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La “presidenta” alla riconquista dell’Argentina

Alla vigilia delle presidenziali argentine di domenica 23 ottobre, gli opinionisti e i sondaggi sono all’unisono: è una vittoria annunciata quella che attende Cristina Fernández de Kirchner, capo dello Stato uscente in cerca di rielezione. Una buona crescita economica del paese, una popolarità personale in ascesa di Giovanni Casa
La “presidenta” alla riconquista dell’Argentina

Cristina Fernández de Kirchner

Alla vigilia delle presidenziali argentine di domenica 23 ottobre, gli opinionisti e i sondaggi sono all’unisono: è una vittoria annunciata quella che attende Cristina Fernández de Kirchner, capo dello Stato uscente in cerca di rielezione. La presidenta affronta il responso delle urne in una posizione di gran forza. Una buona crescita economica del paese, una popolarità personale in ascesa, rafforzata da un’ondata di simpatia pubblica dopo l’improvvisa scomparsa, un anno fa, del marito e predecessore, Néstor Kirchner, e un’opposizione molto divisa, sono i fattori alla base della previsione elettorale.

Riforma della Costituzione

Una prima e chiara definizione dei rapporti di forza è emersa dalle primarie della scorsa estate, in cui Fernández si è imposta nettamente sui rivali. Il tipo di consultazione, una novità assoluta per la scena politica argentina, è servito anche per arginare la proliferazione dei candidati: non può concorrere, infatti, alle presidenziali chi non abbia ottenuto almeno l’1,5% alle primarie. Secondo la legge elettorale, per conquistare la presidenza al primo turno un candidato deve avere almeno il 45% dei voti o il 40%, purché con un distacco di 10 punti rispetto al secondo arrivato. Gli analisti ritengono che Fernández supererà senza difficoltà l’ostacolo.

Gli elettori sono chiamati anche a rinnovare il Congresso bicamerale e numerosi enti locali, tra cui la presidenza di nove province, compresa quella della capitale, che rappresenta quasi il 40% del paese. Alla Camera, composta da 257 seggi, il mandato è quadriennale, con rinnovo per metà ogni due anni, mentre i 72 senatori sono eletti per 6 anni con rinnovo di un terzo ogni biennio. Il controllo del Congresso è uno dei temi della campagna, perché la conquista di una maggioranza qualificata consentirebbe a Fernández un’eventuale modifica della Costituzione.

La maggioranza uscente nega di avere quest’obiettivo, ma alcune forze di opposizione affermano il contrario. L’attuale norma, infatti, non permetterebbe una rielezione successiva a Fernández. Alcuni giuristi sostengono che potrebbe prospettarsi una sorta di scambio: via libera a una rielezione illimitata per il capo dello Stato nell’ambito di una ridefinizione dei poteri che aumenti il ruolo del Congresso. Se confermato dal voto, il notevole margine di vantaggio per Fernández significherebbe un cambio di scena non indifferente rispetto alle ultime elezioni.

Peronismo

Nelle precedenti consultazioni, infatti, la presidenta vinse con il 45,3%, senza conquistare le tre maggiori aree metropolitane (Buenos Aires, Córdoba e Rosario), prevalendo con un distacco di oltre 20 punti rispetto alla principale rivale, Elisa Carrió, della centrista Coalición Cívica. Le aspettative sono di un successo ancora più netto, comprendendo stavolta anche le grandi aree urbane e una fascia di elettorato di classe media che si unirebbe agli strati popolari, serbatoio tradizionale per i peronisti.

La forza politica guidata dalla Fernández è da decenni al centro della scena argentina, ed è più simile a un movimento che a un partito. Al contrario dei soggetti tradizionali, che hanno un’etichetta di sinistra, destra o centro, il movimento peronista segue le circostanze con grande versatilità, impedendo ai rivali di insediarsi in modo solido in un segmento particolare di elettorato. Ecco perché, in pochi anni, la medesima parte politica ha espresso prima un presidente come Carlos Menem, di destra, liberista e filo-americano, e ora è rappresentata da una leader di sinistra, fautrice di un forte ruolo pubblico in economia e più in sintonia con il venezuelano Chávez che con il Dipartimento di Stato Usa.

Fernández ha ridotto ai minimi termini i peronisti dissidenti che, tra l’altro, sono stati incapaci di esprimere una candidatura unitaria. La debole minoranza è infatti rappresentata da due esponenti: Eduardo Duhalde, ex presidente, e Alberto Rodríguez Saá, governatore uscente di San Luis. Nessuno di loro minaccia la leadership di Cristina.

Accreditati dai sondaggi di un consenso maggiore sono altri due candidati, il radicale Ricardo Alfonsín, deputato di Buenos Aires e figlio dell’ex presidente Raúl Alfonsín, e il socialista Hermes Binner, governatore uscente di Santa Fe e sorpresa delle primarie. Alcuni politologi affermano che il voto potrebbe sancire una riduzione del ruolo radicale e l’emergere dei socialisti come seconda forza del paese. Completano il quadro due candidati minori, Elisa Carrió e l’ex deputato Jorge Altamira, della sinistra radicale.

Vento in poppa

La consultazione avviene in un contesto internazionale che vede l’Argentina estranea alla bufera che sta coinvolgendo le maggiori nazioni occidentali. Per la prima volta l’America latina è caratterizzata in gran parte da regimi democratici e indicatori economici che inducono all’ottimismo. Inoltre, con Brasile e Messico, l’Argentina è uno dei tre paesi latino-americani del G-20 (il cui prossimo vertice è in programma a Cannes il 3 e 4 novembre), e questo contribuisce a rafforzare il profilo internazionale dell’attuale dirigenza. In questo contesto, Cristina ha espresso continuità con la linea inaugurata dal marito e ha rafforzato una diplomazia orientata in una direzione Sud-Sud.

Il suo prossimo mandato potrebbe vedere una correzione di rotta della politica economica nel medio termine, con minore enfasi sui consumi spinti dalla moltiplicazione di sussidi e maggiore spazio per gli investimenti e le esportazioni, per dare gambe più solide allo sviluppo. Le previsioni sono di una crescita economica buona, ma inferiore a quella degli ultimi anni. Le variabili più rilevanti sono costituite dal rapporto con il dollaro, dal controllo dell’inflazione e dall’intervento della mano pubblica, sullo sfondo dell’evoluzione del contesto internazionale.

Importante sarà, in particolare, il modo in cui evolveranno la crisi economica in Usa e Europa e il rallentamento dell’economia brasiliana, volano decisivo in questi ultimi anni. Nel dibattito prima delle elezioni sono tornate le proposte di una svalutazione della moneta nazionale, il peso, e di un maggiore controllo dell’inflazione attraverso una più rigorosa politica salariale. La misura della vittoria di Cristina potrà dare una prima indicazione della strada che attende il paese.

Giovanni Casa è giornalista, già collaboratore Iai.

Fonte: affarinternazionali.it

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