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Salvador, il cuore dello Stato di Bahia

I riti propiziatori, la cerimonia Yemajà, il lavagem do Bonfim e la magia del Candoblè. La “Vida” al Novo Marotinho. Iguaçu con le sue cascate e le sue notti magiche. Fernando de Noronha, l’isola più incantevole del mondo. Una memorabile avventura che non avevo mai raccontato.

di Ferruccio Brambilla

 

Sono ancora in Brasile. Dopo il primo periodo trascorso a Rio de Janeiro, mi scadono i tre mesi concessi dal permesso di soggiorno. Perciò volo a Foz de Iguaçu, punto di frontiera con l’Argentina e il Paraguay, per una vacanza indimenticabile. Le cascate più spettacolari del mondo, le travolgenti e folli notti che caratterizzano ogni luogo di confine dove, dopo soli tre giorni, una Maria qualunque mi prende per mano e mi accompagna a conoscere i suoi genitori. Però il mio scopo principale è quello di attraversare il leggendario ponte che separa gli Stati, metà giallo-verde e metà bianco-azzurro, per rientrare in Brasile con un nuovo visto di altri tre mesi. Quindi mi imbarco per Salvador e raggiungo l’aeroporto di Bahia con due ore di ritardo. Il professor Gino Tapparelli è ancora lì ad aspettarmi (mi aveva scritto: sono bianco, capelli grigi, sessantenne, mi riconoscerai subito. Um abraço Gino).

Il suo nome me lo aveva suggerito Roberta di Trento, una delle due graziose avventuriere fai da te incontrate a Rio, dove andavo spesso a ritirare gli aiuti umanitari quando i turisti non se la sentivano di portarli personalmente in favela, perché favola vuole che sia un’impresa pericolosissima. Stimato docente all’Università di Salvador e brillante scrittore, il trentino Gino ha trascorso gran parte della sua vita nello stato di Bahia ed è conosciuto per il suo impegno contro la violenza nelle carceri. Collabora fattivamente alla campagna “tortura nunca mais” con diversi suoi scritti. Gli racconto che devo raggiungere l’isola di Itaparica e la missione di padre Piero, dal quale trascorrere un paio di mesi inventandomi qualcosa di utile da fare. Così mi accompagna al porticciolo. Ci salutiamo con l’accordo che ci saremmo rivisti al mio ritorno e salgo sul traghetto per l’isola.

Un lungo sentiero in salita, avvolto da uno stupendo spettacolo naturale, mi porta alla Paroquia Santo Amaro. Qui incontro padre Piero che mi raggiunge trafelato, non ho idea di chi possa averlo avvertito del mio arrivo. Mi riceve in cucina, dove conosco Stefania e Rosanna, due volontarie. Mi mette in mano una lattina di Lavazza con una moka e mi dice: “se vuoi un caffè e lo sai fare, fattene uno”. Poi mi abbraccia calorosamente prima di ritornare al suo lavoro. Era in riunione con due giovani novizi brasiliani, ai quali il giorno successivo avrebbe dovuto passare le consegne e cedere loro le chiavi della parrocchia. Succede sempre così. I religiosi in gamba sono inviati nelle terre più sperdute dove, con anni di grandi fatiche e sacrifici creano dal nulla la missione che, una volta avviata, viene passata ai locali affinché proseguano nel loro operato. Anche se non è mai la stessa cosa, forse è giusto così. Fatto sta che non mi può ospitare. Peccato, sarebbe stata sicuramente una bella storia, in un bellissimo ambiente.

