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Prigionieri di guerra italiani: il diario di Aldo Lorenzi, l’altra faccia della prigionia

USA-Pennsylvania/Chambersburg/Camp Letterkenny 12 luglio 2018 - Sono parole energiche quelle che riaffiorano dal diario di Aldo Lorenzi; parole che racchiudono la nostalgia di casa mista all'entusiasmo di chi, in prigionia non ha ricevuto ostilità ma momenti di confronto costruttivo con un’altra realtà. Siamo innanzi a un altro volto della prigionia, dove l’aguzzino si trasforma in compagno e dove due culture s’incontrano senza prevaricarsi

 

 

 

di Ashley J. Maffina e di Daniele Marconcini

 

 

 

A Mozzecane, i cittadini hanno avuto la possibilità di partecipare a u importante evento tenuto in biblioteca comunale: la commemorazione di Aldo Lorenzi e di tutti i prigionieri di guerra italiani catturati durante il secondo conflitto mondiale.

Il destino dei nostri soldati, in prigionia, è solitamente tramandato dai racconti dei nostri nonni. La maggior parte di noi ha avuto la possibilità di ascoltare quelle storie piene di accadimenti e di come, fra lunghi silenzi, i dettagli si aggiungevano sempre meno addolciti dagli anni trascorsi.

Comunemente la prigionia è sinonimo di maltrattamenti, privazioni, torture, allontanamento dalla famiglia e dalla quotidianità. Conosciamo bene situazioni di prigionia dove vengono lesi quotidianamente i diritti umani ma ora vorremmo soffermarci su un capitolo più dolce della prigionia, quello in cui il l’animo umano si mostra e davanti agli occhi non si vede il nemico, ma un possibile amico, un fratello.

Questo è quanto è accaduto a Camp Letterkenny fra il 1944-1945, testimoniato passo dopo passo anche da Aldo Lorenzi nel suo diario.

 

La storia del bersagliere Aldo Lorenzi

Daniele Marconcini, presidente dell’associazione dei mantovani nel mondo, ha portato la storia di Aldo Lorenzi (originario di Mozzacane con parentele roverbellesi e di Malavicina) in Usa, al Museo dell'Immigrazione italiana di Filadelfia.

L’evento si è reso possibile grazie all’impulso di Filitalia International, associazione italo americana fondata da Pasquale Nestico e diretta da Rosetta Miriello.

Aldo Lorenzi , prigioniero di guerra negli Stati Uniti, dopo aver combattuto in Africa, raccolse in un diario di una quarantina di pagine (dattiloscritto dalla nipote Keti Melotto) tutti i ricordi della sua esperienza trascorsa in terra americana, dove contribuì con altri soldati italiani alla costruzione di una Chiesa detta “della Pace”, inaugurata a Letterkenny di Chambersburg (Pennsylvania) il 13 maggio 1945 dopo 50 giorni di duro lavoro.

Lorenzi fu il primo sagrestano di quella chiesa. Egli nel suo diario ricorda la durezza dei due anni di guerra in Africa e la battaglia di El Alamein dove vide morire molti suoi commilitoni.

Preso prigioniero dalle truppe americane approdò al suo primo campo di prigionia “Carson” dove collaborò alla nascita di una piccola filodrammatica facendo commedie due o tre volte alla settimana, prima di essere trasferito al campo di Scottsbluff e infine in Pennsylvania dove costruì un teatro e mise in piedi un’orchestra chiamata scherzosamente “Banda Pollastri”.

La prigionia terminò il 7 ottobre 1945 con l’imbarco verso l’Italia, dove si sposò con Emma Zamboni e dalla quale ebbe 5 figli.

Al museo è stata donata una copia del giornale veronese che ricorda la sua storia, raccontata sull’Arena di Verona del 29 ottobre 2015 dal giornalista Vetusto Caliari.

Daniele Marconcini, in qualità di Governatore del Distretto Italia di Filitalia International, insieme al fondatore e presidente onorario del sodalizio, ha recentemente posto la sede morale dell’Associazione presso il Museo della Seconda Guerra Mondiale del fiume Po a Felonica di Mantova.

La mostra dal titolo “Prigionieri di Guerra Italiani – Camp Letterkenny Chambersburg – Pennsylvania 1944 – 1945” è stata curata dal Prof. Flavio Giovanni Conti, storico e autore di diversi libri sui prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti.

Prigionieri di guerra italiani in America: i preziosi dossier

Durante le ricerche sui prigionieri italiani, il Prof. Conti ha avuto la possibilità di visionare i dossier originali americani consegnati all’Italia dagli Stati Uniti nel lontano 1955. Nel dossier è racchiusa tutta la storia degli anni di prigionia: i dati personali ei soldati italiani, le loro foto, le impronte digitali, data e luogo della cattura, tutti i campi nei quali sono stati trasferiti, pagine che restituiscono la storia della loro vita dall’altra parte dell’Oceano.

Furono circa 51.000 i prigionieri italiani portati negli Stati Uniti, una prigionia che, come emerge dagli studi, ha permesso l’incontro di due culture diverse e che, grazie al più elevato standard qualitativo di vita esistente Oltreoceano, ha reso meno dure le condizioni di vita degli italiani.

Per tanti soldati italiani provenienti da piccoli centri rurali, l’impatto con le grandi città, il traffico, gli enormi grattacieli, i moderni mezzi di trasporto furono una vera scoperta della quale raccontare a lungo dopo il ritorno. Durante quegli anni fu fondamentale il supporto dato ai prigionieri dalla comunità degli italoamericani (circa 5 milioni) che spesso si recavano in visita ai prigionieri e l’aiuto prestato dalle comunità cattoliche del territorio.

Dai pannelli lungo il percorso della mostra sono emerse descrizioni e tanti dettagli sulla vita di Camp Letterkenny. A colpire è la quantità di foto che i soldati erano soliti farsi scattare, in visita presso famiglie di italoamericani, durante gite o addirittura in studi fotografici, a dimostrazione della maggiore libertà di cui godevano i soldati cooperatori, destinati a Camp Letterkenny ed altri campi simili. Quasi sempre ad essere ritratti erano soldati sorridenti, in buone condizioni fisiche, dall’aspetto florido. Molte foto del campo ritraevano i soldati davanti all’anfiteatro costruito dagli stessi prigionieri, nei quali si tenevano spettacoli musicali e feste da ballo. Anche una chiesa, oggi considerata patrimonio storico, era stata completamente costruita dagli stessi prigionieri italiani.

Durante i weekend, erano molte le famiglie di italoamericani che dai paesi e città vicine si recavano al campo per far visita ai prigionieri. Numerose sono le storie d’amore nate tra giovani italoamericane, ma anche donne statunitensi, e i soldati italiani. Molte di queste, una volta terminata la guerra, si conclusero con il matrimonio.

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