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Capozzolo: fondatori di paesi e d’imperi

Giorgio Garrappa, collaboratore del Portale dei Lombardi nel Mondo, ci racconta l'avvincente storia della famiglia Capozzolo

Furono italiani, sia Cristoforo Colombo sia gli sfortunati operai anarchici Sacco e Vanzetti; furono italiani il più grande cantautore americano: “blue eyes” Sinatra, il Conte Alessandro Volta, inventore della pila ed il Marchese Guglielmo Marconi, quello della telegrafia senza fili.

Lo fu Rocco Petrone, a mandare il primo uomo alla luna ed il giornalista che pubblicò -per la prima volta- la più famosa foto del “Che”, scattata da Korda.

Nel nostro Paese, furono gli italiani Pietro Carta Molina, Ottavio Fabrizio Mossotti, Carlo Ferraris, Pietro De Angelis, Pellegrino Strobel, Emilio Rossetti, Bernardino Speluzzi e Giovanni Ramorino, i dottori ad iniziare l’Universidad de Buenos Aires. Lo fu anche il primo maestro -nel 1605- Francesco de Vittoria, e gli apostoli del maggio 1810: Manuel Belgrano e Antonio Beruti.

In questa puntata abbiamo deciso di lanciare uno sguardo su di una famiglia italiana che lasciò la sua potente impronta nella storia della Repubblica Argentina: i Capozzolo.

Il cognome deriva dal latino caput: capo, testa. In origine era soprannome riferito a chi aveva la testa grande o chi era un po’ testardo. Poteva anche indicare il capo di un gruppo di lavoratori. Alcune varianti del cognome Capozzolo le possiamo trovare tra i: Capone, Caponi, Capozio, Capozzi o Capozzo.

Capozio ha ceppi a Roma, nel casertano, nel campobassano, nel foggiano e a Siracusa, Capozza ha un ceppo campano, a Pesco Sannita nel beneventano, a Morra de Sanctis nell'avellinese e a Eboli nel salernitano, uno grosso pugliese a Taranto, nel barese, a Corato, Andria, Bari e Putignano, e a Lecce e Galatone nel leccese, uno a Crotone e uno a Casteltermini nell'agrigentino. Capozzi ha una grossa presenza nel Lazio tra le province di Roma e latina ed il nucleo principale tra napoletano, beneventano, avellinese, foggiano e barese, Capozzo ha un ceppo campano tra Alife e Gioia Sannitica nel casertano ed a Molinara nel beneventano ed uno nel barese ad Acquaviva Delle Fonti e Gravina In Puglia, Cappozzo ha un ceppo nel vicentino, uno nel beneventano ed uno tra foggiano e barese, Capuozzo è decisamente napoletano, Capuozzi, molto raro, è una modificazione del precedente, sia Capozzoli che Capozzolo sono specifici del salernitano dell'area del Cilento, dovrebbero derivare da un soprannome dialettale, basato su alterazioni del termine capoccia, stante ad indicare una posizione di privilegio, cioè qualcuno a capo di altri uomini come pastori, agricoltori, pescatori o manovali.

Anche se oggi, i membri di questa famiglia pioniere, non sono così esposti ai “mass media” come prima, hanno lasciato le loro tracce nella storia del Chaco – Santafecino e nell’intero Paese.

Il primo ad arrivare a Buenos Aires fu Domenico Capozzolo (detto Don Domingo), nato a Napoli, il 15 maggio 1846. Figlio di Angelo Capozzolo e Madalena Bets.

A diciannove anni, dopo la scomparsa dei genitori, lascia l’Italia per fare l’America, allontanandosi della sorella Emma Barbara, che non rivedrà più. (Don Domingo Capozzolo y Colonia Elisa un pueblo con historia).

Si pensa che il cognome sia stato originalmente Capozzoli (plurale di Capozzolo) che, dovuto al fatto che due suoi fratelli erano anarchici, dovette sfuggire e, giunto in Argentina, gli fu cambiato il cognome.