Ritorno sul sentiero che ora è diventato scosceso, mi siedo su di una pietra a strapiombo sul mare e medito sul da farsi. Nella fase di eterna ricerca fuori dai soliti canoni, quando si riesce a catturare una nuova dimensione si è sicuramente sul percorso giusto, ma se poi d’improvviso svanisce tutto, comincia a farsi strada l’incertezza. Proprio mentre sta calando precipitosamente il sole. Non posso più contare su ciò che fino a poche ore fa era un ottimo riferimento, devo inventarmi qualcosa ma non qui a Itaparica, che decido di lasciare perché non c’è nulla per me. Dal terminal dell’isola chiamo un’altra volta l’amico Gino, che trovo in piedi sul molo all’arrivo del mio traghetto. Mi porta con la sua auto a Patamares, la parte nord di Salvador a due passi da Itapuã, i luoghi della poesia di Vinicius De Moraes. Un incanto. Appena arrivati mi affida le chiavi della sua sontuosa villa sull’oceano con tanto di piscina e mi parla dell’associazione Servas porte aperte della quale fa parte: “Qui ci puoi stare finché vuoi, trovi da mangiare nel frigorifero. Fai come se fossi a casa tua!”. Gino è un grande! Mi mostra la mia camera, fra le tante del secondo piano, dove sarò in compagnia di sua moglie Mariuda insegnante di capoeira, della sua amica Arlette e dei suoi figli: Juri con Livia l’enamorada, Raoni con un’altra enamorada. C’è poi Jesus, un nero capellone, zio non so di chi, un pazzo col quale di lì a pochi giorni ne avremmo combinate di tutti i colori. Poi Raoni, con due splendide figlie e una moglie anche per lui. Pochi giorni dopo si è unito alla comitiva il reggiano Antonio, egocentrico con un’idea fissa in testa: i piedi delle donne. La seconda sera vengo coinvolto in una festa da ballo. Il caotico forrò, in un locale indemoniato dove, dopo solo un’ora si forma sul pavimento uno strato di diversi centimetri di lattine di birra schiacciate. Ci si cinge la vita a vicenda per uno sfrenato vorticoso girotondo, un paio dei nostri cadono e vengono inghiottiti dalla marea di lattine. Qualcuno si è perso ed è ricomparso solo il giorno dopo.

Se dicessi di non essere tentato di abbandonare l’idea di cercare un’occupazione direi una bugia. Potrebbe diventare solo una vacanza spensierata e in bella compagnia. Però no, devo trovare una sistemazione per darmi da fare, se no so già come va a finire. Da casa mi ero portato un paio di indirizzi di altre associazioni per ogni evenienza, li avevo avuti all’istituto di cultura Brasile-Italia di Milano dalla scrittrice Rosamaria Susanna Barbara, in occasione della presentazione di un suo nuovo libro. Li estraggo dal cilindro e mi attacco all’orecchione (la caratteristica cabina telefonica brasiliana). Mi rivolgo all’associazione culturale I.C.B.I.E. (Istituto Culturale Brasile Italia Europa, speculare a quella che avevo frequentato a Milano) ed al suo fondatore Pietro di Roma, confusionario sessantottino che mi invita a trascorrere una giornata dalle sue parti a Ribeira, una zona altrettanto incantevole affacciata alla Baia de Todos os Santos. Si trova sul lato opposto della penisola rappresentata dalla città di Salvador, il cui litorale misura ben 70 chilometri. E ci vado.

Pietro mi racconta che è ancora in alto mare con l’inaugurazione e, anziché prendere al volo la mia proposta di aiuto, si dispera con la sua stravagante compagna per i problemi che non riesce a risolvere. Insieme alla coppia c’è un gruppo di volontarie abbastanza particolari: la Critical Mass Rosalba con in testa solo le biciclette, Marzia carina, silenziosa e Alessandra niente da dire. Dopo la piacevole giornata in loro compagnia decido che non se ne fa nulla. Si rivela invece molto produttiva l’indicazione per l’OAF (organização de auxilio fraterno), paragonabile per dimensione ed importanza alla nostra Caritas. Telefono dall’orecchione e parlo con la gentile signora Pilli che mi dice di essere la persona giusta. Si occupa infatti di trovare una sistemazione ai volontari che desiderano darsi da fare in Bahia per conto dell’associazione OAF. Mi richiamerà al telefono di Gino a Patamares, dove nel frattempo non ci sia annoia.

Si unisce al gruppo Yuki, amico dei figli di Gino, che mi regala una t-short realizzata esclusivamente riciclando bottiglie di plastica. Abita nel pittoresco Rio Vermelho, un bairro fra i più poetici di Salvador, dove si svolge il mistico Lavagem de Yemanjà al quale assisteremo poche sere dopo. Fra i tanti riti, durante la cerimonia i pescatori bahiani abbandonano sull’acqua dell’oceano migliaia di foglie con sopra un lumino acceso, che prendono lentamente il largo tra le onde. Questo per ingraziarsi e ringraziare gli Dei della pesca. Durante la cerimonia si regala all’oceano un po’ di tutto, una signora in bianco riesce a far galleggiare un rossetto da labbra, il significato lo conosce forse solo lei.

