Un australiano con Mantova nel cuore – seconda parte
La Prima Flotta sotto la guida del capitano Phillip arrivo’ alla Botany Bay appena fuori quella che sarebbe poi diventata la citta’ di Sydney nel 1788, dopo l’occupazione del Continente che era avvenuta 18 anni prima da parte del capitano James Cook. L’arrivo di Phillip in Australia fu l’inizio di una durissima Colonia Penale con lo sbarco di 750 detenuti a completamento del “carico” di soldati. Segno’ anche la nascita di una nazione. Le attivita’ penali terminarono nel 1868 quando l’ultimo detenuto arrivo’ dall’Inghilterra al Queensland nell’Australia Occidentale. Al suo arrivo, il capitano Phillip trovo’ un ambiente estremamente ostile e tribu di nativi che ancora vivevano come al tempo della pietra e che si dimostrarono poco amichevoli. Fin dall’inizio, tutti i suoi sforzi erano indirizzati a rendere autonoma la Colonia, un compito che richiedeva di trovare un giusto appezzamento di terra per poterci coltivare i prodotti essenziali alle necessita’ primarie e, allo stesso tempo, curare i pochi animali domestici che erano sopravvissuti al lungo viaggio. La colonia penale era costituita dai detenuti e dai soldati con le loro famiglie, e questi vennero seguiti dai primi emigrati liberi dall’Inghilterra; questi, assieme ai discendenti dei primi detenuti, diedero origine alle successive generazioni di Australiani. Dopo la nascita delle prime attivita’ rurali, altri industrie minori iniziarono a nascere per provvedere alle necessita’ della colonia che cresceva, generando cosi il bisogno di altri emigranti liberi per poter dare pieno sfruttamento delle terre gia esplorate. Tuttavia l’immigrazione su larga scala di emigranti “liberi” da restrizioni penali era ancora molto lontana perche’ l’arrivo regolare di detenuti forniva la manodopera necessaria per l’intera durata della loro pena, normalmente 7 anni. Gli emigrati avventurosi erano percio’ il tipo pionieristico pronto e disponibile a buttarsi in esperienze sconosciute e ansioso di domare una nuova terra. Dopo l’esperienza dell’era penale e la fine della manodopera gratuita derivante da essa, ci fu la necessita’ di popolare le colonie con persone selezionate in grado di sfruttare le ricche risorse della terra. I programmi dei vari governi che rappresentavano le colonie si indirizzarono verso la scelta di emigrati adatti e competenti che avrebbero cosi potuto creare le basi della futura nazione popolata da anglo-sassoni di origine protestante. Tuttavia le intenzioni in Inghilterra erano di liberarsi di una vita povera in baracche dove c’era solo miseria e poverta’ e l’emigrazione assistita era spesso diretta verso quel settore; questa politica pero’ non ando’ giu ai nativi australiani che, pur ammettendo la necessita’ di popolare le terre con razza britannica, stavano gia maturando un certo disprezzo verso i presuntuosi “Panny” (come vennero chiamati in seguito). Con lo sviluppo della colonizzazione del continente australiano, i fondatori furono premiati con svariate opportunita’di sfruttare le condizioni naturali del clima e dell’ambiente. L’esperienza acquisita dalle colonie americane perdute contributi alla selezione del tipo di industria adatta alla nuova terra, che segue e progredisce dopo la fine dell’era dei detenuti. Oltre alle necessita’ valutate e prodotte per i bisogni quotidiani delle colonie, altre produzioni a lungo termine, come la carne bovina, la canna da zucchero ed il cotone furono la scelta ovvia per quelle regioni del Queensland climaticamente adatte. A quel tempo, come nelle colonie americane, il lavoro dei neri era considerato assiomatico alla fattibilita’ di coltivare la canna da zucchero ai tropici. Schiavi neri venivano catturati o acquistati in Africa da commercianti di schiavi e forzatamente trasportati in America su navi speciali. Poiche’ tale pratica era gia in uso, fu molto semplice per i proprietari terrieri del Queensland seguire l’esempio. Visto che l’utilizzo di schiavi era da tempo accettato e moralmente scusato dagli europei, divenne molto piu semplice implementare la sua introduzione nelle piantagioni di canna da zucchero ed altre industrie nelle colonie australiane. Le isole dell’oceano Pacifico erano una fonte inesauribile di nativi (e di manodopera gratuita) che dopo la cattura venivano portati nelle piantagioni del Queensland, un’ industria che richiamava un grande interesse per la sua vivacita’ e che lasciava presagire un futuro assicurato soprattutto per il fatto che il territorio aveva grandi estensioni utilizzabili e con un clima ideale per questo tipo di coltivazione. Tuttavia, prima che l’industria dello zucchero assumesse un ruolo importante nell’economia nazionale , ci fu un periodo esaltante durante il quale i fattori geologici portarono alla scoperta dell’oro in grandi quantita’ in molte regioni dell’Australia. Grandi aree del continente australiano presentano le stesse caratteristiche delle formazioni rocciose associate a determinati minerali, come in altre parti del mondo. I primi pionieri che piantarono radici nel luogo che sarebbe stato l’inizio del futuro erano seguiti da cercatori di metalli preziosi e questi furono i precursori delle vicende verso i giacimenti d’oro di Victoria, del Nuovo Galles Meridionale, e del Queensland. Le scoperte d’oro in Australia attirarono decine di migliaia di uomini e alcune donne da tutto il mondo. Venivano dai giacimenti esauriti dell’America e del Canada ed incontravano in Australia gli speranzosi dall’Europa e dalla Cina. La questione dell’oro pero’, costitui’ spesso per i coloni motivo di scontro con gli aborigeni. Per gli europei, la presenza degli aborigeni nelle vicinanze dei giacimenti era un fastidio, ed una tale intrusione doveva essere distrutta in modo permanente. Naturalmente, a nessun europeo veniva in mente che lui stesso era un intruso che senza tregua distruggeva i territori degli aborigeni, inquinava le loro acque e metteva seriamente a rischio di estinzione la loro vita. Per gli aborigeni cio’ che faceva l’uomo bianco era incomprensibile. Le acque chiare e cristalline dei fiumi erano da tempo immemorabile fonte di cibo, cosi come lo erano per la caccia i territori attorno ai campi delle tribu. Quando arrivarono gli intrusi bianchi ridussero le acque pulite in buchi fangosi mentre cercavano qualche stranezza che entrava nelle loro tasche anziche’ nella loro bocca. Nella logica aborigena, il comportamento dell’uomo bianco doveva senza dubbio sembrare strano, e nella loro cultura primitiva si saranno certamente chiesti quale strana creatura aveva invaso la loro terra. Nella prossima parte andremo a raccontare piu in dettaglio come gli italiani si inserirono in questi fenomeni.
Fonte: Bruno Ravagnani, “Un australiano con Mantova nel cuore”, Edizioni Mantovani nel mondo, 2003














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