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I giovani? Precari e pronti ad emigrare pur di lavorare

Giovane, precario e pronto ad emigrare pur di lavorare. Uno sguardo alla realtà occupazionale del nostro Paese conferma questa equazione, sintomo di uno Stato non in salute. Non molti anni fa, la stessa sorte l'hanno vissuta molti giovani argentini

ROMA - Giovane, precario e pronto ad emigrare pur di lavorare. Uno sguardo alla realtà occupazionale del nostro Paese conferma questa equazione, sintomo di uno Stato non in salute. I giovani, anche quelli che restano a casa, non sono “mammoni” o “bamboccioni” ma sono costretti ad esserlo per via di un mercato del lavoro asfittico e non sorretto da percorsi accademici disallineati.

È questo il quadro che emerge da un'indagine della Fondazione Studi Consulenti del lavoro - categoria di professionisti nei cui studi sono gestiti oltre 7 milioni di rapporti di lavoro - che fotografa la realtà giovanile italiana , in questi giorni al centro dell'attenzione mediatica, dopo la battuta del Ministro Cancellieri.

"L'indagine – spiega Rosario De Luca, Presidente della Fondazione – si avvale della collaborazione di più di mille professionisti della categoria dislocati su tutto il territorio nazionale, ricchi dell'esperienza maturata nella gestione dei rapporti di lavoro e dei colloqui di lavoro normalmente svolti nell’ambito della propria attività professionale. Inoltre, vi sono le testimonianze dei datori di lavoro giornalmente assistiti. Ne emerge un quadro significativamente diverso rispetto al messaggio trasmesso in questi giorni, che quasi voleva rappresentare una debolezza voluttuaria dei “giovani” che non accedono alla professione perché attratti dalle coccole familiari".

"In realtà – prosegue – i dati obiettivi offrono una chiave di lettura profondamente distinta. Posta la precarietà, patologica, figlia della crisi e di un mercato del lavoro asfittico, non già frutto di una flessibilità dinamica e virtuosa, va detto che ben pochi elementi consentono di addossare agli stessi inoccupati la responsabilità del loro stato. Gran parte degli intervistati non pone alcun limite geografico alla ricerca della propria occupazione, ed anzi, intravede nel lavoro all’estero (88%) una migliore soddisfazione delle proprie esigenze ed aspirazioni. È così sfatata la falsa rappresentazione dei giovani italiani che non vogliono muoversi da casa (12%)".

Alla domanda "il lavoro, dove lo vorresti?", il 60% risponde "preferibilmente all’estero", il 28% "indifferente, anche all’estero", l’11% nella propria regione e l’1% nel proprio comune.

"Il problema – commenta De Luca – verosimilmente è strutturale: ciò che impedisce un livello occupazionale accettabile per un paese sano, che conduce in maniera sempre più rilevante addirittura alla resa quanto alla ricerca di una occupazione, non risiede tanto nelle scelte – giuste o sbagliate – di chi si accinge al mondo produttivo, ma piuttosto nella crescente inadeguatezza del sistema formativo: l’Università appare sempre più inadeguata a creare professionisti dotati delle competenze effettivamente richieste dalle imprese (90%) , né i percorsi formativi successivi rispondono adeguatamente alle richieste conoscenze specifiche".

Nella tabella "Gli introvabili" si dà conto delle figure di difficile reperimento nel mercato del lavoro italiano, e cioè: informatici e telematici (40,7%), idraulici ed esperti di impiantistica (36%), personale delle professioni sanitarie (36%), ingegneri meccanici (36%), cuochi in alberghi e ristoranti (33,4%), conduttori di macchine per il movimento a terra (34,8%) e, infine, camerieri e assimilati (28%).

Questo a significare che in Italia "c’è un sistema di istruzione – formazione del tutto disallineato rispetto al mondo produttivo, con una insensibilità alla domanda, che invece proviene forte, di figure tecnico-professionali da impiegare in ruoli e settori chiave".

Alla domanda sull’utilità della laurea nella ricerca del lavoro, il 60% ha risposto che è stata "utile ma non sufficiente", il 30% inutile e il 10% utile.

Emerge, spiega De Luca, "la necessità di ripensare profondamente al ruolo dell'Università, che dovrebbe essere oggetto di uno dei prossimi provvedimenti d'urgenza del Governo Monti, se veramente si ha a cuore lo sviluppo del lavoro in Italia. La presenza strutturale di settori del mondo produttivo che non riescono a trovare in Italia figure professionali specialistiche da inserire all'interno della propria organizzazione aziendale la dice lunga sull'insufficienza dell'orientamento accademico che gestito con altre logiche . Carenze che aprono la strada all'ingresso nel nostro mercato del lavoro a lavoratori stranieri che occupano i posti di lavoro che i giovani italiani non possono occupare per via del deficit formativo".

Ma cos’è che mette il freno alle nuove assunzioni? Secondo i datori di lavoro che hanno risposto all’indagine il primo fattore è il costo del lavoro (62%), segue la crisi economica (16%), i vincoli normativi come l’articolo 18 (12%), e, infine, la confusione normativa prodotta da troppe norme contrattuali (10%).

"La crisi, è evidente, c’è e rappresenta un elemento, negativo, importante per le dinamiche occupazionali, ma – commenta De Luca – è anche vero, sono ancora i dati obiettivi dell’indagine a testimoniarlo, che rappresenta solo in minima parte un motivo di inibizione per lo sviluppo dell’occupazione, da rinvenirsi soprattutto nelle ragioni appena rilevate nonché, a maggior ragione, nel costo del lavoro, che nel nostro Paese continua a rappresentare un impedimento fondamentale del perseguito aumento del tasso di occupazione. Emblematica è la risposta dei datori di lavoro sulla questione. Non c'è articolo 18, flessibilità o contratto unico che tenga: il motivo per cui non assumono (62%) è l'elevato costo del lavoro ai limiti della sostenibilità aziendale".

I dati e i grafici sono in rete sul sito www.consulentidellavoro.it. (aise)

 

 

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