Dai suoi famigliari ho anche appreso che Domenico giunse al Porto di Buenos Aires con un tesoro tra le mani: una bottiglia di vetro, materiale che non credeva fosse conosciuto nel Nuovo Mondo. Quando vide un sacco di bottiglie, sparse dappertutto, buttò la sua a mare e andò a lavorare prima di partire per il Chaco a colonizzare terre fiscali.

In località Romang fece da cocchiere e poi da capogruppo, ben presto sposa Elisa Wingeyer, nata a Berna (Svizzera) e con lei, ebbe tredici figli: Magdalena, Rosa, Luisa, Maria, Carlos, Juan, Domingo, Elisa, Alfredo, Ema, Clara, Angel e Humberto.

A dire il vero, Domenico dovette proprio “rubare” la ragazza svizzera –malgrado che tutt’e due si capivano con difficoltà giacché nessuno conosceva la lingua dell’altro- dato che i genitori di Elisa non volevano che la loro figlia si sposasse con un napoletano poveraccio e analfabeta.

Dopo essersi consolidato economicamente a capo del suo stabilimento rurale a Las Garzas, Domenico decise di trasferirsi nel Territorio Nacional del Chaco, di preciso nella zona in cui avrebbe fondato, il 29 maggio 1905, Colonia Elisa (attuale capoluogo del Dipartimento Sargento Cabral, a novanta chilometri della città di Resistencia) in ricordo perenne a sua moglie.

Elisa era, quello che si dice, una donna molto coraggiosa, capace di curare, da sola, i figli dal “malón” degli indiani che assalivano il territorio, ancora spopolato del Chaco.

Malgrado queste incursioni, Don Domingo sempre stabilì un buon rapporto con gli indiani, ricambiato volentieri da loro. Tutto il contrario accadde con i “milicos” (militari), che li trattavano proprio da bestie.

Domingo Capózzolo (figlio) nel suo libro “Dejando huellas en el tiempo” (Lasciando tracce nel tempo) fa riferimento alla storia famigliare e all’origine del nome della località: "... Il posto che abbiamo colonizzato, si sviluppò grazie al nostro sforzo, senz’altro, però anche grazie al grande aiuto dei nostri manovali che condivisero con noi tutte le vicende. Abbiamo condiviso sforzi e privazioni. Tutti abbiamo dormito tante volte in mezzo al monte (foresta selvaggia), circondati da animali selvaggi, a piedi nudi, senza le più elementari comodità. Ecco perché siamo fieri e orgogliosi quando si parla del nostro spirito imprenditoriale ed energia inesauribile; e quando si ricorda Colonia Elisa, il cui nome ricorda la mia cara mamma".

Lo scrittore José García Pulido, racconta che: "...nel 1905, un primo maggio, con un centinaia di mucche in compagnia dei suoi figli Carlos e Domingo -17 e 15 anni rispettivamente- e una quindicina di operai, si lanciò alla conquista del Chaco, arrivando nei pressi di quello che è oggi Colonia Elisa, il 23 maggio 1905. Per portare un po’ di tranquillità al resto della famiglia, dopo sei mesi fece rientrare due operai ad Arroyo Ceibal, portando qualche notizia. Il posto preciso dove si fermò fu la “legua 48” della Colonia Pastoril, distante cinque chilometri a sud di Colonia Elisa."

All’inizio, lo stabilimento di Capozzolo, ricevette il nome di Lapachito, per avere sul posto un bellissimo esemplare di quell’albero.

Forse per quello, in futuro, i suoi figli nominarono “Árbol solo” (albero solo) il gruppo imprenditoriale famigliare.

Con il tempo, Don Domingo Capozzolo traslocò a Reconquista (Provincia de Santa Fe), e rimasero a Colonia Elisa i figli Juan, Alfredo, Carlos e Domingo e, nel 1916, a settantun’anni d’età, morì in quella città del nord santafecino.

