campa.

Fra le numerose imbarcazioni che collegavano Valparaiso a l’Italia il più celebre fu certamente il “Cavalier Ciampa”, di 1709 tonnellate, costruito a Genova nel 1889. Dopo aver solcato l’Oceano per oltre un decennio, il “Ciampa” raggiunse per l’ultima volta Iquique il 25 aprile 1911. Due mesi dopo, al comando del Capitano Cacace, era pronta per ripartire alla volta di Falmouth con un carico di 2.378 tonnellate di nitrati. Ma il 21 Giugno, a causa di un violento grecale che ne strappò gli ormeggi, il “Ciampa” finì sbattuto sulla costa rocciosa al largo della stessa Iquique. Si salvò, per fortuna, solo l’equipaggio.

Non per questo, l’opera dei marinai liguri si deve considerare ridimensionata. Essa fu  portata avanti con grande onore da Benito Piccardo, il quale, ai primi del Novecento, lasciata Cadice, raggiunta Valparaiso, fondò una piccola flotta con equipaggi formati, ancora una volta, prevalentemente da liguri. Altre società o singoli armatori operarono anche in favore delle numerose imprese inglesi che ai quei tempi spopolavano nel Cile.

Sulla rotta per l’Inghilterra operarono, ad esempio, le navi dell’armatore Giovanni Maresca, come nel caso della gloriosa nave “Elisa” (ex “Larnaca”) di 1.497 tonnellate, costruita a Liverpool nel 1878. Acquistato dal Maresca nel 1897, l’”Elisa”, al comando del capitano Nicola Iaccarino, effettuò numerosi vari viaggi per Antofagasta e Valparaiso, operando ininterrottamente fino al 1911, anno della sua demolizione. Altra importante società amatoriale italo-cilena operante sulle rotte inglesi fu quella di Andrea Iaccarino, il quale nel 1897 acquistò il vapore ”Anna” (ex “Antofagasta”) di 708 tonnellate, varato a Sunderland nel 1875. L’”Anna” fu adibito quasi sempre a viaggi per Antofagasta e Valparaiso, rimanendo in servizio fino al 1909, anno della demolizione.

 

Sciagure ed eroismi, in vista di Capo Horn

Il contributo offerto dai marinai di origine italiana alla nascita ed all’evoluzione della Marina Mercantile Cilena è stato anche contraddistinto da una lunga sequela di fatti tragici, culminati spesso con il naufragio di interi equipaggi. Alle numerosissime sciagure di cui sono ricchi gli almanacchi navali dell’epoca, hanno fatto però eco anche i tanti esempi di generosità, dai quali emergono, oltre agli eroismi dei singoli capitani ed equipaggi, i profondi legami che ancora oggi tengono unite le due gloriose marinerie.

Tracceremo, ora, una brevissima carrellata degli episodi più significativi. Il brigantino a palo “La Fortuna” assicurava il trasporto di grano in Italia per conto di una società cilena. Partito da Valparaiso nel settembre del 1859, il brigantino s’infranse sulle scogliere di Capo Horn, scomparendo tra i flutti del mare con tutti i suoi marinai.

Nell’aprile del 1863, lo Ship “Romolo” stava doppiando Capo Horn diretto in Italia, ove avrebbe dovuto sbarcare un carico di grano. Un’onda gigantesca lo fece capovolgere, decretando la morte dei 16 uomini d’equipaggio e dello stesso comandante, capitano Antonio Ferrari.

Nel gennaio 1867, colto da un uragano di inaudita violenza, naufragò, sempre nei pressi di Capo Horn, lo Ship “Emma”, di cui era capitano ed armatore Antonio Merello. Con esso periva l’intero equipaggio, composto da 17 persone fra italiani e cileni.

Nel novembre 1876 fu poi la volta dello Ship “Fisone”, travolto dalle onde nell’Atlantico meridionale con tutto l’equipaggio,  composto da 16 persone e lo stesso capitano, l’esperto Bernardo Schiaffino.