Insieme alla straordinaria spiritualità che impregna l’aria maleodorante del Gange a Varanasi in India; alla necessaria e costante consapevolezza che trasmette la cultura orientale in generale; Salvador de Bahia incanta con i suoi riti, le cerimonie, le preghiere e i canti, dove molte donne rigorosamente vestite di bianco, cadono in tranche a furia di ruotare su se stesse, calpestando petali di fiori multicolori e sconosciuti. I miscugli sparsi per terra che sprigionano fumo profumato, i bambini che affidano alle onde dell’oceano ogni cosa. E’ la città dove è più viva la cultura afro brasiliana. La musica inebriante che accompagna questi riti coinvolge tutti e si respira un’aria magica con un che di intrigante. La partecipazione è molto forte.

Festa di laurea oggi per Jury che, come il fratello Raoni diventerà un bravo fisioterapista: cerimonia in università e cena durata fino al giorno dopo, quando all’imbrunire decidiamo di buttarci tutti quanti nella bolgia del Pelourinho, la parte vecchia e centro storico di Salvador, abbastanza a rischio per la presenza di molta criminalità, della quale faccio immediata conoscenza diretta. In un lasso di tempo in cui ci siamo persi di vista col gruppo, un tale poco raccomandabile mi chiede insistentemente “um real para comida” (una moneta per mangiare). Con lo stesso spirito col quale si facevano queste cose in favela a Rio, lo faccio accomodare al tavolo di una taberna e decido di cenare con lui a base di spiedini di pesce. Al termine ci salutiamo con una pacca sulla spalla e lui riprende immediatamente la sua nenia um real para comida, all’infinito.

Poi ritrovo parte della banda e con loro si assiste allo spettacolo. L’attrazione del giorno è Geronimo con la banda di percussionisti Olodum, che sfila per le strette viuzze dell’antico borgo. Samba e latin jazz bahiano di prim’ordine. Appoggiati al muro sullo strettissimo marciapiede, assistiamo al passaggio dei musicisti circondati da un imponente servizio d’ordine. Tamburi, bonghi, grancasse e tutto che su cui si può pestare con o senza bacchette o mazze, anticipano il travolgente frastuono degli artisti. Inizia a venirmi la pelle d’oca dall’emozione quando sento dietro di me, qualcosa che sembra sfiorarmi la mano. Mi giro di scatto e scopro un tale che, sdraiato dietro di noi, sta per sfilarmi l’orologio, anzi me lo ha già sfilato. Istintivamente gli prendo la mano e, approfittando del fatto che si trova già in terra, lo tiro fortemente per un braccio e lo faccio strisciare fino al centro della strada, proprio davanti alla processione che si sta avvicinando.

Subito accorrono due poliziotti che bloccano il tipo, mentre il mio orologio gli cade di mano e si fracassa in terra. Non l’avessi mai fatto. La polizia ci costringe a passare la serata al commissariato per la denuncia. Uno spettacolo tristissimo, una marea di ladruncoli ammanettati e sdraiati per terra, ripetutamente percossi a calci da ogni agente di passaggio. Juri, forte delle lezioni del padre, si sforza inutilmente di alleggerire il clima di quell’ambiente. Pare addirittura disapprovare la mia reazione, che ha permesso agli agenti di catturare il furfante. Io cerco di minimizzare l’accaduto ai miei interlocutori e, quasi a mia discolpa racconto di non averlo fatto apposta, si è trattato di un’istintiva reazione. Fatto sta che abbiamo dovuto rinunciare alla prevista cena al Senac, locale tipico del Pelourinho, dove si sarebbero esibiti ancora gli stessi artisti, ma in esclusiva per gli avventori.

Nasce così la leggenda. Il giorno dopo infatti Mariuda mi dice: “ontem ele foi heroi” che tradotto più o meno significa: ieri sei stato un eroe. Ma quale eroe! Vengo a sapere poi a quali soprusi e angherie sarebbero stati sottoposti tutti i malcapitati che si trovavano in commissariato, però non so che dire. Juri mi si avvicina e mi dice che, tutto sommato, abbiamo evitato che il tipo si rimettesse nuovamente in pista alle prese con altri turisti. Ahi ahi ahi Pelourinho!

