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Noi e il voto degli stranieri in Argentina

Il disegno di legge che prevede il voto volontario per i cittadini argentini tra i 16 e i 18 anni apre il dibattito anche sul voto degli stranieri regolarmente residenti in Argentina: riflessioni di Marco Basti, direttore della Tribuna Italiana di Buenos Aires

La polemica suscitata dalla presentazione del disegno di legge che prevede il voto volontario per i cittadini argentini tra i 16 e i 18 anni, ha messo in ombra l’altra parte del disegno di legge presentato recentemente, che prevede il voto, anch’esso su base volontaria, degli stranieri regolarmente residenti in Argentina, per un periodo di almeno due anni, cioè quattro anni dopo che si sono stabiliti nel Paese. ...

Polemiche che riguardano, in primo luogo la volontà della maggioranza al governo, che ha presentato le proposte, che, secondo l’opposizione, avrebbe l’unico scopo di facilitare una vittoria alle prossime elezioni parlamentari, per consentire una ulteriore riforma della Costituzione, che comporterebbe, tra l’altro, anche l’autorizzazione all’attuale Presidente, a ricandidarsi per un nuovo periodo, dopo che è già stata rieletta l’anno scorso. Possibilità oggi vietata dalla Costituzione approvata nel 1994.

Al di là del dibattito politico argentino, è bene ricordare che lungo la storia argentina, gli italiani sono stati, per lunghissimi periodi, la comunità straniera più numerosa, in un Paese che accolse gli emmigrati da ogni parte del mondo in modo aperto e generoso.

Una politica argentina che ha portato ad una integrazione profonda degli stranieri nel Paese, plasmata dalla Costituzione del 1853-1860 (modificata nel 1994, ma non per quanto riguarda l’pertura verso gli stranieri) e di leggi generose che consentirono agli stranieri di vivere in un piano di parità di diritti coi nati in Argentina. L’unica eccezione era costituita, appunto, dai diritti politici: gli stranieri non potevano votare nelle elezioni argentine, nè essere eletti, a meno che ottenessero la cittadinanza argentina.

C’è da ricordare che in Argentina il suffragio universale fu stabilito con la legge Saenz Peña, nel 1912 e che il suffragio femminile, fu sancito nel 1951. Però dal 1930 e fino alla fine dell’ultima dittatura militare, nessun governo al di fuori del primo di Perón dal 1946 al 1952, era arrivato alla sua conclusione naturale, ragion per cui il dibattito sulla possibilità di riconoscere il voto agli stranieri, nemmeno si poneva.

Solo tra gli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso la nostra comunità si pose il problema di votare in Argentina, quando si dibatteva sulla convenienza o meno di chiedere la cittadinanza del paese di adozione. Molti consideravano questa possibilità la giusta via per contare davvero in Argentina, mentre altri, anch’essi numerosi, sostenevano che chiedere la cittadinanza argentina era quasi un tradimento verso l’Italia.

In quel contesto cominciò un dibattito, che riprese con forza maggiore dopo il ritorno della democrazia nel 1983, sulla possibilità che l’Argentina riconoscesse il voto agli stranieri residenti nel Paese.

Gli argomenti utilizzati allora dalle autorità argentine, era che sebbene veniva riconosciuto il determinante contributo dato dagli italiani alla costruzione dell’Argentina, per una questione di parità tra tutti gli stranieri, il diritto non poteva essere riconosciuto solo agli italiani (e agli spagnoli), ed era pericoloso riconoscerlo anche agli emigrati dai paesi confinanti per ragioni di sicurezza.

Poi durante il governo di Alfonsin, Fernando De La Rua e Jorge Vanossi - allora rispettivamente senatore e deputato della maggioranza - si interessarono alla questione e studiarono due proposte che prevedevano il riconoscimento o a coloro che avessero ottenuto la residenza da almeno venti anni, oppure agli stranieri dei paesi coi quali era stato firmato un trattato di doppia cittadinanza, che allora erano soltanto l’Italia e la Spagna.

