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L’opera di Virginio Colombo a Buenos Aires

Nato a Milano nel 1885 è forse, dal lungo elenco di architetti lombardi che lavorarono a Buenos Aires durante i primi decenni del XX secolo, uno dei protagonisti più attivi e originali

Nato a Milano nel 1885, allievo di Giuseppe Sommaruga e discepolo di Antonio Sant'Elia, è forse, dal lungo elenco di architetti lombardi che lavorarono a Buenos Aires durante i primi decenni del XX secolo, uno dei protagonisti più attivi e originali.

La sua salda formazione è accennata dalle idee di Camillo Boito nell’ambiente dell’insegnamento all’Accademia di Milano, dominata, in parte, dalla discussione in torno al nuovo stile di carattere nazionale, di base ispirata nell’architettura medievale, specie il Romanico Lombardo.

Con queste competenze, legato all’Eccletticismo Modernista, arriverà Colombo nel 1906 contrattato dal Ministero di lavori Pubblici, assieme ad Aquile de Lazzari e Mario Baroffio Covati, per realizzare la decorazione del Nuovo Palazzo di Giustizia.

Non gli è difficile l’inserimento nell’ambiente locale. A poco dal suo arrivo diventa direttore dello studio degli ingegneri Maupas e Jáuregui, e posteriormente, ottiene la Medaglia d’Oro per il progetto dei due padiglioni all’Expo del Centenario della Rivoluzione del Maggio 1810.

Non sorprende questo successo tenuto conto che lo stile “papiglionaceo” risulta molto attraente all’architettura che Colombo cercherà di promuovere.

Questi padiglioni sono dei Festeggiamenti e Atti Pubblici e quello del Servizio Postale, organizzati da una pianta centrale cui particolarità è la poca importanza della cupola, che sparisce sotto le profuse sculture, gli affreschi e la combinazione di tesature di diversa policromia.

Più tardi, legata alle convenzioni, arriva la sua più prolifica tappa, che chiude con la sua inaspettata scomparsa, avvenuta nel 1927.

In questo periodo fa oltre cinquanta opere che rispondono per lo più alle esigenze della borghesia media residente nei borghi più prosperi e bei vicini al centro.

La maggior parte degli architetti italiani della sua generazione (Colombo, Gianotti, Milli, Palanti e altri), a differenza della generazione precedente (Buschiazzo, Morra, Meano o Tamburini), si staccano dalla Società Centrale d’Architetti, legata ai circoli professionali più notevoli e allo Stato.

Ecco perche i lavori di questi architetti sono ridotte a un gruppo sociale privato determinato e restano a margine dei grossi incarichi statali.

L’opera di Colombo può dividersi in due periodi stilistici: uno combina l’Art Nouveau italiano e l’architettura medievale (tipica di Sommaruga e Boito), e un altro coincidente con il tramonto dei movimenti artistici della Belle epoque e il crollo dell’Ecletticismo, tappa in cui i lavori di Colombo, come di tanti modernisti, si avvicinano alla rigida matrice classica.

Da quel primo periodo risalgono la Sede Sociale dell’Unione Operai Italiani di via Sarmiento 1374 (1913), le case d’affitto con locali commerciali di Hipólito Yrigoyen 2568 (1911) e dell’Av. Rivadavia 3222 (1912).

Colombo inaugura l’uso del modo medievale italiano con assenza di un unico ingresso sostituito da varie entrate per ogni gruppo di abitati.

Forse il suo lavoro più maturo sia la casa d’affitto fatta per la Grimoldi calzature di Av. Corrientes 2558 (1918).

La seconda tappa del Colombo, invece, si adatta più all’evoluzione del confort e abbandona, poco a poco, i modelli tradizionali.

I lavori del decennio del '20 fanno vedere uno schema di case d’affitto più compatte come quella di via Agüero 1369, offrendo due unita di prima classe a pianta.

L’organizzazione interna ha superato le solite tipologie usuali e inserisce hall e unifica i servizi. Ciò non dipende delle condizioni programmatiche della sua architettura, ma di un’evoluzione integrale dell’habitat e dell’orientamento delle operazioni speculative.

 

Jorge Garrappa Albani – Redazione Portale Lombardi nel Mondo

www.lombardinelmondo.org - jgarrappa@hotmail.com

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