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Memorie di un settuagenario (1)

Buenos Aires 3 dicembre 2017 - Nato mantovano (della bassa) e diventato cittadino del mondo

“Chiedo scusa se non seguirò spesso un filo razionale e coerente nel mio relato. Mi lascierò cullare dall’onda dei ricordi e, data la mia età prossima ai settanta - potrei dire con Leopardi che il camino della speranza è breve, ma lungo quello della memoria - a essi dunque affiderò la responsabilità di quanto manderò per iscritto.

Non ricordo con precisione l’anno in cui conobbi l’ingegner Daniele Marconcini, chissà forse nemmeno lui si ricorderà, ma fu a scuola, un breve incontro. Insegnavo, ero anche preside, in quel momento, nella famosa Cristoforo Colombo di Buenos Aires dove tuttora vivo e da dove sto scrivendo. Credo che già allora stesse maturando in lui il progetto di cui ora è fecondo animatore. Non ricordo il dialogo anche per il poco tempo che avevo a disposizione, ma restammo in contatto sempre, anche se con lunghi intervalli di silenzio.

Arrivando fresco, anzi caldo dal Cairo, mia precedente sede di servizio come insegnante di Italiano e Latino nei licei all’estero, sapevo che in Argentina avrei trovato qualcuna delle mie radici e anche qualcuno della mia terra, anche se i Mantovani sparsi nel mondo sono in numero esiguo rispetto agli altri connazionali appartenenti a regioni di maggiore emigrazione.

I primi anni rimasi stordito dall’ondata di emozioni, sensazioni del mondo sudamericano. Ricordo come in un’atmosfera di ebbrezza quei primi passi a Buenos Aires, le luci, i suoni, la musica i profumi di questa città che in quegli anni ottanta era tra le più sicure al mondo (ahimé come sono cambiati i tempi!). Sentivo parlare quella lingua spagnola, di cui comprendevo ben poco nonostante la somiglianza all’italiano, il cui “canto” e la cui dolcezza mi sembravano lontanissimi dalla dureza del castigliano puro. Veramente Borges aveva ragione quando affermava che la lingua degli Argentini è lo spagnolo che risuona in una bocca italiana. Imparavo anche le prime parole del “lunfardo” la lingua tipica del Tango con tanti italianismi che ancora sopravvivono nel lessico comune.

Preso dal vortice delle emozioni e delle prime esperienze, non mi guardai intorno alla ricerca di “paesani”, furono casualmente loro che mi trovarono, in particolare nella persona del prof. Walter Gardini. Il prof. Gardini insegnava religioni orientali nella prestigiosa università gesuitica di El Salvador. Un mio caro collega argentino della C. Colombo aveva assistito ai suoi seminari e me ne parlò. Fui preso dalla curiosità anche sfogliando i suoi libri, volli stabilire un contatto e sorpresa era matovano e precisamente di Viadana. Mi parve che conocerlo fosse provvidenziale, non cedo al caso, Viadana fu la mia ultima sede definitiva della mia cattedra di italiano e latino al liceo scientifico locale, non certo vicino a casa, io sono della “bassa” di S.Lucia di Quistello, nell’oltrepo alla confluenza del Secchia (Sequana in latino come il nome della Senna, i galli della cisalpina sono legati da un filo rosso a quelli della Gallia), nel Po, per questo lessi come una specie di “segno”.

Walter ed Evandra (di virgiliana memoria), la moglie, mi accolsero nella loro casa e insieme progettammo di fondare un grupo di Mantovani, con personalità giuridica cioè con tutti i sacri crismi, contando sulla famiglia Gardini che era già in contatto con altri mantovani sparsi nella città e nell’interland. Si formò così un grupo di una quindicina di persone tutte più che mature con il desiderio di condividere momenti e ricordi della propria terra.

La nostalgia è l’anima dell’Argentina e risuona nella musica e nelle parole del tango e non potrebbe essere diversmante in un paese costituito nella stragrande maggioranza da emigrati di cui una percentuale altissima di italiani.

Il punto di incontro era quasi sempre a casa di Rosanna Zucchelli mantovana doc sposata a un veneto naturalizzato mantovano dalla travolgente personalità di Rosanna. La sua ampia casa è a San Justo località a pochi chilometri dalla capitale. A tavola, la tipica cucina mantovana, gli agnoli in brodo o i tortelli di zucca,il cotechino(introvabile perché sconosciuto) con la polenta, il vino non era il lambrusco, ma il marito veneto faceva il vino in casa e accompagnava benissimo le vivande.

Con il caffè si realizzava sempre un rito: la lettura da parte di Rosanna di alcune poesie in dialetto mantovano tratte dalla Musa Paisana di don Doride Bertoldi, poi gli immancabili cori. Rosanna e il figlio Luigi fanno parte del coro della Chiesa di San Justo, hanno bellissime voci che noi seguivamo con qualche stonatura, ma con molta gioia e un po’ di nostalgia cercando di ricreare un luogo dell’anima a tredicimila chilometri di distanza.

Come poi questo gruppo di Mantovani sia stato fagocitato dai Lombardi nel mondo è una storia di brighe che non amo ricordare anche perché pur essendo lombardi, i Mantovani hanno ben poco a che spartire con i milanesi e molto di più con gli emiliani e i veneti con cui confinano.

Per questa ragione sono felice che Daniele abbia dato vita a questa associazione con il suo carattere bene definito, senza essere chiusamente e grettamente campanilisti, ma sono convinto che si sia in grado di condividere, rispettare e apprezzare le diversità culturali solo quando si possiede una propia identità.

Non so se quanto ho finora scritto sia poco o tanto. So che avrei ancora molte cose da raccontare, ma lungi da me volere generare noia e allora come nei fuilleton “il resto alla prossima puntata”.

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Editoriale

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La Repubblica “riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero”. Il terzo e ultimo comma dell’articolo 35 della Costituzione italiana inserisce la nostra emigrazione fra i valori costituzionalmente tutelati, ma non si tratta di uno dei passaggi più citati della nostra carta fondamentale.continua>>
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