L’intervista a Fabrizio Lorusso. Da Milano a Città del Messico
D- Chi è Fabrizio Lorusso?
R- Sono nato a Milano nel 1977 in un quartiere periferico, incastonato tra la Bovisa, Quarto Oggiaro e Certosa, nella parte nord ovest della città. Sono figlio unico. Ho sempre vissuto in un appartamento di un condominio insieme ai miei genitori che hanno origini pugliesi. Un po’ tutta la mia zona è sempre stata una terra di mezzo, un punto d’arrivo o di passaggio per molti lavoratori del meridione d’Italia, fino agli anni ottanta, e del Sud del mondo negli anni novanta. Una zona variopinta e conflittuale, popolare e allo stesso tempo.
D- Cosa ti ha spinto a lasciare la tua terra?
R- Spirito d’avventura, disagio cittadino milanese generalizzato, scarse opportunità di emancipazione dalla casa paterna nel breve e medio periodo, soprattutto dopo la laurea, e poi voglia di uscire dalle etichette e gli stereotipi che inevitabilmente ti seguono quando vivi sempre nella tua città d’origine. Devo dire che anche il clima in un principio ha fatto la sua parte, odio il gelo per le strade e nelle persone. Milano non aiuta in tal senso.
D- Che lavoro svolgi in Messico?
R - Faccio il professore di lingua cultura italiana, il traduttore e interprete, e il giornalista, collaboro con il quotidiano L’Unità, Il Fatto on line, Linkiesta, Peacereporter, LatinoAmerica e le riviste CarmillaOnLine e Loop. Su L’Unità.It curo anche il blog LatinoAmericaExpress e ho il mio personale che vi invito a visitare: LamericaLatina.Net (http://lamericalatina.net). Ho fatto un Master e un Dottorato in Studi Latino-Americani specializzandomi sulla politica, la storia e l’economia di quest’angolo di mondo e ora sto finendo la tesi del dottorato di ricerca per poter insegnare all’università. Insomma per vivere è possibile fare un mix di attività più o meno correlate tra di loro e così mi piace, amo la varietà e l’avventura di cercare sempre nuove strade. D’altra parte questi significa anche molta incertezza, il precariato all’estremo e a lungo andare può stancare. A volte escono dei bei progetti e uno ci si lancia, c’è chi commercia, compra e vende prodotti ma io non mi son mai interessato, magari in futuro.
D- Quali sono le difficoltà che hai affrontato all’ inizio?
R- Sono venuto in Messico nel 2000-2001 per studiare all’università e finire la tesi in storia economica del Messico del novecento. Quindi è stato un impatto soft, poco traumatico, anzi, viaggiavo sempre, avevo molti amici messicani e stranieri, una casa “sicura”, l’aiuto della famiglia e ho imparato ad amare questo paese per le esperienze che mi ha regalato. Nella seconda parte del periodo di scambio accademico mi sono anche mantenuto con dei piccoli lavori di traduzione e d’insegnamento che mi han fatto capire che era possibile sopravvivere anche “alla buona” con un po’ di spirito e voglia. Poi nel 2002, dopo la laurea, sono ritornato, questa volta coi miei risparmi e a mio rischio e pericolo, per cercare qualcosa da fare e cercarmi e ho trovato varie strade che si sono aperte. Le difficoltà linguistiche erano quelle meno forti, mentre le differenze culturali in tutti i campi immaginabili, dal lavoro all’amicizia e alla vita sentimentale, erano forse, all’inizio, l’elemento problematico, la cosa da capire, la sfida per decidere se il posto faceva per me. E per ora è andata bene, direi.
D- Qual’è il tuo rapporto oggi con l’Italia?
R- E’ un rapporto molto stretto, anche critico e appassionato allo stesso tempo. Seguo le vicende della politica e della società italiane e nei limiti del possibile, scrivendo e collaborando a certe iniziative, resto partecipe e attivo nelle cose d’Italia. Mantengo le amicizie di vecchia data, magari non tutte ma quelle che più contano, e in genere mi apro a tante nuove amicizie sia a distanza sia ogni volta che ritorno, in genere d’estate, per visitare la mia famiglia e, appunto gli amici in giro per la penisola.
D- Come emigrante: cosa ne pensi della lettura in Patria di noi italiani nel Mondo?
R- Beh, certamente le lenti per vedere l’Italia da lontano mettono meglio a fuoco la situazione, chiariscono molti aspetti che da dentro non si riescono a vedere e si riesce anche ad uscire dal rumore informativo, di gossip e mediatico che ci confonde solo le idee quando siamo a casa. A volte sento che siamo dei profeti incompresi e vediamo nei paesi esteri pregi e difetti come facciamo nel nostro, ma non siamo capiti o valorizzati, invece penso che chi vive, va, viaggia o torna dall’estero sia una risorsa inestimabile perché davvero può diventare un agente del vero cambiamento e miglioramento.
D- Cosa ti manca o non ti manca dell’ Italia?
R- Mi manca la famiglia, alcuni amici veri, il mio passato e moltissimi luoghi che cerco di godermi al massimo quando torno d’estate. Non mi manca il provincialismo, il campanilismo, il calcio e la TV, senza dubbio.
D- Il Messico è cambiato profondamente negli ultimi anni. Qual’ è la tua lettura come italiano?
R- Il paese s’è aperto nettamente al mondo ma senza esserne del tutto pronto. Aprtura senza regole non è sinonimo di crescita e benessere per tutti come si predicava negli anni 80 e 90. Nazionalismo e revanscismo si mischiano con le tendenze globali e la voglia di cambiamento. La democrazia cresce ma è molto giovane e precaria. I movimenti sociali lottano ma sono costretti in logiche antiche e tendono a radicalizzarsi senza poi ottenere gran che. L’esperimento di autonomia comunitaria e zapatista in Chiapas era e forse è, tuttora, una gran speranza ma resta circoscritto. Mentre noi in Italia invecchiamo e decadiamo come sistema, qui si respira più dinamismo ma con più contrasti. E’ difficile dirlo in poche righe. La magia del Messico potrebbe restare impantanata nella realtà di milioni di poveri, di una giustizia civetta e di un sistema autoritario che stenta a slegarsi dalle vecchie logiche di potere e preferisce la repressione brutale al dialogo, i soldi e i vantaggi per pochi rispetto al progresso e a un sistema più equo.
D- Qual`è il sogno di Fabrizio Lorusso?
R - Continuare a sognare sempre, ma è un po’ scontata come risposta! In realtà un sogno è un’utopia con data precisa. Io vorrei pubblicare il mio libro sulla Santa Muerte in Italia nel 2012 e ci sto provando da 4 mesi. E poi ce ne sono altri, sempre da provare a pubblicare in futuro.
D- Qual’ è la tua espressione dialettale favorita? Canzone favorita? Piatto favorito?
R- Non la so scrivere perfettamente ma mi piace “Cus’è l’è che l’è drè a fa ch’el là?”, cos’è che sta facendo quello là…canzone favorita, cambia ogni mese quasi quasi, ma metterei Preso Blu e Strade dei Subsonica , Rockin’ chair degli Oasis e Puente pa’ allà del Grupo Niche di salsa colombiana. Piatto. Vado sicuro sul risotto ai funghi porcini di papà Nicola.
Patrizia Marcheselli
Portale dei Lomnardi nel Mondo














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