Si fa notte fonda e ognuno prende la sua strada. Rimango solo con Antonio di Reggio Emilia e decidiamo di prendere un taxi per Patamares. Proprio in quel momento si avvicina un tale con una sgangherata Fiat Uno che si offre di accompagnarci. Non so come né perché, ci viene l’idea di sfidarlo a raggiungere la nostra destinazione senza superare la cifra di 20 Rs da tassametro. Probabilmente non avevamo in tasca più di 20 Rs. La cosa curiosa è che il tassista più pazzo del mondo accetta e così si è bruciato uno dopo l’altro una fila di semafori rossi, raccontandoci che di notte è meno pericoloso perché, se dall’altra parte arriva qualcuno lo vedi dalle luci dell’auto. La sua teoria esclude categoricamente i pedoni e le biciclette come la mia, senza luci. Sorpassi a sinistra o destra come capita capita, finché la macchina cede e si spegne. L’autista scende di corsa mentre ci racconta che è normale amministrazione, apre il cofano, sentiamo che assesta un paio di colpi non si sa dove, risale e si riparte.

Ora recupera il tempo perso salendo sui marciapiedi. Dal motore proviene puzza di bruciato, ma nel buio vedo comparire l’oceano quindi realizzo che siamo vicini a casa. Fine corsa, il tassametro segna 22 Rs ma il tassista deluso della sua prestazione ce ne chiede solo 20, mentre io mi domando chi glielo ha fatto fare. Fuori di testa ma onesto, vola con la sua auto a pezzi tra gli stretti vicoli della città e ci dice che c’è d’aver paura a girare di notte da quelle parti. Come dargli torto, specie se si è pedoni o ciclisti.

Itapuã, la meravigliosa piazza sul mare con i testi delle canzoni di Vinicius de Moraes scolpiti su tavole di marmo, le spiagge incantate, la cabana del brasileiro Juvenà, che cucina penne aglio olio e camarones sotto le palme della più bella spiaggia della costa, in compagnia di un simpatico fiorentino. Una delizia! Il capodanno sul mare di Barra, migliaia di persone vestite di bianco per riti e cerimonie con un altissimo contenuto di religiosità. Praia do forte e Massarandupiò dove una bellissima francesina, aveva atteso per tutta la notte l’alba, che qui dicono sia straordinaria. Lei, Natalie trentenne di Parigi, pelle morbida appena abbronzata, mi racconta che è venuta sola e unicamente per ammirare il sole che nasce. La convinco a ripetere l’emozione per la notte successiva a mio beneficio, ok ma niente fotocamera perché distrae dalla contemplazione dice lei. Anche in questo mi trova assolutamente d’accordo. Il mattino dopo l’accompagno a Barra alla pousada Praya dove alloggia con un’amica che però ha in mente altro. Colazione, saluti, baci, abbracci e lacrimuccia. Mi chiede l’indirizzo di casa, la villa di Gino, dice che verrà a trovarmi. In questi luoghi non sono solo cose che capitano, è la vita di tutti i giorni.

La mitica spiaggia di Arembepe e l’idilliaca Aldeja hippie, sotto una capanna di paglia con dei percussionisti improvvisati a suonare al ritmo di paint it black nella versione degli idoli locali “Chiclete com banana”. La sabbia bagnata da una debole pioggia. La natura e i frutti di ogni tipo, la cachaça do brasil, le donne che non cito perché forse significano qualcosa, gli altri incontri occasionali più o meno romantici. Il pazzo che mi porta sulle dune di sabbia col suo fugone. Gomme lisce che però non si insabbiano mai. Il garzone di un gommista che si trova tra la casa di Gino e il ristorante italiano “va bene” del simpatico Angelo, può essere anche una dolce fanciulla che, dopo qualche sera che mi vede passare, decide di mostrarmi le delizie della spiaggia deserta di fronte all’officina, di notte. Come un miraggio. Forse a qualche benpensante può apparire di dubbio gusto raccontare questi episodi, ma Salvador è la città più bella del mondo!

Attendo per un’intera notte sul ciglio di una strada l’autobus 1536 da Ipiranja. Arriva con una notte di ritardo ma giusto in tempo per raggiungere Jesus a casa di Gino. Mi vuole portare con sé alla favela appena fuori Patamares, dove lo aspetta la sua enamorada Patrizia, che per l’occasione invita l’amica Sonia. All’arrivo Jesus chiude il cancello lasciando appese le chiavi, poi chiude dietro di sè la pesante porta munita di chiusura automatica. Siamo prigionieri in casa di Patrizia! Senza cibo, poca acqua e nessuno che ci possa sentire! Mi viene da ridere ripensando al panico iniziale e alla squisita ricetta ideata per ammazzare il tempo. Qui non si dorme mai! Per fortuna o per sventura dopo un paio di giorni arriva un’amica che recupera le chiavi e ci apre.

