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Cultura, lavoro, solidarietà. Ecco le idee per entrare nel futuro

Dal presidente della Triennale l’invito a creare un pensatoio che rilanci il «fare ambrosiano»

In questo articolo si parla di Milano. Della città simbolo del Progresso, del Design, della Moda ma anche della città che per molto tempo è stata un vero e proprio laboratorio dei idee dove il Futuro era un progetto da realizzare.

Questo simbolo oggi è in crisi, o meglio, vive la crisi del nostro tempo. Non è mia intenzione ragionare sulle cause di questa “decadenza”, sì appoggiare l’iniziativa di chi propone un Nuovo Risorgimento che metta nuovamente al centro l’Uomo e una cultura del Fare in funzione dell’Uomo.

Quest’uomo oggi deve ri-pensarsi.

 

MILANO — Chi ha rubato l’anima a Milano? In quale ripostiglio si è smarrita? È possibile come Pollicino risalire le tracce, di mollica in mollica, per ritrovare le radici che ci fanno comunità? In cinquantuno hanno provato a rispondere alla provocazione di Davide Rampello, presidente della Trienna­le. Intellettuali, filosofi, poeti, artisti, religiosi, registi, scrittori, galleristi, professori, critici.

 

Alla ricerca del Manifesto di Milano, un lungo viaggio nella notte per rispondere a una domanda apparentemente semplice: qual è il compito della cultura in tempo di crisi? È l’ennesimo gioco da salotto o è l’opportunità più preziosa? Quando, infranti tutti gli idoli del mercato, si cerca di ritrovare il senso, il proprio senso e quello della comunità in cui si vive. Rampello un paio di idee l’ha buttate lì: bisogna narrare il fare, metterlo in scena, rappresentarlo. Non il «fare», puro e semplice, marchio doc di Milano dalla notte dei tempi che può essere brutale come qualsiasi azione non illuminata dal pensiero, ma la rappresentazione del fare. Un fare che riflette su se stesso, «sapiente», che si racconta con gli exempla e riempie il tempo di senso recuperando le parole di Sant’Agostino: extensio animi . «Abbiamo bisogno di nuovi eroi del lavoro — dice Rampello — e dobbiamo metterli in scena. Solo così la cultura diventa parte del welfare e ci fa ritrovare come comunità». Un concentrato di provocazioni. A partire da ciò che è sottinteso: il modello milanese imperante negli ultimi decenni ha tradito il vero senso del fare, ha generato modelli culturali e di vita miseramente falliti, dove impera l’egoismo e la paura, dove il «tempo è denaro» e il denaro è tutto. Mila­no ha tradito se stessa. Ecco la cornice del Manifesto. Che nel giro di pochi mesi si è riempita di suggestioni e di parole chiave: 51 idee per ritrovare l’orgoglio meneghino. Un lessico fantastico, qualche volta contraddittorio, ma con un filo rosso che lega tutto: l’identità «spezzata» di Milano e il desiderio di ricomporre questa frattura. Basta mettere le parole una accanto all’altra, come in uno scaf­fale della libreria.

 

L’arcivescovo Gianfranco Ravasi punta il dito verso la lu­na: «Milano deve avere uno sguardo più ampio. Cito Saint-Exupéry: per creare un navigatore non devi curare soltanto la costruzione della nave, con legno, pece, vele e timone, ma infondere in un uomo la nostalgia e la necessità del mare, del cielo, dell’acqua, dell’infinito. Sono questi gli orizzonti a cui Milano deve tendere». Una parola chiave forte: la nostalgia dell’infinito. Milano per Ravasi non è più capace di guardare oltre. È tutto qui. A portata di mano. Consumabile, semplice presenza. Ma chi ci insegna a ritrovare la passione per gli orizzonti perduti? C’è una sola risposta (la fede) o ce ne sono tante? Un esperto del «guardare oltre», della «trascendenza» come Giovanni Reale, grande studioso di Platone, prova a ri­spondere al presidente del Pontificio consiglio della cultura. Lo fa cogliendo quella che è la peculiarità milanese per eccellenza: il lavoro. Ma lo riformula e lo approfondisce, dandogli dignità on­tologica. «Milano deve ricordare che la sua essenza, la sua natura ontologica è in ciò che sa fare e che fa. Se si ritira da questo non è più lei. Tu, città Milano, sei ciò che fai. Quindi deve riscoprire, rivalorizzare e amplificare ciò che fa e ha fatto sempre: il lavoro, la concretezza. Deve ritrovare la propria identità che secondo me non è andata persa, ma si è solo oscurata, sfuocata». Torna la parola: lavoro. Ma in un senso più ampio, arricchito, che va ben oltre la Milano delle professioni e dei ceti. A cui il regista dell’«Albero degli Zoccoli» Ermanno Olmi aggiunge una dimensione: «Serve il sacrificio. Rinunciando a qualcosa per noi, per il bene di tutti. È la necessità di una rivoluzione morale che ci dovrà impegnare a ripensarci come uomini nuovi. Solo così saremo in grado di riscattarci. E di ritrovare fiducia in noi stessi».