Anni più tardi il presidente Menem, durante una cerimonia nella Casa Rosada, annunciò ai rappresentanti delle comunità straniere la decisione di riconoscere il diritto di voto agli stranieri, ma la proposta non fu mai dibattuta in Parlamento.

Nel frattempo, una ad una, tutte le province argentine hanno riconosciuto agli stranieri, ponendo condizioni diverse, il diritto a partecipare alle elezioni locali, in alcuni casi anche per essere eletti sindaci o deputati provinciali. La proposta di legge che è stata presentata pochi giorni fa, supera il dibattito delle questioni che finora lo avevano frenato e semplicemente riconosce il diritto elettorale agli stranieri che abbiano almeno due anni di residenza regolare in Argentina, per eleggere presidente e parlamentari, sostenendo che oggi i diritti vanno riconosciuti in modo ampio.

Quanti si oppongono, sostengono vari argomenti. Da una parte, che è facile prendere la cittadinanza argentina, per poter votare, decisione che a sua volta costituisce una manifestazione positiva della volontà di far parte del paese e della sua società. Ci sono altri che non nascondono le loro perplessità non tanto sul riconoscimento del diritto, ma sulla certezza e sicurezza di tale voto. Sottolineano, tra l’altro, che attualmente i confini sono tutt’altro che controllati e ricordano denunce della magistratura elettorale, su cittadini paraguaiani che entrarono nella provincia di Formosa per votare il giorno delle elezioni, ritornando nel loro paese lo stesso giorno, senza che ci fosse alcun controllo nè nei seggi, nè al confine. Denuncia sulla quale è calato il silenzio.

Inoltre si fa notare che c’è una grande quantità di cittadini stranieri che risiedono in modo irregolare nel paese e mettono in dubbio la trasparenza degli elenchi di stranieri regolarizzati e della consegna di documenti di identità per votare.

Attualmente ci sono oltre 1,8 milioni di stranieri residenti legalmente in Argentina, dei quali oltre mezzo milione di paraguaiani e circa 400mila boliviani. Seguono in ordine decrescente nei primi posti, cittadini di Cile e Peru. Gli italiani che per circa un secolo hanno costituito la collettività straniera più numerosa dell’Argentina, oggi occupano soltanto il quinto posto, con circa 147mila presenze che, per ragioni anagrafiche, tendono a diminuire di anno in anno. E’ chiaro che il dato, riportato dal censimento nazionale del 2010, si riferisce soltanto agli italiani nati in Italia e non a tutti i cittadini italiani che sono oltre 700mila per l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, dato che comprende anche quanti sono in possesso della doppia cittadinanza.

Al di la delle polemiche e delle perplessità che il progetto di legge può provocare localmente, stupisce, guardando all’interno della nostra comunità, la mancanza assoluta di commenti, di dibattito, di presa di posizione. Siamo d’accordo con la proposta di legge o ci sembra sbagliata? Possiamo esprimere, come comunità, il nostro parere sulla questione? Possiamo eventualmente fare delle proposte per migliorarla? Per accettarla così com’è oppure per respingerla?

Gli italiani hanno contribuito in modo determinante alla crescita dell’Argentina, non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e culturale. Se gli stranieri saranno chiamati ad esprimersi anche politicamente, gli italiani, pur non essendo numerosi come una volta, hanno il diritto di manifestarsi. Ma hanno anche un dovere nei confronti di quanti li hanno preceduti, della loro storia, della loro eredità culturale.

Un dovere che abbiamo anche come comunità, quindi non solo gli emigrati italiani che sono gli stranieri ai quali potrebbe essere riconosciuto il diritto di voto, ma anche e soprattutto gli oltre mezzo milione in possesso sia della cittadinanza argentina che di quella italiana. Perché anche se questo raramente viene ricordato e sottolineato, non siamo solo titolari di diritti, ma anche delle corrispondenti responsabilità.

 

MARCO BASTI

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar

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Editoriale

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