Stranamente Gino non dorme con noi a Patamares, ma stamattina arriva di buon’ora per incaricarmi di rappresentarlo ad una cerimonia per il primo compleanno di una bimba la cui madre è in carcere. Lui assiste da tempo la famiglia in ogni bisogno. Grande onore, ma ce la farò? Gino è una figura carismatica, più di quella che da noi potrebbe essere un sindaco e viene invitato in occasione di compleanni, battesimi ecc, ma non può essere dappertutto. Così mi accompagna a casa della famiglia di turno, quando ancora fervono i preparativi. Mi presenta a tutti gli invitati e mi lascia. Serata emozionante. Sono l’ospite d’onore quando l’onore è tutto mio per la fiducia di Gino e per quella brava gente che mi accoglie come fossi un grande amico di vecchia data. E’ lo spirito del Novo Marotinho. La favela che si trova su una collina appena fuori Salvador. Per arrivarci occorre passare dalla sede brasiliana dell’ospedale S. Raffaele, poi salire su per una ripida collina con un vecchio bus che fatica e sbuffa fumo nero nero.

Novo Marotinho dicevo, è il luogo dove accadono tante cose, perché nel frattempo la Pilli ha chiamato Gino per comunicargli di aver trovato un lavoro per me. Dove? All’orfanotrofio per disabili Vida, che si trova proprio nella favela del Novo Marotinho.

Mi accompagna Gino che mi saluta con tanti auguri e mi indica una recinzione verde dall’altro lato della piazza. “Vedi”, mi dice “lì abito io con mia moglie. La casa di Patamares l’ho voluta per i miei figli, per i miei ospiti e per l’associazione Servas”. Una coincidenza che ha dell’incredibile. Il custode della Vida mi invita ad entrare dal cancello che richiude subito dopo. Bene, ora sono a casa. Il primo giorno alla Vida.

Il comitato di benvenuto è presieduto dalla brasiliana Cristina che ha fondato l’associazione nel 1985, dalla famosa Pilli e da altre tre collaboratrici, dal fac-totum Valdevir Moreno con tutti i bimbi disabili che qui frequentano le scuole e gli asili. Un enorme complesso lasciato in eredità al progetto Vida da un nobile italiano. In queste cose noi ci distinguiamo sempre. Visita agli edifici che costituiscono la struttura, la grande casa dove si trova la scala a chiocciola che porta alle stanze degli ospiti, le scuole, le cucine, più giù le stalle per i cavalli, la piscina coperta e altre casette che scoprirò poi. Tutt’intorno l’immenso parco con mille alberi colorati da ogni tipo di frutta tropicale. A salutarmi arriva al galoppo un cavallo bianco scortato da due grossi cani, che sale i tre gradini di cemento vicini alla fontana dondolandosi per non perdere l’equilibrio. Poi sembra iniziare una corsa verso di noi, ma viene bloccato prontamente da Valdevir. Ed è ora di pranzo, che consumiamo insieme nel refettorio con i veri ospiti: i bimbi.

Cristina mi chiede dell’Italia e vuol sapere tutto di me. Poi mi traccia un elenco di attività che potrei svolgere e che inizierei già il mattino dopo. Di buon’ora la mia prima occupazione è quella di raccogliere ogni ben di Dio piovuto sull’erba dagli enormi alberi da frutta. Interi cesti che poi saranno la parte più consistente della colazione di noi tutti: jambo, papaia, mango, tangerina, guayaba, maracujà, giaca, pigna, pitanga e banane, solo per citare quelli che ricordo. Poi gli ananas e le verdure con nomi strani, una più buona dell’altra. Mentre dall’alto dei lunghi rami saltellano come impazziti i macachi, che sembrano divertirsi a gettarmi addosso di tutto. E’ fantastico, come doveva esserlo il paradiso terrestre. Dietro alla grande casa una lussureggiante vallata con un dirupo scosceso che porta giù in basso ad un piccolo laghetto, seminascosto dalla nebbia. Zona off limits perché infestata dai velenosissimi serpenti jararaca.

