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Da Città del Messico ci è giunto il racconto accorato di una vicenda a tratti kafkiana: quella di Marina Cattaneo, presidente dell'Associazione Lombardi in Messico, e della legittima richiesta per sé e per le figlie della cittadinanza italiana.

Vorrei raccontare un po' la mia storia, che é la stessa di altre persone, tutte impotenti di fronte a una grande ingiustizia o a una presa di posizione.
Io sono arrivata in Messico verso la fine del 1969 perché ho sposato un messicano e, per poter lavorare come insegnante d'italiano presso la dante alighieri mi venne consigliato di chiedere la cittadinanza messicana per agevolare la mia assunzione, cosa che feci ed ottenni.

Grazie alla cittadinanza messicana, nel 1985 potei presentare l'esame di perito interprete e traduttore del tribunale superiore di giustizia di Cittá del Messico e successivamente della suprema corte di giustizia del messico e, con questa qualifica, da allora posso fornire servizi di interpretariato e realizzare traduzioni ufficiali sia in italiano che in spagnolo, aiutando veramente molte persone ed enti, anche nelle vertenze piú incresciose.
Non avrei mai pensato che acquistando la cittadinanza di mio marito l'Italia mi avrebbe tolto la mia.

Amara costatazione: com'era possibile che io, nata in Italia, da genitori italiani, nonni, bisnonni, trisavoli, ecc. italiani, mi trovavo ora ad essere straniera in patria.

Tuttavia, quando mi viene chiesto il mio luogo di nascita devo continuare a dire Villa d'almé, provincia di bergamo, italia, e allora perché sono straniera?
Nel 1973, nasce stephanie e nel 1976 daniela, entrambe a Cittá del Messico.
Nel 1992 qualcuno mi dice che ho la facoltá di riacquistare la mia cittadinanza. Faccio tutte le pratiche, "ridivento italiana" e gli atti di nascita delle figlie vengono iscritti all'angrafe di Villa d'almé.

Purtroppo, nel momento di chiedere il passaporto al consolato di Cittá del Messico, viene concesso a me e solo a una figlia, daniela, minorenne, perché l'altra, ormai maggiorenne non ha piú diritto (come a dire che quando i figli crescono smettono di essere tali e addirittura... cambiano il tipo di sangue).
Ho scritto allora al presidente ciampi, il quale ha risposto che non essendo di sua compentenza, aveva girato la mia istanza al ministero dell'interno, da cui mi é stato risposto che, chiedendo la cittadinanza italiana, mia figlia avrebbe perso quella messicana (veramente bravi e... soprattutto informati i nostri burocrati!).

Formigoni, invece, a cui ho consegnato il plico contenente tutte le varie fasi della vicenda in occasione di un suo viaggio in messico, mi risponde che per l'inadeguatezza delle leggi italiane é impossibile.
Ci viene detto che lavorando per un ente italiano dopo 3 anni, avendo un genitore italiano, la cittadinanza viene concessa anche se maggiorenni.
Stephanie nel frattempo ha ottenuto una laurea in chimica e un master in marketing, parla perfettamente l'italiano, ha insegnato circa tre anni alla dante alighieri nei corsi integrativi per i figli di italiani, corsi da lei frequentati a sua volta, studia canto al conservatorio e come attivitá principale lavora presso un importante laboratorio di medicinali, ma si licenzia perché, rendendosi libero un posto all'istituto italiano di cultura, ritiene opportuno presentarsi per completare il tempo mancante. Viene assunta a contratto come personale locale, ci rimane piú di tre anni e poi le viene detto che non essendo alle dirette dipendenze del MAE (Ministero Affari Esteri) il tempo lavorato non conta agli effetti della cittadinanza, un gancio al fegato!
L'anno scorso, in occasione di un viaggio in italia, mi sono recata al mio comune per chiedere un atto di nascita di stefi, mi é stato dato ed ero esultante. Poi, giá che c’ero, ho osato chiedere anche un certificato di cittadinanza italiana, che mi é stato negato perché non iscritta all'A.I.R.E.
Al mio ritorno, dopo averla informata che mancava solo un piccolo requisito, si é presentata al consolato, ha ricompilato il modulo di richiesta di iscrizione, ma evidentemente dal consolato anche questa volta non é mai partito perché finora non ha ricevuto nessuna scheda per votare e si deduce quindi che non é stata iscritta all'A.I.R.E. Ennesimo bastone fra le ruote o presa in giro.
So che molti, moltissimi pronipoti di italiani hanno ottenuto la cittadinanza italiana anche se i loro avi avevano acquisito quella messicana (nel libro di Peconi, ricercatore ed ex direttore dell'istituto di italiano cultura, vengono pubblicate addirittura le date in cui queste persone sono divenute cittadini messicani) e allora non riesco a capire perché ad alcuni sí e ad altri no. La legge deve essere uguale per tutti e penso che le nostre autoritá dovrebbero tutelarci e non accanirsi contro di noi.

la maggior parte dei messicani, discendenti da italiani chiede la cittadinanza italiana per poter andare negli U.S.A. senza visto e non perché ami l’Italia che, a volte, non sanno neppure dove sia.

Sono poi convinta di non aver mai perduto la mia cittadinanza perché non vi ho mai rinunciato, ho semplicemente ricevuto quella che mio marito mi ha potuto dare e di cui ho fruito per ottenere un impiego presso un ente italiano che, per dare lavoro ad altri connazionali, doveva dimostrare di avere assunto anche dei messicani, tra i quali c'ero o ci sono cascata pure io.

Inoltre, il n. 1, dell’art. 1, della legge 13 giugno 1912 n°555, sulla cittadinanza italiana recita:

1) é cittadino per nascita il figlio di padre cittadino...

2) il figlio di madre cittadina...

non fa nessun riferimento alla minore o maggiore etá.

E il n. 6 dell’art. 2 della stessa legge: "la rinuncia della cittadinanza e la dichiarazione di trasferimento di residenza di cui al n. 2 dell’art. 8 della legge devono essere fatte nello stato dinanzi all’ufficiale di stato civile del comune dove il cittadino risiede. Se egli ha giá trasferito all’estero la sua residenza, la rinunzia alla cittadinanza puó farsi dinanzi all’agente diplomatico o consolare del luogo ...

Quindi io ripeto ede insisto: non ho mai rinunciato alla mia cittadinanza e quindi non l’ho mai perduta ed entrambe le figlie sono italiane.

Ci sará qualche autoritá disposta ad aiutare? oppure noi che siamo all’estero e che, in fondo, abbiamo lasciato il posto libero a chi é rimasto, non solo non dobbiamo essere considerati, ma addirittura privati della nostra identitá?

Marina Cattaneo

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Editoriale

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