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Alfonsina: disposta a tutto…

In tedesco antico Ala=tutto e Funza=valoroso che uniti significano estremamente coraggioso. Nel suo nome, Alfonsina rinchiude dal battessimo un significato premonitorio. A solo 4 anni, emigra con sua famiglia in Argentina, dove resterà fino all'età di 46 anni quando muore suicida, annegandosi in mare, non sopportando il ritorno del cancro che credeva di aver superato tre anni prima.

 

Alfonsina Storni Martignoni era nata a Sala Capriasca (ieri Comune, oggi una frazione del Comune di Capriasca) nel cantone italofono svizzero Ticino, il 29 maggio 1892, da un industriale della birra.
Alfonsina apprese dai genitori la lingua italiana e recatisi in Argentina, la famiglia Storni si stabili a Rosario e apri una trattoria.
I tempi, purtroppo non facili, fecero si che Alfonsina dovesse lavorare come lavapiatti, cameriera, cucitrice ed operaia.
Con il suo amico, Fermín Estrella Gutiérrez, si confida: "Mi chiamarono Alfonsina che significa disposta a tutto".
Nel 1907 fece l’attrice presso la compagnia di teatro di Manuel Cordero che esibiva in tutto il paese opere di Henrik Ibsen, Benito Pérez Galdós, Florencio Sánchez.
I genitori si separano e dopo il nuovo matrimonio della madre, stabilìtasi a Bustinza, Provincia di Santa Fe, Alfonsina conseguì il diploma e ottenne un posto da insegnante a Coronda.
In simultaneità inizio a collaborare con riviste letterarie come Mundo Rosarino, Monos y Monadas e persino la notissima Mundo argentino che pubblicava i versi di Amado Nervo e Rubén Darío. In questo periodo Alfonsina Storni pubblicò le sue prime poesie.
Nel 1911, decise trasferirsi a Buenos Aires dove, nel 1912, nacque il figlio Alessandro, senza essere sposata e senza mai rivelare il nome del padre del bambino.
Ragazza-madre, disposta a tutto, Alfonsina decise affrontare da sola i problemi della vita in aperta contrapposizione ai pregiudizi sociali e alla morale vigente.
In questo periodo scrisse nella rivista letteraria Caras y Caretas (Volti e maschere).
La sua prima raccolta di poesie, La inquietud del rosal, apparve nel 1916 e la seconda, El dulce daño, risale al 1918, presentata dagli amici Roberto Giusti e José Ingenieros.
A Montevideo, nel 1922, conobbe il poeta uruguaiano Horacio Quiroga con il quale strinse un'amicizia profonda che l'accompagnò fino alla fine.
Il primo riconoscimento a livello nazionale avvenne con Languidez, uscito nel 1920. Nel 1923 fece l’insegnante di letteratura presso la Escuela Normal de Lenguas Vivas e fu parte attiva nella organizzazione delle biblioteche popolari socialiste di Buenos Aires. Lavorò pure come giornalista sotto lo pseudonimo di Tao Lao.
Paradossalmente, il successo e la critica internazionale, le provocarono un crescente disagio interiore, che la costrinse a lasciare l'insegnamento e dedicarsi a viaggiare.
Nella decade del '30 si recò in Europa e questa esperienza ebbe grande importanza per l'evoluzione del suo stile letterario. Conobbe Borges, Pirandello, Marinetti e García Lorca.
Come uno oscuro presagio, nelle sue poesie sono sempre presenti i temi del mare e della morte: Frente al mar (Di fronte al mare), Un cementerio que mira al mar (Un cimitero che guarda il mare), Alta mar (Alto mare) alcuni i titoli.
Nel 1935 si manifesto il tumore che poi la porto all’intervento chirurgico.
Inizialmente reagì bene ma solo in apparenza, il male riappari più aggressivo di prima e la personalità di Alfonsina, molto fragile, crollò.
Programmo il suicidio con molta cura.
Scrisse la poesiaVado a dormire” e la manda al giornale, poi giunse in solitudine in un piccolo albergo di Mar del Plata e il giorno successivo si uccise entrando in mare nella notte, fino a sparire sotto le onde. Era martedi 25 ottobre 1938.
Sul monumento, innalzato nel quartiere La Perla della città di Mar del Plata, si trascrive un suo poema, “Dolore” si intitola.

 

"Vorrei questa sera divina di ottobre
Girellare la riva lontana del mare
Che la sabbia d’oro e le acque verdi
E i cieli puri mi vedessero passare

Essere alta, superba, perfetta, vorrei
Come una romana, per concordare
Con le grandi onde, e le rocce morte
E larghe spiagge che cingono il mare

Col passo lento e gli occhi freddi
e la bocca muta lasciarmi andare
vedere come rompono le onde azzurre
contro i graniti e non palpebrare
vedere come i rapaci si mangiano
i piccoli pesci e non destare

Pensare che potessero le fragili barche
Immergersi nelle acquee non sospirare
vedere che avanza, la gola all’aria
l’uomo più bello, non volere amare

Perdere lo sguardo, distrattamente
Perderla e che mai la possa ritrovare
E figura eretta tra cielo e spiaggia
Sentire l’oblio perenne del mare"


Di Prof. Arch. Jorge Garrappa Albani – 17/02/2016

 

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