Dai figli di Don Domingo, Elisa sposò Florencio Diez; Domingo e Juan si radicarono a Reconquista e Alfredo rimase in Colonia Elisa e scomparve a Santa Fe.

Domingo Capozzolo (junior), sposò Carmen Luisa Villaseca e, quando lei morì, continuò sulle tracce di suo padre diventando un grande “businessman”, dunque, a differenza di suo padre, Domingo sapeva leggere e scrivere.

Francisco "Paco" Capózzolo, figlio di Domenico, aveva, ad un certo punto, almeno 400 mila ettari nel nord di Santa Fe e intorno ai 200 mila in Paraguay.

Dal seno famigliare si sostiene che, queste terre, già non appartengono al gruppo ormai atomizzato, che le avrebbe distribuite e vendute.

La verità è che, l’Holding “Arbol Solo” SA, con più di cinquanta aziende alle sue dipendenze –come la “Ernesto Tornquist y Compañía” acquista nel 1974- e migliaia di posti di lavoro, fu uno dei più potenti gruppi economici dell’Argentina e della complessiva America Meridionale.

Come al solito, tante cose si sono dette e si dicono ancora, sul potere raggiunto dalla famiglia Capozzolo, basato nella crescita fantastica a livello economico-imprenditoriale.

Ecco perché nel 1977, si affermava che Francisco Capozzolo stava considerando seriamente di comprare le terre appartenenti alla “Falkland Islands Company”, nell’Isole Malvinas. Negoziazione che rassomigliava un po’ a quella che portò all’acquisizione dell’Alaska, da parte degli Stati Uniti, al Governo imperiale russo nel 1867.

“Paco” però, si sarebbe incontrato per caso all’aeroporto con il noto giornalista –ormai scomparso-Bernardo Neustadt a chi gli avrebbe raccontato dei particolari su quest’affare. Quell’errore fece sì che Neustadt facesse pubblica la notizia obbligando alla cancellazione definitiva dell’operazione in corso.

Non sapremo mai, se ciò avesse potuto evitare la Guerra dell’Atlantico Sud, così dolorosa per tutti gli argentini, benché il Governo della Giunta Militare, abbia offerto di riportare i fondi investiti al gruppo Capozzolo, come si speculò.

Chi frequenta l’ottantenne e controverso capo del clan Capozzolo, dice che “Paco”, ancora oggi ha –appeso sul muro del suo ufficio presso la Capitale dello Stato- un "Diploma d’Onore" -firmato dai tre comandanti della Giunta Militare, “in riconoscenza patriottica” per trattare di recuperare pacificamente le terre irredente dell’Isole Malvinas.

Benché fosse molto lontano dall'affare cinematografico e, dovuto all’amicizia con il Generale Eduardo Albano Arguindegui, fu costretto dai capi militari ad acquisire i diritti del film -sul Mondiale di Calcio ’78- “La fiesta de todos” (La festa di tutti), sotto la regia di Sergio Renán, libro di Hugo Sofovich e la partecipazione di attori come Luis Sandrini, Nélida Lobato, Juan Carlos Calabró, Julio e Alfonso de Gracia, Ulises Dumont, Graciela Dufau e Ricardo Darín. Assieme loro, i giornalisti José María Muñoz, Enrique Macaya Márquez, Néstor Ibarra, Diego Bonadeo e lo scrittore Félix Luna.

Infatti, quest’avventura cinematografica avrebbe portato al gruppo Capozzolo perdite economiche dell’ordine di 3.000.000 di dollari.

Oltretutto, la verità è che questa famiglia di emigrati napoletani, che seppe fondare non solo un piccolo abitato nel centro del Chaco, ma un potentissimo impero economico-industriale, basato sulla cultura del lavoro agrario, fa onore all’origine del proprio cognome: perseveranza, autorità e organizzazione, sempre mirate a raggiungere gli obiettivi fissati.

 

Jorge Garrappa Albani – Redazione Argentina –

jgarrappa@hotmail.com – jgarrappa@arnet.com.ar

www.lombardinelmondo.org







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