Sarebbe il set ideale per un film horror. Peccato che la mia finestrella priva di vetri, dalla quale si intravede il laghetto, si trovi a solo mezzo metro dal suolo. A difesa della mia incolumità una grata, le cui maglie sono di oltre dieci centimetri e passa di tutto. In Brasile, dove tutto è più grande, gli animali non fanno eccezione. Sotto la doccia infatti, mi trovo in compagnia di due rane verdi che si rincorrono saltellando sulle pareti e tre barate giganti che corrono intorno ai miei piedi e che accompagno fuori con una scopa. Ma solo il primo giorno perché in seguito, vista l’inutilità di cacciare ogni volta gli intrusi, imparo a convivere con tutti gli esseri che si infilano nella grata. Mi preoccupo solo quando individuo un reale pericolo, la mole o le pinze del soggetto invadente, un cervo volante di dieci centimetri ad esempio. E’ sgusciato fuori da sotto il cuscino, brutto, cornuto, volante e dall’apparenza molto ostile. Questi casi li affronto gettando addosso al malcapitato un tappeto che poi avvolgo e porto fuori, ma è una guerra persa. Arrivo al punto che non mi disturba più nulla e se alla sera non trovo sorprese quasi mi intristisco e resto solo con la colonna sonora rappresentata dal fischio dei pipistrelli. Prima o poi andrò al laghetto nella foresta sottostante, metterò gli stivaloni anti cobra, come quando mi trovavo a Johannesburg da Peter di Little Eden.

Nella favela Novo Marotinho, ogni fessura che si intravede, ritagliata tra le lamiere che fanno da parete alle povere dimore dove regna una insana promiscuità, può nascondere un inferno o un paradiso indifferentemente. In queste realtà quando si presenta un problema serio, ti si prospettano cento soluzioni, tutte diverse ma egualmente valide. La contagiosa arte di arrangiarsi, che col tempo diventa uno stile di vita anche quando non è necessario. Così conosco Claudia che aspetta un bimbo, mi racconta che non manca molto, il padre non si trova più, un classico. Lei è già pronta ad allattare. Sono cose che mi dice sotto una pianta di mango, dove mi lancia una proposta che mi lascia incredulo e curioso da morire al tempo stesso. Mi chiede se sono disposto ad assaggiare il suo latte. Il perché non lo scoprirò mai ma decido di aderire alla sua richiesta il giorno dopo a casa sua. Una strana sensazione che non dimenticherò facilmente, non fosse altro che per il contesto nel quale si è verificata. Tutto in due giorni. Raccogliendo nomi e appunti dai soliti foglietti volanti e ripensando a quei momenti, mi calo nello stesso spirito col quale li ho vissuti e mi sembra normale descrivere anche questi episodi, che forse possono essere rappresentativi, ma solo per me. Sorry.

Ma torniamo ai lavori. C’è un progetto serio al quale partecipare e molte cose da fare. C’è da ritirare un fugone dall’altra parte della vallata e siccome ha le marce al volante, Cristina vorrebbe che fosse un italiano a guidarlo ed io non la deludo. Una piscina dalla quale togliere le foglie per l’idroterapia, i cavalli da strigliare per l’ippoterapia, in aiuto agli educatori: Alessandri prof di educazione fisica, Erika 22enne, barba, baffi e cosce pelose fisioterapista in piscina, Mauro educatore e psicoterapeuta. Occorre accompagnare col bus gli allievi che saltuariamente si recano presso istituti esterni a frequentare corsi particolari. Provvedere agli acquisti di generi alimentari non offerti dalla natura circostante. Giro per l’immensa città con l’auto sulla quale c’è la scritta “prefeitura de Bahia”. Ormai sono cittadino di Novo Marotinho, il gringo che conoscono tutti, amico di Gino e per questo rispettato. Ogni mia idea viene tradotta in pratica, ogni mio desiderio soddisfatto. Una sera salgo su di un autobus senza accorgermi d’aver preso la direzione sbagliata. L’autista mi conosce, sa che vado in città e quando incrocia il bus che arriva nell’altro senso lo blocca, così scendo e salgo dall’altro lato della strada, senza neppure il biglietto. Privilegi quasi fastidiosi.

Alla Vida ci sono poi altre incombenze quotidiane che svolgo in compagnia del buon Valdevir, con lui mi diverto un sacco, davvero un buon uomo. I lavori di ordinaria o straordinaria amministrazione che si scoprono quotidianamente, solo vivendo. Sempre con Valdevir ritorniamo a Ribeira al I.C.B.I.E. dove conosco altre volontarie e la brasiliana Marlene, direttrice. Quando Pietro mi dice: “la prossima volta che capiti da queste parti vieni a trovarci, sarai nostro ospite”, ottengo da lui ciò che non mi sarei mai aspettato e che non gli avrei mai chiesto. Bene, alla prossima allora! Sulla via del ritorno ceniamo lungo il bellissimo litorale di Amaralina. La piacevole compagnia, i luoghi incantevoli e la gente, non c’è niente di più bello! Certo occorre di tanto in tanto un piccolo sforzo e la gioia di vedere questa gente sorridere e tornare a credere è impagabile. Sono tanti i progetti nel mondo e non tutti con le carte in regola e non tutti con fini esclusivamente morali, sarebbe ingenuo non riconoscerlo, ma quando si incontrano realtà come questa ci si dedica anima e corpo. Basta la spinta iniziale e si è felici di aver contribuito con un pizzico di aria nuova. Poi ci si va a divertire, in Brasile l’occasione per passare il tempo piacevolmente si trova ovunque e sempre.