Molto triste anche la storia del brigantino a palo “Romolo” che anni veniva adibito al traffico con l’Inghilterra. Partito da Londra il 10 dicembre 1882 al comando del capitano Giuseppe Crovari, il “Romolo” fu avvistato alcune settimane dopo da un altro veliero a Sud di Capo Horn, mentre fronteggiava alla cappa una paurosa tempesta. Il brigantino non ne sopravvisse, soccombendo con tutto l’equipaggio di 17 marinai italo-cileni.

Una terribile tragedia fu anche quella del mercantile “Laura”, che era entrato a far parte della flotta di Don Giacchino Lauro nel 1900. Il mercantile, varato a Glasgow nel 1877 col nome di “Brenda”, aveva una stazza di 1.291 tonnellate. Compì il suo ultimo viaggio da Newcastle a Valparaiso agli inizi del 1904. Scomparve in mare, mentre si trovava al comando del capitano Antonino Lauro, figlio dello stesso armatore, con tutto l’equipaggio il 1° febbraio 1904.

Tra le sciagure del Novecento anche quella della nave “Fernanda”, adibita anch’essa ai traffici col Nord Europa. Partita da Iquique con un carico di guano,  nell’inverno del 1908, diretta nel Baltico, benché si trovasse ornai vicina al porto di destinazione, a causa di una fitta nebbia si perse su di una scogliera del Mare del Nord. Perì tutto l’equipaggio, composto da 15 persone al comando del capitano Giovanni Arpe.

Ai numerosi equipaggi italo-cileni naufragati nel Pacifico durante l’epopea della navigazione a vela, hanno fatto eco i tanti eroismi. Nel corso del 1850 il brigantino a palo “Santina” al comando del capitano Francesco Ansaldo, trovandosi nei pressi di Punta Arenas salvò novanta soldati cileni naufraghi di una goletta affondata in quelle acque. Per il valore dimostrato in simile circostanza, il capitano Ansaldo fu decorato con la Stella al Merito di Marina da parte del governo cileno.

Una Medaglia d’Argento al Valor di Marina fu, invece, concessa al capitano Giuseppe Opizzo, comandante dello schooner “Amicizia”, di solo 260 tonnellate, adibito ai traffici con il Cile, il quale, nel corso del 1851, riuscì a salvare l’intero equipaggio di un brigantino inglese naufragato nei pressi di Capo Horn.

Nel marzo 1863, lo ship “Emilio Barabino”, adibito al trasporto del grano e del guano, si trovava nel pressi di Capo Horn, al comando del capitano Cesare Badano, allorquando fu testimone del naufragio del brigantino portoghese “Luisiade”. Il soccorso prestato dal “Barabino” fu pronto ed efficace, consentendo di salvare l’intero equipaggio.

Un’impresa che ha segnato nella storia della marineria italo-cilena fu certamente quella ascrivibile al già citato schooner “Amicizia”, il quale, partito da Savona alla volta del Cile nel corso del 1859, invece di doppiare il Capo di Horn osò, a furia di bordeggi, scandagli e rilevamenti, passare lo stretto di Magellano. Il suo comandante, capitano Giuseppe Opizzo, ne realizzò anche un grafico che in seguito inviò al Ministero della Marina Piemontese, ottenendone una Medaglia d’Argento al Merito.

Con queste brevi note siamo certi di aver dimostrato come i migliori figli d’Italia abbiano avuto, con il loro ingegno, con la loro intelligenza ma soprattutto con la loro generosità, una parte importantissima nella storia della conquista, della colonizzazione e nello sviluppo progressivo dell’industria e del commercio: fattori, questi, che hanno fatto del Cile uno dei più importanti Paesi del variegato mondo Latino-Americano.

 

Di Gerardo Severino

Fonte: Italia Estera

 

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