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Il Brasile triste esempio: le riforme sono necessarie

Il Brasile, già al centro di un’ondata di crimini informatici e del più grande scandalo di corruzione della sua storia, è in recessione profonda. Per un paese ritenuto una volta in procinto di entrare in una nuova era politica, diplomatica ed economica, il futuro appare ora molto incerto. C’è da chiedersi, pertanto, se il modello di capitalismo di Stato “riformato” e “di sinistra”, perseguito durante gli otto anni della presidenza Lula (2003-2010), possa generare ancora crescita o abbia, invece, raggiunto il punto di esaurimento.
Il Brasile triste esempio: le riforme sono necessarie

una manifestazione contro l'operato dei due presidenti

Le politiche di riforma varate da Lula, alla ricerca di una “terza via” latino-americana, e proseguite nel primo mandato della presidente Rousseff, hanno funzionato fino a quando il Brasile ha potuto beneficiare, come gli altri emergenti, del boom delle commodities. Sino al 2010 l’economia brasiliana cresceva del 7,5% semplicemente migliorando la politica economica. Oggi deve fare molto di più per tornare a brillare. È vero che i fattori che hanno contribuito alla brusca frenata della sua economia sono tanto esterni che interni. Il rallentamento della Cina, primo partner commerciale, l’apatica crescita dell’Europa, la crisi dell’Argentina (primo mercato di sbocco del manifatturiero brasiliano) e l’apprezzamento del dollaro ne hanno innegabilmente influenzato la performance economica. Ma è innanzitutto all’interno che Ma è innanzitutto all’interno che sono venuti al pettine tutti i nodi strutturali, rimasti irrisolti per anni.

Con una riduzione del Pil stimata al 3% nel 2015, l’inflazione al 9,9% e il real svalutatosi di oltre il 40% rispetto al dollaro, il Brasile è in grande difficoltà. La combinazione di pesante burocrazia, iper-regolamentazione, corruzione e mediocri infrastrutture colloca il paese al 120° posto fra le 189 nazioni, secondo il World Bank’s Ease of Doing Business Report. Sono stati, infatti, privilegiati i consumi rispetto agli investimenti, le politiche settoriali e i “campioni nazionali” (come Petrobras) invece delle riforme strutturali,il mercato interno invece di quello globale, facendo finire il paese in un vicolo cieco.

Eppure, nell’ultimo decennio il Brasile ha rivendicato un posto a pieno titolo fra i “grandi” al pari di Cina e India, anche perché ha incrementato notevolmente la cooperazione militare in Africa. La sua posizione nel settore della difesa è di vasta scala e il suo obiettivo, ben oltre le alleanze sud-transatlantiche con i paesi di lingua portoghese, è minimizzare le influenze esterne nella regione a tutela di precisi interessi commerciali e di salvaguardia delle proprie risorse naturali off-shore e all’interno. Tuttavia, in una fase di ri-globalizzazione plurilaterale come quella attuale e con il costante deprezzamento delle commodities, petrolio in primis, il Brasile senza un cambiamento del modello economico finora perseguito, basato sull’alto consumo privato e pubblico (pari all’85,4% del Pil) e a fronte di un risparmio del solo 12,8% del Pil difficilmente potrà riprendere la via dello sviluppo. La produzione industriale è calata, nel 2014, del 3,2% e il 68% del Pil è creato nei servizi dove, però, si concentra anche l’inflazione a motivo della scarsa concorrenza. La crescita economica non potrà che derivare dagli investimenti e dalle esportazioni.

Intanto, la crisi di Brasilia rischia di avere conseguenze anche sulle nostre imprese. L’Italia è il settimo paese fornitore e il secondo nell’Ue dopo Germania. Nel 2014 l’export italiano verso il Brasile è diminuito del 7,8%, benché le imprese italiane controllino ancora importanti quote di mercato (come nel settore dei reattori nucleari, caldaie, macchinari e apparecchiature diverse, autovetture e trattori; prodotti chimici e farmaceutici; macchine elettriche e apparecchiature).

Paradossalmente, fallimento e scandali possono condurre il Brasile più vicino a una politica di mercato e favorevole al business. Lo scandalo Petrobras ha tolto, infatti, la possibilità di usare il gigante di Stato come strumento di politica industriale. Ma, per riattivare e riaccreditare il sistema economico, la politica a medio termine, assai ardua e complessa, del Governo carioca non può essere che quella delle riforme strutturali.

 

www.ilsole24ore.com

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Editoriale

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