Fino al giorno in cui Cristina mi parla di come funziona la gestione amministrativa delle scuole. Racconta che, all’inizio dell’anno scolastico, le cinque case editrici delle quali si serve la Vida, consegnano in visione tre/quattro diversi libri per ogni materia e classe, in modo che gli insegnanti possano scegliere quale adottare per il nuovo anno. Una volta fatta la scelta si ordinano tutti i libri necessari. Una spesa enorme che grava sul bilancio dell’associazione. La notte seguente mi viene l’idea di azzardare una proposta: chiedere agli editori di estendere la gratuità all’intera fornitura, non solo ai campioni. Ne parlo a Cristina che mi guarda dubbiosa e scuotendo la testa mi dice che se voglio tentare ho carta bianca, ma non nasconde il suo scetticismo e mi fa capire che devo farmi carico di ogni possibile implicazione nel caso di insuccesso. Accetto e tratto la cosa così come è nata: l’iniziativa di un volontario italiano all’insaputa dell’associazione. Scrivo delle raccomandate che recapito personalmente a mano ai responsabili di ognuna delle case editrici. Nella missiva racconto che in Italia si usa così, che non è neppure immaginabile che un’istituzione nata per assistere i più bisognosi oltretutto disabili, possa farsi carico di una spesa così consistente e che probabilmente anche il loro Stato potrebbe prevedere una sorta di detrazione fiscale (l’ho buttata lì, magari non è vero).

Racconto poi della mia presenza, che arrivo dall’Italia come volontario a titolo assolutamente gratuito ecc… dando loro del tempo per meditare la cosa. Mi sarei rifatto vivo io di lì a qualche giorno. Ma dopo una decina di giorni scopro con gioia che non ce n’è bisogno, perché vedo arrivare il furgone di una casa editrice per la consegna gratuita del primo lotto di libri. Pochi giorni dopo arriveranno anche le altre quattro con la medesima modalità. Si saranno consultate tra loro per poi decidere per il meglio penso io, in ogni caso una conquista. Dopo questa iniziativa ricevo l’invito a cena da parte di Cristina a casa sua, dove conosco il marito e dove mi propone di prendere visione dell’aspetto amministrativo e più generale della Vida, nel caso in cui individuassi qualche possibile miglioramento. Nei miei racconti è raro che mi soffermi a raccontare nel dettaglio cosa vado a fare. Preferisco dare più risalto agli aspetti ludici, a volte magari un po’ piccanti, sono sicuro che interessano di più chi ha la bontà di leggermi. Ho raccontato questo episodio solo per sottolineare quanto sia semplice dare un aiuto, solo con un’idea improvvisa che può venire a chiunque.

A volte la sera raggiungo Gino che, se non ha impegni, mi porta a Patamares dove c’è sempre l’allegra brigata e aria di festa, oppure a cena da qualcuno dei suoi tanti amici. A volte assistiamo insieme all’insegnamento nella scuola di Capoeira di sua moglie Mariuda o semplicemente ci raccontiamo cose, a casa sua davanti ad un bicchiere di birra. Gino è un ottimo interlocutore. Altre volte prendo il bus che porta in città e gironzolo qua e là. E’ la cosa che preferisco, capita sempre qualcosa. E’ al ritorno alla Vida che mi assale la commozione. Quando a tarda ora, almeno una decina di ospiti in compagnia del custode, mi aspettano per sapere da dove vengo, cosa ho fatto durante il giorno e la notte. Ariana, mostrando il pugno chiuso sul cuore mi dice “descanta por vosse”. Non chiedo il significato, ma apprezzo il suono delle parole e il sorriso sincero di chi le pronuncia.