 

E accanto al sacrificio, il «rischio». «La ricchezza di una città — attacca la regista Andrée Ruth Shammah — è il rischio che ognuno di noi prende facendo delle cose. Non può essere la politica a decidere quale rischio devi correre. La politica ti deve mettere solo in condizione di rischiare. E alla fine il rischio è il mio, non il tuo». Anche il rischio di ritrovarsi con una torta in faccia. Salutare per il Nobel Dario Fo che vede una Milano triste, grigia, sempre meno laboratorio politico, di idee e di cultura e sempre più dominata dalla mediocri­tà: «Milano è una città che deve tornare allo sghignazzo, a farsi beffe del re. Milano ha bisogno di clown perché il potere ha normalizzato la cultura». Clown, trickster, eroi civilizzatori. Figure bifronti, spesso provocatorie che amano il rischio per un bene superiore. «Abbiamo bisogno di avventurieri delle idee — attacca il sociologo Alberto Abruzzese — persone che amano la mobilità, che creano situazioni in cui le idee circolano. Ci vogliono pensieri che nascono dal basso. Poi tocca agli avventurieri farle funzionare». Tante voci. «Il dialogo» di Arnaldo Pomodoro, «la liberazione delle idee» di Giancarlo Majorino, le «iniziative invisibili » di Franco Loi, il «volontariato » di don Virginio Colmegna, «la città delle reti» di Abruzzese, «la città delle avanguardie» di Severino Salvemi­ni, «la milanesità come cittadinanza» di Francesco Casetti, «la lingua comune» di Luca Doninelli, «la fine della macdonaldizzazione della cultura» di Francesco Micheli.

 

E paradossalmente anche chi come Stéphane Lissner, so­vrintendente della Scala, non crede ai Manifesti, ricuce il filo rosso di tutti gli interventi: «Il Manifesto? Più che a riconoscere lo stato delle cose vorrei servisse a inventarne di nuove. Chi produce cultura parla con i fatti, non con gli annunci». Ecco, la parola magica: i fatti, il lavoro. Schegge, bozze, appunti, che hanno già trovato una prima sintesi nelle pa­role del Cardinale di Milano: «Ci sono oggi tante città impenetrabili — ha spiegato il cardinale Dionigi Tettamanzi al Corriere della Sera — la città della fiera, la città della moda, della finanza, di un gruppo etnico, le periferie, il centro storico... Ma solo una città che ritrova l’ambizione della propria identità civica, pensata come sintesi viva delle sue tante originalità, può tornare a fare appassionare al bene comune e a suscitare il desiderio di una partecipazione responsabile. Una città così ritie­ne dovere fondamentale garantire un’abitazione decorosa ai suoi abitanti, si preoccupa di tutelare tutti e in modo particolare i deboli. Se invece si ali­mentano le contrapposizioni, questa identità non si realizza, l’atteggiamento della corresponsabilità decresce e scompare, ad alcune categorie di per­sone non vengono riconosciuti tutti i diritti».

 

Il Cardinale tocca il punto nevralgico del «caso» milanese. Come può una città, un organismo vivente come una comunità, ridarsi un’identità se non è capace di integrare le diversità? Non solo quella dell’immigrato che condivide valori diversi, ma quel­la molto più prossima del nostro vicino di casa? E non scherza Antonio Ricci, papà di «Striscia la Notizia» quando chiede di mettere al primo punto del Manifesto della cultura, la parola imbastardimento. «Più che all’identità io credo nell’imbastardimento di tutto. Sono un teorico del meticciato. Non c’è vita e non c’è cultura se non c’è scambio. La purezza ha sempre favorito le caste». La conclusione non c’è. Toccherà al­le istituzioni milanesi, a Letizia Moratti, a Roberto Formigoni, a Guido Podestà, decidere se raccogliere queste voci che arrivano dalla città. Ricordando però che c’è un denominatore comune: appartengono alla stessa costellazione semantica, l’amore per la città. Ogni variazione del tema principale è una richiesta, un bisogno, qualcosa che manca, che forse avevamo e di cui si sente una lancinante nostalgia. «Milano smarrita, torni capitale mora­le » ha detto il Cardinale. La nostalgia ha un nome e una data. «... Il 7 dicembre 374, Ambrogio, nato a Treviri, fu acclamato vescovo di Milano». Ambrogio convertì Agostino. Extensio animi. Milano guarda il suo futuro, ma rivuole il suo passato.

 

Maurizio Giannattasio

www.corriere.it

 

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Editoriale

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