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In Argentina un gruppo di sacerdoti guidati da Pepe Di Paola si schierano contro la droga e vengono minacciati di morte

Lavorano in quartieri poveri, dove circola la droga e i giovani sono vittime degli spacciatori, dell’abbandono delle istituzioni, di una società che li esclude. Questi sacerdoti lottano per la loro dignità rischiando la propria vita

BUENOS AIRES - "A Buenos Aires c’è un forte clima di insicurezza, di paura per gli innumerevoli casi di assalti, scippi, furti in appartamenti a volte seguiti da omicidi.

 

Di fronte a questa situazione i cittadini rispondono con atteggiamenti duri, intransigenti. Influenzati dalla stampa sensazionalista ne attribuiscono la colpa ai minorenni, soprattutto a quelli poveri che vivono nelle bidonville e credono di risolvere il problema abbassando l’età di imputabilità degli adolescenti e condannandoli a pene più severe. A quasi nessuno viene in mente che, chissà, un po’ di colpa ce l’abbiamo tutti, anche noi persone normali, che andiamo a lavorare ogni giorno, o stiamo in casa a goderci la pensione perché ne abbiamo già raggiunto l’età. Siamo colpevoli di indifferenza prima, di desiderio di autoritarismo dopo. Di fronte a questa situazione un gruppo composto da 19 sacerdoti, che lavorano nelle baraccopoli, ha deciso di mettere nero su bianco e di chiarire il suo pensiero. I religiosi appoggiati, in questa loro decisione, dal Cardinale Primate dell’Argentina, Monsignor Jorge Bergoglio, hanno scritto un documento in cui chiariscono le loro opinioni e lo hanno reso pubblico il 25 marzo di quest’anno". A raccontarlo è Edda Cinarelli, in un articolo che sarà pubblicato venerdì 1° maggio, sulla Voce d'Italia di Buenos Aires e che riportiamo di seguito, in anteprima, in versione integrale.

"Il coordinatore del gruppo si chiama Pepe Di Paola, lavora nella baraccopoli di Barracas, un rione a sud della città, e dopo la pubblicazione del documento è stato minacciato di morte dagli spacciatori di droga.

Il documento è stato firmato anche dai seguenti sacerdoti (dopo ogni nome, tra parentesi c’è la denominazione delle baraccopoli in cui lavorano): Carlos Olivero, Facundo Berretta e Juan Isasmendi (bidonville 21-24 e nel quartiere Zavaleta); Guillermo Torre e Martín Carrozza (31 di Retiro, dove viveva e lavorava padre Mujica); Gustavo Carrara, Adolfo Benassi e Joaquín Giangreco ( 1-11-14 basso Flores); Jorge Tomé e Franco Punturo (20 di Lugano); Sebastián Sury e José Zamolo (15, Ciutad Oculta, Matadero); Pedro Baya Casal e Martín del Chiara (3 e quartiere Ramón Carrillo a Soldati); Ribaldo Leal (6 di Lugano); Sergio Serese (19, Lugano); Enrique Evangelista (26, Riachuelo); e Jorge Torres Carbonell (Rodrigo Bueno, Costanera Sur).

La minaccia è estesa a ciascuno di loro. Ma cosa hanno fatto di tanto grave? Niente, si sono limitati a seguire la dottrina cattolica, la loro vocazione, ad andare in fondo nella strada che hanno scelto.

I sacerdoti hanno scritto che in questi quartieri poveri la droga circola liberamente e che i responsabili di quello che succede sono gli spacciatori, i trafficanti di armi, lo Stato assente e burocratico e la società intera, che non è solidale e cerca sempre un capro espiatorio, come nella preistoria (questo l’ho aggiunto io). Secondo loro nelle baraccopoli ci sono molte persone che lavorano, costruiscono case di mattoni e stanno trasformando le bidonville in rioni di operai, ma ci sono anche molti giovani tossicodipendenti.

I sacerdoti hanno scritto: "Quando un ragazzino spara, la gente si domanda dove ha preso l’arma, chi gliel’ha data? No. Come sacerdoti e vicini di questa gente umile sentiamo il bisogno di accompagnare i bambini ed i ragazzi, che si trovano nell’inferno della droga".

Hanno anche fatto delle proposte. "Quando un sacerdote si avvicina ad un bambino, ad un adolescente drogato si sente sempre chiedere: Dio mi ama? Padre, mi benedice?".

Secondo i sacerdoti, i minorenni si drogano perché sono soli, abbandonati, non sono ascoltati, sentono che non hanno futuro, che la loro vita non importa a nessuno. Quindi, "piuttosto che pensare a misure repressive è più logico pensare alla prevenzione, dare ai ragazzi la sensazione che siano importanti e la sicurezza che la loro vita è sacra, come lo è quella degli altri. Il senso della vita, i valori si imparano per contagio, quando li si riconoscono in altre persone. Da lì la necessità di generare leader validi, persone di appoggio, che ascoltino i giovani, che sappiano seguirli e dar loro speranza. La scuola è un elemento determinante per l’inclusione e lo Stato dovrebbe farsene carico".

Per i giovani preti, forse quello che succede è un avvertimento anche per il resto della società, per farci capire che stiamo lasciando soli i nostri giovani.

Dopo quello che è successo, martedì 28, nell’Arcivescovato della città di Buenos Aires, c’è stata una conferenza stampa. Presenti moltissimi giornalisti, della stampa scritta, della radio, della televisione.

Al tavolo dei dissertatori: padre Javier Klajner del gruppo giovanile della Pastorale della parrocchia Madre de Dios, padre Carlos Sotero del santuario di San Pantaleón, padre Fernando Severa, responsabile dell’area di tossicodipendenza dell’archidiocesi e della Pastorale Sociale, e Juán Bautista Xatruch della chiesa di San Gayetano di Belgrano. I giornalisti hanno fatto molte domande e loro hanno risposto.

Dalle risposte si è dedotto che i religiosi hanno rafforzato quanto già scritto nel documento. I minorenni non sono responsabili di quello che succede, piuttosto ne sono vittime. Non va bene la liberalizzazione delle droghe, ma non bisogna criminalizzare un drogato, bisogna curarlo e seguirlo. È necessario stare vicino alla gente e seguire la pedagogia della presenza. Nelle bidonville non circola solo il "paco", ma ci sono anche molte droghe lecite come l’alcol. Il governo non dà le rispose adeguate, è assente e burocratico. Non ci sono scuole. Mancano assistenti sociali. Come società questo è un problema di tutti gli adulti.

Padre Pepe e gli altri sacerdoti non hanno paura e continueranno a svolgere la loro missione". (aise)  

 

Di Edda Cinarelli

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