Ma la più forte partecipazione emotiva subentra quando manca poco alla partenza. Quando ogni azione che mi riempie il cuore potrei non doverla ripetere più e quindi relegarla fra le cose che potrò solo ricordare. Quando manca solo un giorno e ogni persona che saluto se ne va e so che non la rivedrò più. Quando mi cercano, perché io mi sforzo di far finta di niente ma loro me lo ricordano. La sera prima avevo salutato Mariuda, sinceramente emozionata e Gino che aveva dovuto interrompere un suo intervento in aula magna all’università solo per dirmi di tenerci in contatto, di non dimenticami di loro. Strana situazione quella in cui le parole che sto per rivolgere ad una persona sono le stesse che lei anticipa a me. Fa piacere ma non so mai cosa dire. Poi in Brasile i sentimenti non si contengono e si esprimono in maniera molto spontanea, con tanto calore. Come faccio ad andarmene? Un noto romanziere scriveva la classica frase “partir es morir un poco” e ogni volta mi torna in mente perché la sento tanto vera. Cristina è la prima persona che desidera ringraziarmi in forma quasi ufficiale, davanti a tutto il personale della Vida e a tutti i bimbi.

Come se avesse capito che il tempo che mi resta potrebbe non bastare per i miei ringraziamenti ad ognuna della persone con le quali ho condiviso il mio tempo, con le quali non c’è stato nulla di ufficiale ma solo sincera amicizia, che necessita di un abbraccio e un pensiero. Guardandoci negli occhi spesso umidi. Mi dice che sono stato il primo volontario col quale si è confrontata nella sua organizzazione, ma che d’ora in poi cercherà di reclutarne altri perché ha riscontrato un notevole giovamento da parte dei bimbi, anche solo per il confronto quotidiano con una persona che arriva da lontano, con una diversa cultura. E mi ricordo la stessa sensazione triste di quando pochi mesi prima avevo lasciato la favela di Rio e …. Ma quella è un’altra storia. Mi corre incontro Oi? Oi?, il bimbo più bello del mondo. Nove o dieci anni. Si esprime solo così Oi? Oi? ma dice tutto coi suoi occhioni interrogativi. Chissà quante domande vorrebbe farmi. Lui è eternamente felice. C’è aria buona alla Vida.

Valdevir mi accompagna all’aeroporto. Anche lui non tradisce l’emozione ed io lo lascio dopo l’ultimo abbraccio fuggendo via, perché mi viene di fare così. E’ un modo. In seguito inizierò ad odiare gli adii. Sull’elegante volo Varig sono l’unico con l’infradito gialloverde. Sul sedile accanto al mio una giapponesina diretta a Recife, dove prenderà un altro volo per l’isola Fernando de Noronha. La stessa cosa che farò io, perché non posso perdere l’occasione di visitare l’isola più bella del mondo. Isola che non voglio descrivere, così come non descrivo le cascate Iguaçu. Sono cose che non si possono raccontare. Bisogna vederle, viverle!

Scrivendo, rivivo quel periodo e quei fantastici momenti e sale forte in me il desiderio di ritornarci. Penso che scriverò a Gino e Mariuda. Dirò loro che passerò a trovarli al Novo Marotinho o a Patamares. Dirò loro che voglio ripetere la stessa meravigliosa esperienza. Sarà possibile? Non credo! Credo che anche il paradiso, se ci torni per la seconda volta lo trovi cambiato.

Um abraço al grande Gino e Mariuda, a Cristina, Pilli e Valdevir, a Pietro, a Natalie. So che mi leggete. Credo che ci rivedremo presto.

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Editoriale

Giovani italiani all’estero: rientro, popolamento e solidarietà

Workshop organizzato per mettere a punto le proposte emerse nel seminario organizzato l’11 ottobre u.s., presentato a sua volta dal giornalista Luciano Ghelfi e introdotto dallo storico Emilio Franzina, moderato in entrambe le occasioni da Gianni Lattanzio, ha visto entrambe le volte la partecipazione di consiglieri del CGIE, esponenti politici quali i deputati Fucsia Fritzgerald Nissoli (FI) Gianni Marilotti (5 Stelle) e Massimo Ungaro (PD) e poi Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati (Lega) e la Senatrice Laura Garavini (PD), quindi esperti come Toni Ricciardi (Università di GINEVRA), Maddalena Tirabassi (Direttrice Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus) Riccardo Giumelli (Università di Verona), Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Franco Pittau (Centro Studi Idos). Le conclusioni del workshop sono state affidate al Dir. Gen. per gli Italiani all’Estero e Politiche Migratorie del MAECI, Amb. Luigi Maria Vignali, e all’On. Fabio Porta, del coordinamento del Comitato. continua>>
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